Sulla corda o nel cappio? L'aborto nei nuovi stati membri

Articolo pubblicato il 08 aprile 2004
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Articolo pubblicato il 08 aprile 2004

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Con la fine del comunismo, paesi come la Polonia hanno minato il diritto all’aborto. Eppure anche laddove v’è tutela, resta scarso l’uso delle moderne tecniche contraccettive.

L’aborto libero, su richiesta, si diffuse all’ombra del Cremlino, spargendosi attraverso l’Europa centro-orientale, sin dagli anni ‘50 fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Da quando poi la cortina di ferro del preservativo si è dimostrata la barriera più efficace rispetto alle moderne tecniche contraccettive, l'aborto è rimasto l'unica scelta realmente opzionabile dalle donne.

Le conseguenze di ciò posson essere viste nel panorama sbilenco delle pratiche d’aborto nell’UE allargata. I paesi dell’antico blocco orientale mostrano costantemente tassi di aborto alti ed un basso uso di contraccettivi, rispetto all’Europa occidentale che, ad l'eccezione dell'Irlanda, introdusse progressivamente l’aborto soltanto a partire dagli anni ‘60. Questo in parte perché nelll’Europa orientale i contraccettivi ormonali e la spirale, sebbene sempre più disponibili sul mercato, restano assai costosi. Inoltre, è provato che al di fuori dei centri urbani qualsiasi mezzo di contraccezione è introvabile. Ad oggi in paesi come Estonia, Lettonia, e Lituania i moderni metodi contraccettivi vengon usati solamente da meno di un terzo delle donne in età fertile. La percentuale è più alta nella Repubblica ceca e in Ungheria, ma resta ancora largamente dietro la media UE che raggiunge approssimativamente il 70%. Un deficit nell’uso dei contraccettivi appunto bilanciato dalle grandi percentuali di aborto libero, su richiesta, disponibile durante le prime 12 settimane di gravidanza.

C’era una volta la Polonia

Come gli altri paesi COMECON, sotto il comunismo in Polonia l’aborto era libero, legale, purché a provvedervi fosse lo stato. Un referendum del 1993 restrinse l'aborto legale ai casi in cui vi fosse pericolo per la vita della madre, per malformazioni del feto, o nei casi in cui la gravidanza fosse frutto di uno stupro o d’incesto. Al voto fece seguito una campagna lunga quattro anni promossa da un consorzio aperto che univa insieme il movimento Solidarnosc di destra, la Chiesa Cattolica Romana e l’ordine dei medici – una collaborazione in grado di esercitare, secondo i gruppi favorevoli a una pianificazione delle nascite, una "pressione enorme e persistente” su una società "inesperta a dibattere e difendere una posizione favorevole alle scelte individuali”. In un paese per il 95% cattolico, con collegamenti forti con la Chiesa Cattolica Romana, questo referendum sembrò comunque un po’ troppo trasparente. E la mancanza di statistiche ufficiali non ci dice tutta la verità sulla situazione reale.

Una legge misteriosa e sfuggente

Il referendum ha permesso un calo drammatico del numero di aborti ufficiali da 105.333 nel 1988 a soltanto 124 nel 2001. Numeri che ingannano? Sembrerebbe proprio così. La stima annuale non ufficiale degli aborti avvenuti in Polonia ammonterebbe a qualcosa come 80-100.000. La legge “anti-aborto” del 1993 (così com’è conosciuta) ha semplicemente estraniato lo stato dal fenomeno, e dalle donne che abortiscono. E non che si tratti di un gran segreto: mentre i contraccettivi sono ormai liberamente disponibili, l’accesso all’educazione sessuale e alla pianificazione delle nascite resta un fenomeno discontinuo, in particolare fuori dai centri urbani.

Allo stato dei fatti, il clima attuale non conduce in alcun modo ad aborti legali negli ospedali statali. Secondo Piotr Kalbarczyk, direttore Towarzystwo Rozwoju Rodziny (l’organizzazione polacca per la pianificazione delle nascite) i dottori hanno paura ad eseguire degli aborti per timore di ripercussioni. Aggiungendo anche, però, che un rifiuto ufficiale di eseguire un aborto può essere “un modo per costringere le donne a servirsi di cliniche private”, dove un aborto illegale può costare tra i 300 ed i 1.000 $ in base alla complessità della procedura.

Le conseguenze per le donne polacche sono ben documentate. La richieste tese a ottenere aborti legali vengon rifiutate senza possibilità di appello. Gli ospedali spesso rimandano la loro risposta fino al trimestre critico. Un muro di silenzio che può avere conseguenze drastiche per donne vittime di aborti frettolosi, che spesso muoiono a causa della mancanza di cure mediche adeguate.

Le promesse elettorali della Alleanza Democristiana di Sinistra (SLD) riguardo alla pianificazione delle nascite, non si sono concretizzate, un fatto che alcuni attribuiscono alle intense pressioni provenienti da amibenti vicini alla Chiesa. E’ improbabile che le politiche cambino. Come Irlanda e Malta, la Polonia ha incluso un protocollo nel suo accordo di adesione in cui viene assicurato che le normative europee non mineranno le sue restrizioni in tema d’aborto.

Famiglie felici

L'Unione europea non può armonizzare la legislazione sull’aborto. Anna Van Lancker dell’MEP prevede che questo sistema di “pari pressioni” porterà eventualmente alcuni stati ad allinearsi con la maggioranza. Il panorama europeo corrente illustra molto chiaramente che laddove l'aborto è offerto su richiesta, in mancanza di un minimo di controllo delle nascite, le percentuali sono sbalorditivamente alte. In quesi paesi con legislazioni liberali sull’aborto, unitamente a una sistematica educazione sessuale a carico dello stato e con una pianificazione delle nascite, diviene vero il contrario. Così in un paese candidato come la Romania, la media statale di aborti è 6 per donna. Una media che nei Paesi Bassi invece piomba allo 0,15 e allo 0,4 in Francia. In Polonia, nonostante la legge del 1993 è dello 2.2 (1). Quale che sia la soluzione, forse è ora di fare i conti con questi numeri.

(1) Da uno studio del 1994, a cura di Xavière Gauthier: "Nascita d'una libertà: aborto e contraccezione, la libertà delle donne nel XX secolo"