Sul campo a Europavox: gli artisti da tenere d'occhio nel 2015

Articolo pubblicato il 20 giugno 2015
Articolo pubblicato il 20 giugno 2015

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Che l'Europa sia frazionata, in subbuglio, afflitta da una crisi esistenziale, lo si nota appena qui a Europavox. Il festival, oggi alla sua decima edizione, sembra essere la più armoniosa delle unioni, richiamando più di 40.000 persone di ogni età a Clermont-Ferrand, nella regione francese dell'Alvernia, e ospitando 50 artisti, per lo più emergenti, selezionati in 22 paesi.

Di Amar Patel

Questi numeri possono impallidire al confronto con pezzi grossi come Glastonbury (che richiama più di 175.000 persone al giorno) e Roskilde (più di 110.000) ma sono la celebrazione della scoperta, della diversità e dell'unità a dare a questo umile evento un più alto proposito oltre al puro escapismo.

A questa lista si può aggiungere "generosità di spirito" dichiara il co-fondatore e organizzatore Francois Missonnier, che ha concepito anche Rock en Seine. La volontà di accettarsi come individui, spesso con diversi obiettivi, ma anche riflettere sulle cose che abbiamo in comune: è questo, per lui, l'amore per la musica.

Un partner chiave e di riferimento nella crescita del festival è stato il programma Erasmus, che ha celebrato i 25 anni nel 2012 e si è espanso, includendo più corsi per i giovani e iniziative sportive.  Antoine Godbert, direttore in Francia, descrive l'Erasmus come "un programma per aiutare i giovani [sia lavoratori che studenti] a sentirsi più a loro agio in Europa." Vede questo programma di scambi come il modo migliore per costruire una relazione di successo, una relazione in cui siamo aperti alle influenze dall'intero continente.

Europavox quindi prende senza dubbio ispirazione, e sovvenzioni, dall'Unione Europea. Si tratta però di qualcosa di più di un progetto di vanità? Quanto "scambio" sta avendo luogo? Com'è essere effettivamente in mezzo alla folla? Gli artisti sono davvero bravi? 

La fanfara dell'Unione Europea è ammaliante, e per essere un Inglese che si è appena fatto un giro di walzer al controllo passaporti, per arrivare in Francia più velocemente di quello che serve a divorare il primo croque monsieur, mi sento improvvisamente molto più europeo. C'è molto da apprezzare, sia sul palco che dietro le quinte.

La prima cosa è la scaltra rete di giornalisti operativi sul posto e manager del posto che Missonnier ha creato insieme ai partecipanti di vecchia data Francois Audigier e Didier Viellaut. Ciò non assicura solamente un solido flusso di nuovi talenti tra cui scegliere (il festival al momento accoglie più di 1.000 suggerimenti ogni anno) ma anche la possibilità che  un artista relativamente sconosciuto 'diventi internazionale'.

JoyCut ne è un esempio, una band italiana che, dopo aver avuto fortuna a Europavox, ha suonato all'SXSW e  in centinaia di altri eventi. Un rapido sguardo ai poster degli anni precedenti mostra come le selezioni di Audigier e Viallaut siano state precise: artisti riconosciuti internazionalmente come Baloji, Camille, Vitalic e i Cocknbullkid hanno tutti suonato qui, ad un certo punto della loro carriera. Il lancio di una nuova piattaforma chiamata Best of U promette di accelerare questo processo e connettere nuovi artisti - in particolare quelli al di fuori dei mercati principali - con manager entusiasti e organizzatori di festival. 

Dopo dieci anni, Audigier e Viellaut non hanno perso il loro tocco. Questo weekend offre alcune consuete sorprese. I The Dø, un electric duo franco-finlandese, ci ha corteggiato con una combinazione del falsetto glaciale di Olivia Merilahti con i battiti frenetici di Dan Levy. Merilhati è una figura intrigante sul palco - irruente e serena, volteggiante nella sua tuta rossa e un sipario di capelli fluenti, al suono del penetrante ritornello di 'Opposite ways'. Impressionante anche lo spettacolo di luci.

Un altro duo, I Dumplings, hanno dato vita ad un intenso e talvolta melodrammatico spettacolo, smentento la loro innocente faccia d'angelo. Dallo spumeggiante elettro-groove di 'Freeze' alle melodie caustiche e lamentose di 'How many knives', il gruppo polacco sa il fatto suo quando si tratta di scrivere un motivo accattivante. Il loro sound fra retrò e futurista deve tanto al gruppi anni '80 Bronski Beat quanto ai produttori progressisti come Dorian Concept.

Altri nomi degni di nota sono Robi, più in stile dark wave ma per l'occasione eseguito da una cantante classica francese - introspezione poetica allacciata a una chitarra pungente e torrenti di percussioni. “Le temps s’est arrêté,” sospira in ‘L’éternité’. appropriato. Solamente una cosa può scuotervi da quello stupore - l'implacabile intensità di uno spettacolo di Gojira, niente di meno che la mia prima esibizione metal. L'aggressività controllata tutt'intorno a me, persino nella fossa di pogatori a torso nudo, è stata un'esperienza da vivere.

Super Besse, tre giovanotti da Minsk, hanno eseguito un tributo a Joy Division e all'era post-punk, con i ritmi spigolosi e pressanti. Il cantante Maksim ha interpretato le mosse spasmodiche di Ian Curtis per la nuova generazione. In precedenza quello stesso giorno pochi fortunati hanno assistito la band suonare al resort di Sancy che ha ispirato il loro nome. Un momento tanto dolce quanto bizzarro.

La cantante Denai Moore, con sede a Londra, è stata nel mio radar per un po' e si è presentata ad un forum potenzialmente intimidatorio con facilità consumata. Non è soul come lo intendiamo noi. Pilastri folk come 'No light' hanno congelato il tempo e suscitato emozioni. Tenete a mente quel nome.

D'impronta completamente divera l'internazionalità di Alo Wala ha conquistato una folla discretamente silenziosa sul nuvoloso palco scenico della Scene Factory, con una fusione di kuduro, trap, reggae, "happy bass" e atteggiamenti hip hop. Se c'è una band che personifica la cultura digitale odierna, in cui l'ultima danza popolare nelle favela diventa rapidamente il ritmo ballato nelle discoteche di tutto il mondo, sono questi ragazzi.

Il rapper attivista Shivanai Ahlowalia è assolutamente un maestro di cerimonie - con o senza la band Copia Doble Systema dal vivo - e chi è meglio per condurre questo ballo se non un rapper indiano del Punjab trapiantato a Chicago che vive e lavora a Copenhagen? 'Bend yuh backbone' ha fatto quasi scoppiare una rivolta.

Da qualche altra parte, i GodBlessComputers, originari di Bologna, hanno dato prova di avere fiuto per le armonie orecchiabili e per tradurre i suoni da studio nel live dell'arena.

Purtroppo mi sono perso la one-man band Bror Gunnar Jansson e la sua firma grezza di blues and garage rock, ma non c'è alcun dubbio che il ragazzo abbia un serio talento, nemmeno come cantastorie. Chitarra in mano, evoca un delta della mente, in omaggio ai gusti di Howlin Wolf e Bukka White. 

Forse la performance più impressionante del weekend è stata quella della pop star belga Selah Sue. Con più di un milione di copie vendute del suo album di debutto del 2011 in seguito all'apparizione a Eurovox, ha fatto scalpore sia a casa che in Francia. Non ha però il seguito internazionale di Katy Perry, Ellie Goulding o Jessie J. Per ora...

Non è facile avere un locale che può ospitare 5.000 persone che pendono dalle tue labbra, ma la venticinquenne si presenta con una sicurezza tale che è inevitabile. Ha un'estensione vocale enorme, trasuda fascino e fa funzionare il palco. Può sembrare la ragazza della porta accanto, ma si esibisce sfacciatamente, scoppiettante di energia, inclinando la testa ed enfatizzando con un "uh".

Ogni artist aha bisogno di peculiarità, di sound particolari e i suoi sono quelle uniche inflessioni vocali e quelle frasi contorte - un miscuglio di Erykah Badu, parlata giamaicana e un sacco di altre persone e posti che ha conosciuto. Salta fuori con forza anche Lauryn Hill, Lo spirito dell'epoca di MTV Unplugged, specialmente in 'Freedom time'.

Poi ci sono le canzoni stesse. Sue sembra produrre a comando canzoni di successo, quelle che ti fanno alzare le braccia al cielo, tra le quali 'Alone' e 'Ragamuffin', il tutto con una semplicità di altri tempi - la coreografia non è necessaria. Di sicuro le top star avranno anche canzoni migliori, ma lei può cantare le sue in molti modi diversi ed è questa la qualità di una star. 

Per cui questa è stata la mia esperienza. Occhi aperti, orecchie perforate e cuore riscaldato da molte nuove amicizie. Ospitalità eccezionale e organizzazione ben gestita, per non parlare dei tecnici del suono.

Non facciamo finta che le questioni interne all'Unione Europea possano essere risolte con una festa. Non credo ci sia una soluzione immediata per la burocrazia limitante e gli sprechi che affliggono il progresso nell'Unione. Nemmeno per le problematiche derivate dall'estremismo, scatenate dalle questioni riguardanti l'immigrazione, e alimentate ulteriormente da sistemi di benessere malamente concepiti.

Comunque, credo nella collaborazione e nel perseguire un bene comune. Europavox - in parte festival, in parte fiera - è un buon esempio di entrambi e dovrebbe dare a tutti speranza per il futuro.