Strage di Ustica: "Qui sait doit parler", chi sa parli

Articolo pubblicato il 11 gennaio 2011
Articolo pubblicato il 11 gennaio 2011
A trent'anni dai fatti nessuna responsabilità è stata accertata e molti scommettono su di un mistero che rimarrà per sempre tale. Ma se in Francia un aereo civile venisse abbattuto da un missile straniero in tempo di pace, uccidendo tutti i suoi passeggeri innocenti, il popolo e il governo francesi non pretenderebbero perlomeno di sapere perché? Radio città del Capo scommette di sì.

Il 27 giugno 1980, in una serena serata estiva, pochi secondi prima delle 21 un aereo di linea italiano in volo da Bologna a Palermo scompare dalla vista dei radar a nord dell’isola di Ustica. Condizioni meteorologiche ottimali, nessun guasto strutturale, nessun segnale d’allarme. Da un momento all’altro, il DC-9 Itavia con a bordo ottantuno persone esplode in volo. Soltanto 39 corpi vengono recuperati. Già dalle prime ore dopo il disastro, entrano in azione i depistaggi ad opera di chi la verità la conosceva ma aveva tutto l’interesse ad insabbiarla. Al contrario di ciò che spesso si dice quando si parla di Ustica – “uno dei tanti misteri italiani”, si dice –, oggi la verità la conosciamo: sul nostro cielo, quella sera, riprendendo le parole con cui il giudice Rosario Priore concluse, nel 1999, l’istruttoria sulla strage, “è stata spezzata la vita a ottantuno cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”.

“Ustica: qui sait, doit parler”, chi sa parli. È il nome dato alla campagna di informazione, lanciata dall’emittente bolognese Radio Città del Capo nel giugno di quest’anno, il cui obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica francese sul “caso Ustica”, di cui essa è in grandissima parte ancora ignara. I proventi raccolti sono destinati all’acquisto di banner e spazi sui principali quotidiani on-line francesi, tra cui Liberation.fr e Slate.fr, nella speranza che l’Eliseo sia portato a rispondere sulla spinosissima questione che non ha mai realmente voluto affrontare. Nel giugno scorso, in occasione dell’anniversario dei trent’anni dalla strage, nonostante il Quai d’Orsay abbia dichiarato all’Ansa che la Francia era pronta a “cooperare pienamente” per giungere alla verità su Ustica, ad oggi nessun atto concreto è seguito a quelle parole.

La pista francese potrebbe fare breccia nel cosiddetto muro di gomma contro cui per trent’anni in Italia si è scontrato chiunque abbia cercato di capire cosa realmente successe nel cielo di Ustica. Per troppi anni, prima che l’istruttoria venisse affidata, nel 1990, al giudice Priore, deciso ad andare fino in fondo nelle indagini, il caso venne trattato in modo superficiale. al punto che se nel 1987 non fosse nata l’associazione dei famigliari delle vittime della strage con ogni probabilità l’inchiesta sarebbe stata archiviata come una sciagurata fatalità. Eppure, sin dalle prime ore dal disastro fu chiaro negli alti livelli dell’Arma e del governo che a far precipitare il DC-9 non era stato, come per anni l’Aeronautica militare ha sostenuto, un cedimento strutturale. Né sta in piedi la tesi della bomba, che avrebbe dovuto essere collocata, secondo l’unico collegio peritale che ha sostenuto questa versione dei fatti, nella toilette dell’aereo: resta infatti inspiegabile come abbia potuto rimanere perfettamente intatto il WC che avrebbe dovuto contenere l’ordigno. L’Aeronautica italiana, che tutt’ora sostiene con decisione la tesi della bomba – impresa che persegue con l’aiuto del sottosegretario Giovanardi, principale fautore dell’ennesimo depistaggio che costella la storia di Ustica – ha mostrato di avere tutto l’interesse a che non emerga una verità molto più complessa e molto più indicibile. Grazie al meticoloso lavoro di Priore, oggi sappiamo che il DC-9 Itavia, coi suoi ottantuno passeggeri, fu vittima di “un’azione militare di intercettamento messa in atto, verosimilmente, nei confronti dell’aereo che era nascosto sotto di esso”. radar1.gifL’analisi dei dati radar di Roma Ciampino, gli unici miracolosamente scampati alla sistematica distruzione delle prove, mostra che quella sera, contrariamente a quanto a lungo asserito dalla nostra Aeronautica, vi era una situazione di intenso traffico aereo militare sui cieli del Tirreno. In volo, al momento del disastro, vi erano, oltre a quelli italiani, anche aerei francesi, americani e libici. Un vero e proprio scenario di guerra, nel quale è rimasto coinvolto il DC-9 in volo da Bologna a Palermo, carico perlopiù di persone in partenza per le vacanze estive, ignare delle tensioni internazionali e lontane da quella guerra fredda che nel 1980, dopo un lungo periodo dominato dalla distensione, era appena entrata in una nuova fase di tensione tra i due blocchi. All’inizio del decennio iniziava a delinearsi anche la crisi del bipolarismo, con l’emergere di nuove potenze mondiali e con l’acutizzarsi della conflittualità Nord-Sud. Fattore critico e di instabilità nell’area mediterranea era al tempo la Libia di Gheddafi, artefice di una politica estera aggressiva e ricattatoria, basata sulle ingenti esportazioni di petrolio. Il Presidente libico e leader della jamahiriya di nemici ne aveva molti, e pare che proprio quella sera del 27 giugno 1980 fosse programmato un suo volo da Tripoli a Varsavia. E come dimenticare il Mig 23 libico precipitato sui monti della Sila probabilmente lo stesso 27 giugno 1980, oggetto di così tanta attenzione da mobilitare persino il capo del SIOS Aeronautica, i Servizi e la CIA. Un Mig dalla carcassa forata da proiettili – con un pilota che indossava, inspiegabilmente, indumenti della nostra Aeronautica militare.

Allargando la visuale da Ustica all’intero Mediterraneo, appare sempre più verosimile l’ipotesi che vuole che il DC-9 Itavia si sia ritrovato al centro di una guerra aerea condotta contro la Libia – o addirittura contro il suo capo di Stato. Non si hanno elementi probanti per affermare che Ustica effettivamente fosse il tragico epilogo di un fallito attentato opera del governo francese. Eppure non mancano autorevoli testimonianze in tal senso. Il giorno dell’abbattimento del DC-9, l’ex generale dei Carabinieri Niccolò Bozzo si trovava in vacanza a Solenzara, in Corsica, dove si trova una base dell’Aeronautica militare francese. Bozzo racconta che quella notte partirono dalla base corsa aerei Mirage e F104 fino alle 3,00 del mattino. Per contro, la Francia ha sempre dichiarato che la base di Solenzara restò inattiva quel giorno. Inoltre, nel 2008 Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio dei ministri nel giugno 1980, ha dichiarato a Sky Tg24 di essere stato a suo tempo informato dai nostri servizi segreti della responsabilità francese in merito a Ustica: “Credo però che non si saprà mai nulla di più. La Francia sa mantenere un segreto e si è sempre rifiutata di rispondere alle nostre domande. I francesi non lo diranno mai. E se qualche giornalista insiste, chissà che non abbia un incidente d'auto".

Resta il fatto che all’inizio del giugno 1980 le relazioni libico-francesi erano peggiorate a causa di diversi contenziosi aventi per oggetto sia la Tunisia, paese quest’ultimo nel quale libici incoraggiavano azioni volte a rovesciare il regime del filo-francese Bourguiba, che il Ciad, dove i due paesi si contendevano la striscia di Auzou, ricca di uranio. Lo stesso Giscard d’Estaing, presidente all’Eliseo nel 1980, riconosce nelle sue memorie come un cambio di governo a Tripoli sarebbe risultato assai gradito a Parigi.

Nonostante la sconcertante rivelazione di Cossiga di due anni fa abbia dato nuovo impulso all’inchiesta su Ustica, riattivando la pista francese, anche il 2010 si è chiuso con un nulla di fatto. Unico strumento nelle mani della magistratura per procedere in Francia è la rogatoria internazionale. Tuttavia chiedere è un diritto e rispondere è una cortesia e, come tante altre volte in passato, Parigi potrebbe ignorare le rogatorie. Eppure, dati gli elementi a disposizione, varrebbe la pena perlomeno di insistere a bussare alla porta dell’Eliseo. Campagne di sensibilizzazione in Francia, come quella lanciata dalla radio bolognese, ricercano l’appoggio dei cugini d’oltralpe, che in questo caso potrebbero dimostrare di essere ben più capaci di noi di generare quel sussulto di dignità nella società civile, ultima speranza di attivare quella volontà politica senza la quale troppo spesso accade che nulla si muova, e Ustica è un esempio principe.

Per saperne di più sulla strage di Ustica: stragi80.it