Sulle due “sponde” del Mediterraneo, tra Tunisia e Lampedusa

Articolo pubblicato il 22 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 22 febbraio 2016

"Sponde. Nel sicuro sole del Nord" non è un documentario sul fenomeno dell’immigrazione. È un ritratto a sentimenti ormai dimenticati - empatia e compassione - che uniscono due uomini che vivono sulle sponde del Mediterraneo: Lampedusa e Tunisia.

Oltre a tutto quello che di solito vediamo, leggiamo o sentiamo riguardo l’immigrazione, gli sbarchi clandestini, i naufraghi in mare, esiste qualcosa di più che va al di là della notizia del fatto avvenuto: le persone. Gli uomini, le donne, i bambini che salgono su quelle imbarcazioni definite “barconi” che non sono in grado di reggere un viaggio di circa 300 km. Il lavoro di Irene Dionisio, torinese classe ’86, laureata in filosofia estetica, propone una storia diversa, positiva e soprattutto umana. 

La storia

Il documentario si muove su due livelli paralleli che si intrecciano e si sovrappongono. Da una parte uno scambio di lettere, quelle tra i due protagonisti - Vincenzo e Mohsen - che parlano della scoperta reciproca di ciò che li accomuna. Dall’altra un grande lavoro di montaggio, fatto con l’utilizzo dei materiali d’archivio che ritraggono due mondi diversi messi a confronto. 

Lampedusa. Vincenzo è un becchino in pensione che ha passato tutta la vita sulla sua isola, un luogo fatto di tradizioni e credi, ma da sempre terra di confine. Conoscenti e sconosciuti, lui non ha mai fatto differenze ed ha assicurato a tutti una dignitosa sepoltura. Mohsen Lidhabi è stato un postino, attualmente è uno scultore. Lo definiremmo un personaggio fuori dagli schemi, isolato dalla sua comunità d’origine in cui abbondano ancora i sostenitori di Ben Ali. Per quanto abbiano vissuto vite distanti e differenti, ad un certo punto Vinceno e Mohsen si trovano a fare la stessa cosa: occuparsi dei cadaveri dei migranti restituiti dal mare. I corpi vengono trasportati dalle correnti fino a riva e il mare non fa distinzioni tra le coste italiane o le coste tunisine.

Vincenzo e Mohsen

Vincenzo si ritrova a fare il mestiere di sempre, stavolta con dei veri sconosciuti. All’inizio era reticente, influenzato dal giudizio della gente. Ma dopo la prima volta, lo fa ancora e ancora. Tutte le volte che c’è qualcuno che ha perso la sua lotta per la vita. 

«Li ho presi tutti e tredici, uno per uno, e li ho messi dove c’è la piazzetta dell’entrata no!? Tutti in fila. Quando ho finito di portare tutti e tredici li ho guardati…O mio Dio, ho detto, tutti “picciotti”, tutti giovani. Con questi occhi aperti così, che arrivano qua con l’unica speranza di potersi salvare. Dici l’Italia, l’Italia è bella…e invece hanno trovato la morte.»

Mohsen invece passeggia per la spiaggia cercando pezzi per le sue sculture. Un giorno però, oltre le bottiglie di vetro, trova il corpo di un uomo a riva e pensa che sia suo compito occuparsene. Questo però l’ha reso ancora più estraneo alla sua comunità.

«Di sicuro credo che tutto quello che ho fatto un po' in solitaria, e il mio compito di occuparmi dei corpi, non sia ben visto da certe persone.»

Lettere 

Come i migranti, anche Vincenzo e Mohsen sono emarginati. La loro capacità di provare “simpatia” li contraddistingue dagli altri e li porta a diventare in un certo senso dei loro “protettori”. 

È Mohsen che scopre casualmente l’esistenza di Vincenzo, l’uomo che a Lampedusa si occupa dei suoi «fratelli Harqua» tunisini, libici o di qualsiasi altro paese africano. Significa che c’è qualcuno che condivide con lui il peso di questo "compito" e può capirlo. Ad un tratto non si sente più solo. Decide di scrivergli una lettera per ringraziarlo: la morte si trova ad unire due vite. Lo scambio epistolare dei due è in francese e siciliano, tra traduzioni e trascrizioni stentate. Diventa una storia di un'amicizia che sfida l'emarginazione e l'isolamento che caratterizzano le loro culture. Le stesse cultureche li contesteranno per la loro prova di umanità, scambiata per una sfida all'oscenità: Mohsen riceverà minacce di morte, mentre Vincenzo sarà ostracizzato per aver posto delle croci sulle sepolture di corpi senza nome. Ma il sentimento di fratellanza e gratitudine reciproca che li lega aumenterà lettera dopo lettera e permetterà ad entrambi di continuare a portare avanti il loro compito.

Siamo tutti migranti

La storia di Vincenzo e Mohsen è stato il punto di partenza di questo racconto, lo spunto iniziale per descrivere un viaggio più complesso di quello delle loro lettere. Le questioni che i flussi migratori ci impongono sono state “alleggerite”, ponendo sullo sfondo due realtà che parimenti classificano e giudicano dei gesti di umanità.

Mettersi nei panni di un migrante è difficile, soprattutto se identificato erroneamente con chi sbarca sulle nostre coste come profugo. Ancora più faticoso è capire cause e motivazioni: perché queste persone si spostano, lasciando le proprie casa e il loro paese? «La spinta al movimento, alla ricerca di qualcosa di migliore - afferma Irene Dionisio - è connaturata al genere umano, è naturale. C'è chi lo fa solo per lavoro, e chi invece lo fa banalmente per "salvarsi", come ci ricorda Vincenzo».

Tra chi sventola bandiere e chi sfoglia una rivista, c'è chi non perde la speranza e la voglia di vivere, anche se non tutti vincono la scommessa col mare. Vincenzo e Mohsen restituiscono la dignitàa quelle persone che non ce l’hanno fatta così che, almeno da morti, abbiano un posto dove vivere in pace.

[...] Ma chi te cride d'essere...nu ddio?

Ccà dinto,'o vvuo capi,ca simmo eguale?...

...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;

ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".

Totò, A' livella

"Sponde. Nel sicuro sole del Nord" ha vinto il Premio "Solinas" Miglior Documentario per il Cinema 2012, è stato presentato al Festival dei Popoli 2015 a Firenze vincendo il premio "Mymovies".