Sviluppo sostenibile: la seconda torre di Babele?

Articolo pubblicato il 03 giugno 2003
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Articolo pubblicato il 03 giugno 2003

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Un concetto discusso, utilizzato da tutti e spesso a sproposito. Tra mito e realtà. Approfondimento.

Genesi (XI, 1-9)

Cacciati dal Paradiso, gli uomini vollero avvicinarsi al cielo costruendo una torre gigantesca, ma Dio, offeso, li punì confondendo le loro lingue. Incapaci di comprendersi, gli uomini entrarono in conflitto, provocando il crollo della torre e la loro dispersione.

Largamente diffusa dopo la conferenza delle Nazioni Unite di Stoccolma del 1972, l’idea di sviluppo sostenibile si trova adesso mescolata in ogni discussione, dal Nord al Sud, dall’Occidente ai Paesi in via di sviluppo e in tutti i sensi. Ad esempio, si può sentire in generale parlare di sviluppo sostenibile in occasione dell’integrazione di un contingente di donne nell’esercito per celebrare la festa dell’Indipendenza del Bénin…I difensori dello sviluppo sostenibile insorgono naturalmente contro l’opportunismo di questi discorsi che ignorano il senso di un’idea che resta generosa: soddisfare i bisogni delle generazioni di oggi senza che ciò comprometta le possibilità per quelle future di rispondere alle loro. Solitamente si avanza l’ipotesi che, per essere sostenibile, lo sviluppo debba rispondere a tre condizioni: essere economicamente vitale, ecologicamente vivibile e accettabile da un punto di vista socio-culturale. Una formula elegante ma che chiaramente non soddisfaceva tutti gli attori dello sviluppo sostenibile, come testimonia la moltitudine di varianti proposte in letteratura. Ancor peggio, queste tre dimensioni sono condizioni necessarie ma non più sufficienti poiché le si studia separatamente, poiché si osserva uno scivolamento di senso che fa perdere di vista l’obiettivo globale. Il tutto non è la somma delle parti. In effetti, a queste tre dimensioni, economica, ecologica e socio-culturale si possono schematicamente far corrispondere tre rappresentazioni inconciliabili dello sviluppo sostenibile.(1)

Per la maggior parte degli industriali, degli economisti e dei politici che hanno altri imperativi che non le questioni ambientali, lo sviluppo sostenibile è ridotto al principio macro-economico di crescita a lungo termine. Si può leggere nel manuale di riferimento che ha formato, e ancora forma, generazioni di studenti, che “ la produttività non è tutto, ma, a lungo termine essa è pressoché tutto”(2). In questa prospettiva, lo sviluppo sostenibile non cambia per nulla la logica dello sviluppo capitalista che, nonostante tutto, è giudicata la più efficace possibile. I problemi causati ieri e oggi dai cali della crescita saranno risolti domani grazie alla tecnologia(3), e per questo bisogna svilupparsi. E’ un cane che si morde la coda. La questione dei limiti della crescita è liquidata sotto forma di una battaglia di esperti.(4)

Per la maggior parte delle ONG e degli ecologisti che sono preoccupati per il degrado della natura, lo sviluppo sostenibile è definito come un modo di utilizzo delle risorse naturali che rispetta le loro condizioni e i loro termini di rinnovamento, quello che pone la domanda spesso elusa della compatibilità degli obiettivi di conservazione e di sviluppo. Per alcuni, questi due termini sono antitetici, poiché le attività umane sono responsabili del degrado della natura, e per altri sono sinonimi (5), ma tutto resta allora da inventare. C’è forse una nozione che dovrebbe essere approfondita per togliere la confusione riguardante l’utilizzo sostenibile della risorse: l’idea di un “equilibrio dinamico” che bisognerebbe “mantenere” o “restaurare” di fronte al “cambiamento”. In funzione della scala di tempo considerata, si finisce così a definire delle sostenibilità “forti” o “deboli”, e ciò è una mancanza di senso.

Ci sono infine gli umanisti delle scienze sociali che sono soliti contestare lo sviluppo sostenibile da trent’anni a questa parte. Questa posizione si comprende molto bene se si guardano i rapporti di forza tra queste tre dimensioni. Gli argomenti economici hanno un peso politico incomparabile rispetto agli altri due, la maggior parte della ricerca legata allo sviluppo sostenibile è in mano agli ecologisti e agli agronomi, mentre le scienze sociali non sono troppo considerate e rappresentate….Le loro critiche si rivolgono dunque ai due modelli. Lo sviluppo sostenibile dell’economista è ribattezzato da Ivan Illich “sottosviluppo sostenibile”: “ il sottosviluppo è la conseguenza di uno sviluppo continuo delle aspirazioni materiali, al quale si perviene con una promozione intensa delle vendite” (6). Gli antropologi e i sociologi hanno denunciato le numerose violazioni dei diritti dell’uomo avvenute a seguito dell’applicazione di modelli rigidi di protezione della natura, ad esempio la creazione di parchi nazionali (7). Altri criticano anche la gestione degli ambienti naturali da parte dei naturalisti e auspicano una gestione sociale della natura dichiarando che non ci sono delle relazioni uomo-natura ma solo delle relazioni tra gli uomini a proposito della natura (8).

Quale senso rimane allo sviluppo sostenibile? Ecco un concetto che nonostante il suo potere di attrattiva, o piuttosto a causa di esso, costituisce un vero colpo di forza. Se il concetto è stato accettato da tutti (o quasi), la diversità dei discorsi maschera la povertà delle azioni pratiche, traduce la divergenza degli immaginari e rivela delle logiche spesso inconciliabili. Lo sviluppo sostenibile sarà uno di quei “significanti fluttuanti” di cui parla Levy-Strauss (9), uno di quei concetti i cui numerosi significati nascondono una senso di vuoto? Al limite, poco importa. Come dice Maurice Godelier: “queste rappresentazioni che non dicono niente di vero o di falso sul mondo dicono molto, invece, degli uomini che le pensano” (10). Si parla allora di mito, ma se solo lo sviluppo potesse esserne uno! Non sarebbe una cattiva cosa se si considera il mito come un tentativo di cancellazione dei paradossi e dell’irrazionale che cerca di farne scivolare il non senso o la macchia inevitabile affinché non possano essere più distinti. La sfida delle azioni di terreno è, giustamente, quella d’arrivare a superare le contraddizioni tra attori affinché un dialogo, un negoziato possa essere concluso. Tra una teoria fluttuante e una pratica sballottata tra le sue contraddizioni, tra l’immaginario e il reale resta la dimensione simbolica dello sviluppo sostenibile. Il suo interesse è come oggetto mediatore. E’ troppo vuoto di realtà per diventare un mito fondatore.

Epilogo

Sono più di 30 anni che i piani di quella torre di Babele che è lo sviluppo sostenibile sono studiati. Tra molteplici false apparenze, qualche lavoro pionieristico da parte di fondazioni ha visto la luce. Non c’è bisogno di un’intuizione divina per comprendere che la torre crollerà da sola se i muratori ignorano il lavoro dei carpentieri e se mancano sempre gli architetti.

1) Da Latouche S. (2001), John Pessey della Banca Mondiale recensiva nel 1989 (due anni dopo l’apparizione del rapporto Bruntland) non meno di 37 rappresentazioni differenti del concetto di sviluppo sostenibile, mentre il ricercatore François Hatem ne avrebbe un repertorio di una sessantina.

2) Krugman P. (1990), citato e applaudito da Samuelson P.A. e Nordhaus W.D. (1998), pag. 660.

3) Esempio: le OGM permettono di lottare contro la fame nel mondo.

4) Si veda la caricatura considerata esemplare e citata da Samuelson P. A. E Nordhaus W.D. (1998), PP. 329-330.

5) E’ anche il punto di vista dell’ecologo americano Carl Jordan, “La conservazione è una filosofia della gestione dell’ambiente che non comporta il suo sperpero, né il suo esaurimento, né la sua estinzione, né quella delle risorse e dei valori che contiene.” (in Heywood V. 2000), e anche quello di un membro della tribù Bakalaharil in Bostwana: “per noi preservare significa usare con cura in modo che si possa usare di nuovo domani, e il giorno seguente.” (in Posey D. A. , ed. , 1999, pp. 129-130)

6) Illich I. (1969)

7) Colchester M. (1999)

8) Weber J. (2000)

9) Lévi-Strauss C.(1950), pag. XLIX

10) Godelier M. (1996), pag. 34.