Stuck In The Sound: “ci siamo buttati alla cieca”

Articolo pubblicato il 02 marzo 2012
Articolo pubblicato il 02 marzo 2012
Pubblicato sotto l’etichetta indipendente francese Discograph, il gruppo parigino impone la sua presenza con un nuovo album, Pursuit, e sogna un destino internazionale come i Phoenix o gli M83. Con l’ambizione di “fare piazza pulita sulla propria strada”.

All’Alba-Opéra, grazioso alberghetto di atmosfera tipicamente parigina, incuneato fra Opéra, Montmartre e Pigalle, ho incontrato José Reis Fontao e Emmanuel Barichasse del gruppo parigino Stuck in the Sound. All'appello, mancavano gli altri due componenti. Questo non deve far pensare a una faccenda di gerarchia nel gruppo: Arno Bordas ( basso) e François Ernie ( batteria, coro) erano assenti per ragioni personali. In ogni modo, nel gruppo degli Stuck “non c’è un capo, se c’è qualcuno che non è soddisfatto il pezzo non si fa, tutti devono essere d’accordo” assicura José. Immediatamente.

La storia ha avuto inizio una decina d’anni fa, nella regione parigina, in piccoli locali da cui devono passare tutti i gruppi rock. I quattro amici decidono di mollare tutto, lavori di sopravvivenza e studi, per dedicarsi alla loro sola e unica missione: liberare emozioni e piacere alla gente con la loro musica. Dopo l’uscita del primo album (Nevermind The Living Dead), è sul palco che il gruppo si fa conoscere all’inizio. Rock en Seine, Les Vieilles Charrues, o ancora Les Eurockéennes di Belfort. «A Rock en Seine, eravamo come dei ragazzini, abbiamo suonato con i Queens of the Stone Age e i Pixies , per noi era come essere a Eurodisney”. Due gruppi che hanno influenzato i parigini, così come gli Smashing Pumpinks, i Nirvana, I Sonic Youth e anche il cantante brasiliano Caetano Veloso.

“Come in un videogame”

Queste influenze disparate hanno permesso ai Suck in the Sound di comporre brani la cui origine non presenta un denominatore comune: “ogni canzone, ogni creazione ha una storia personale”, visto che l’idea può venire da “Manu” o da José, o magari a partire da una jam session (performance libera di più musicisti) o da un’improvvisazione veloce. Josè continua: ”il suono stuck si costruisce come un puzzle, intorno a un collage musicale, melodie e voce, ma anche a partire da un minuto di improvvisazione particolarmente riuscito”. Ma attenzione ai facili accostamenti o a parallelismi un riduttivi, il loro suono ricco di riferimenti non è un indie rock duro e puro, è solo lo stile musicale di quattro ragazzi nel vento, con un reale desiderio di indipendenza artistica, e che gravita allo stesso tempo intorno ai piccoli locali parigini.

Emmanuel , nutrito di rock indipendente americano degli anni 90, dichiara che a loro piace sia “suonare canzoni sperimentali che ballate pop”. In effetti , con Pursuit, hanno evitato di cadere di nuovo nel “solco” degli album precedenti. Hanno rischiato, cosa che non avevano il coraggio di osare precedentemente. Infatti, dopo un primo disco non-ufficiale, realizzato in fretta e in un momento in cui in Francia l’indie rock era conosciuto solo da alcuni media specializzati, gli Stuck ci hanno dato dentro per tirar fuori un primo vero opus, dopo quattro lunghi anni di studio e ricerca. “Era in progressione, come nei videogiochi, si sbloccava qualcosa e si passava al livello superiore. Ci abbiamo creduto e, a testa bassa, ci siamo buttati alla cieca". Una abnegazione che rende Pursuit “l’album della laurea, senz’altro il più riuscito” aggiunge José. A mio parere, è soprattutto quello che gli permetterà di farne molti altri.

Da qualche parte fra gli Inrocks, i Phoenix e Freud

A voler credere che facciamo un album con titoli molto più pop per allargare il nostro pubblico, si sbaglia”, José Reis Fontao

Quest’album segna anche i dieci anni del gruppo (2002-2012) “sono dieci anni di lavoro macinato, quattro tipi che lavorano insieme e che si conoscono a memoria”. E’ chiaro e palese che gli Stucks suonano e praticano la musica che gli piace, suonare è un po’ “il loro Freud personale”, una terapia, una psicanalisi e “smetteranno quando si sentiranno perduti, come quei gruppi autarchici” che si chiudono o si perdono fra barriere di ordine estetico o commerciale, perché non hanno più la distanza necessaria nei confronti della loro musica. Eppure non respingono l’attuale sistema musicale, perché sono consapevoli che oggi “è la rete che può favorire l’evoluzione delle tendenze”. Quello a cui tendono, ripetiamolo, è che il pubblico esploda e gioisca, ma detesterebbero, soprattutto José, una carriera tipo Coldplay: “riempire gli stadi mi darebbe un’angoscia pazzesca”.

Josè e i suoi tre compagni sperano soprattutto che lo stile stuck si diffonda un po’ dovunque, visto che il loro desiderio più grande è quello di continuare a fare buona musica e a incontrare i gusti dei più: “Il pubblico è arrivato progressivamente e si è ampliato poco per volta”. Bisogna ricordare che all’inizio i loro fans erano soprattutto giovani, poi sono arrivati i “quarantenni”. Diciamocelo, Manu vuole arrivare a tutti tipi di persone, non solo al francese qualunque. Il gruppo occhieggia i successi internazionali dei colleghi Phoenix e M83. Cosa importa, il gruppo messo in luce nel 2004 nel concorso CQFD degli Inrocks (Ceux qu’il faut découvrir) ha già percorso un buon tratto di strada. Un singolo (The Boy) li spinge direttamente alla ribalta. E ormai Stuck in the Sound possiede la propria etichetta indipendente, ai margini delle grandi major dell’industria discografica, con valori molto vicini all’underground, alla controcultura, sempre alla ricerca di un rock puro, autentico. Lontano, molto lontano dagli standard commerciali.

Foto di copertina: © Julien Mignot; testo: © cortesia di Discograph; Video: pierrecable/YouTube, golobl/YouTube.