Storie di sport: il Leicester vola all'Etihad Stadium

Articolo pubblicato il 07 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 07 febbraio 2016

"Esistono storie che non esistono", verrebbe da dire. "Fermati attimo, sei bello!", se si volesse apparire dei citazionisti arguti. Di come Vardy, Ranieri, Mahrez, Huth, i tifosi dei foxes e via dicendo, stiano scrivendo la favola sportiva dell'anno. Riassunto di un miracolo calcistico. (La sintesi del match è in fondo all'articolo. Leggere, però, non fa male agli occhi.)

Delle volpi in Premier

Quando una squadra neo-promossa in Premier League, la massima serie calcistica inglese, arriva 15esima alla fine di una sudatissima stagione, ha un solo pensiero fisso in mente: pensare a programmare la salvezza dell'anno successivo. Una scelta estiva stupisce la piazza: allontanare mister Nigel Pearson, artefice della doppia promozione dalla League One alla Premier, passando per la Championship (la Serie B inglese). Il football club della principale città delle East Midlands è infatti tornata rapidamente là, nella divisione alla quale appartiene (48 stagioni in prima categoria e un secondo posto nel 1929) dopo un solo anno di purgatorio nella terza serie. I proprietari t(h)ailandesi della società, leader multimilionari nel mercato del duty free con la loro KingPower, decidono però di affidare la panchina ad un affermato allenatore italiano.

Il vecchietto che non ha vinto niente

A luglio 2015 è infatti annunciato il nuovo coach: Claudio Ranieri, già allenatore di Chelsea, Parma, Juventus, Inter, Roma, Monaco e altre. Recentemente, con pessimi risultati, è stato CT della nazionale greca. Tony Cottee, ex attaccante dei blues di Leicester a cavallo dei due secoli, dichiara alla stampa locale di reputare «un abbaglio la scelta della dirigenza. È un grande rischio affidarsi ad un allenatore che è stato lontano dall'Inghilterra negli ultimi 10 anni.Pearson invece avrebbe dato continuità ai buoni risultati ottenuti nella stagione passata». Mai pronostico fu più sbagliato. 

Ranieri ha un passato mediatico e tecnico burrascoso. È famosa anche oltremanica la sua eterna diatriba con Josè Mourinho, suo rivale negli anni in cui il portoghese sedeva sulla panchina dell'Inter e Ranieri su quelle di Juventus, prima, e Roma, poi. Accusato dallo Special One di «non aver mai imparato l'inglese in 4 anni quando allenava il Chelsea» e di «non aver vinto nulla se non qualche coppetta» (per la cronaca: Coppa Italia e Supercoppa con la Fiorentina nel 1996, Supercoppa europea nel 2004 con il Valencia, più tanti piazzamenti e trofei minori).

L'allenatore romano (che l'autore ricorda con rispetto per gli anni di transizione bianconeri post-Calciopoli) ebbe l'aplomb di dichiarare in seguito a queste dichiarazioni: «[Mourinho] cerca sempre lo scontro perché vuole caricare la sua squadra. Da un po’ di tempo stava tranquillo, ma adesso ha bisogno di caricare i suoi perché affronta due partite molto importanti. Facendo così, alza la tensione dei propri giocatori. È bravissimo e bisogna riconoscerlo».

Mourinho è un genio del calcio e, infatti, dopo questa risposta andò a vincere un certo Triplete, per il quale molti si leccano ancora le dita e le odierne ferite. Ma Claudio il "Temperato" non è la "pippa" che molti credevano. Aspetta il suo momento. Forse è arrivato il suo anno? «Corna in terra e lavorare,» direbbe lui.

Fire

La prima partita della Premier League 2015/2016 vede il Leicester affrontare il Sunderland: i padroni di casa uscire dal King Power Stadium vincitori, con un sonoro 4-2. Ranieri carica i suoi facendo loro ascoltare Fire dei Kasabian negli spogliatoi. Mourinho ha da ridire pure su questa trovata e commenta: «Se io facessi vedere Il Gladiatore ai miei mi prenderebbero per fesso». I Kasabian hanno avuto ragione sul lusitano questa volta. 

L'inizio di stagione è meraviglioso. Tre vittorie e tre pareggi tra agosto e settembre. Si arriva così, con una classifica sorprendentemente tranquilla, al 26 settembre. Il Leicester deve affrontare tra le mura domestiche l'Arsenal di Arsène Wenger che, come ogni anno, sta viaggiando ad alta velocità durante il girone d'andata. Poi si sa, crollerà. Bei tempi quelli di Henry, VieiraPires e Bergkamp. La vittoria dei londinesi è schiacciante: 2-5 per i Gunners, il bambino meraviglioso Sanchez si porta a casa il pallone dopo una tripletta.

Ma il Leicester, superato velocemento lo shock, inanella una nuova striscia positiva dopo la batosta. Arrivano 5 vittorie ed un pareggio. Non soffre in trasferta e accumula punti, sia lontano che dentro all'ex Walkers Stadium. Il 28 novembre giocano e pareggiano un match durissimo contro il Manchester United di Van Gaal: corazzata ricostruita con mercati estivi ridicolmente costosi e alla continua ricerca di un'identità. Identità che non può coincidere con Fellaini, trequartista di peso. Quella è una crisi d'identità. 

C'mon Vardy, let's go party

Di Jamie Vardy si è già detto tanto. Operaio a 16 anni per pagarsi gli studi; costretto a tenere per mesi una cavigliera elettronica, perchè relegato ai domiciliari dopo una rissa; un passato tra Prima categoria, Eccellenza e Dilettanti. Poi la chiamata del Leicester ed il trasferimento più costoso della storia per un "dilettante": 1 milione di sterline versato nelle casse del Fletwood, dopo una stagione da 34 goal in 42 partite, tra Quinta serie e FA Cup.

Jamie arriva alla sfida contro i Red Devils con un obbiettivo che avrebbe fatto innervosire pure Alessandro Matri: superare il record proprio di Ruud Van Nistelrooy. Ho scelto Alessandro Matri per il paragone, perchè rappresenta, secondo me, il calciatore che si lamenta poco. Professionista. Facile però farlo se a casa, poi, ti aspetta Federica Nargi

Vardy segna. La rete, che riporta in parità il risultato e lo fa salire nell'Olimpo del calcio inglese, è di una semplicità disarmante. Semplice da raccontare e semplice, per lui, da realizzare. Jamie ha infatti un dono particolare, lo racconta a Fox Sports UK in un documentario a lui dedicato (purtroppo non reperibile in italiano, e pieno di diversi accenti british, che nemmeno Pizzo Calabro e Poggibonsi). La partita finisce 1-1 e Vardy ha segnato per l'11esima partita consecutiva. Quattordici i goal totali. È record.

Nello speciale, confessa ai giornalisti inglesi di come lui abbia «migliorato solo i punti deboli. Corro da sempre e so tagliare il campo al momento giusto, questo è il mio stile. Cerco di migliorare dove ho delle lacune. Ma non cambierò mai il mio modo di giocare»Ranieri sembra aver intuito le potenzialità devastanti di un giocatore del genere: veloce, anzi velocissimo, un geometra della trequarti. Taglia il campo con diagonali vertiginose, come se avesse delle righe e delle squadre al posto del cervello; uno stop da sprinter di football americano. Se il pallone dista 3 metri da lui e uno dal difensore, sarà il 28enne numero 9 di Sheffield a prendere la palla. Sempre.

Il vero nove

I suoi compagni di squadra ammettono come Vardy abbia reso più facile per tutti affrontare le partite. Una volta recuperata la palla (Kanté e Drinkwater sono dei maestri di quest'arte "minore"), ai compagni basta alzare la testa e lanciare Jamie: non importa se il passaggio non è preciso. Lui ci arriverà. E se è marcato? Palla a Mahrez che qualcosa inventerà (14 i goal stagionali per l'algerino, altra grande rivelazione della stagione). Chtulhu, perdonaci per la musica tamarra nei montaggi calcistici su Youtube. 

Il 2 febbraio il Leicester è primo in classifica, davanti a Manchester City e Arsenal. Affronta nel proprio stadio il leggendario Liverpool, recentemente affidato al tedesco Klopp, autore di un'altro miracolo calcistico sulla panchina del Borussia Dortmund. Jamie Vardy segna il 17esimo ed il 18esimo goal della sua straordinaria annata. Il primo è un capolavoro di forza, balistica e incoscienza. Calcia da 25 metri dopo aver inseguito il pallone a velocità folle ed aver aspettato il rimbalzo giusto. Mignolet è battuto. La partita finisce 2-0 e il Man City rimane a 3 punti di distanza.

Huth, lo spilungone che calciava fortissimo a PES 5

Sabato 6 febbraio arriva il big match, la sfida per molti decisiva. Se le volpi stanassero il cacciatore azzurro dal loro bunker anche i bookmaker cambierebbero idea. Il Leicester all'inizio del campionato era offerto 5.000 a 1 nella quota per il vincitore della Premier. Il City era tra i favoriti. 

Manuel Pellegrini se ne andrà. È stato annunciato l'arrivo di Pep Guardiola dalla stagione 2016/2017 (ah, gli sceicchi quanti piccioli che hanno). L'allenatore cileno si affida al tridente Aguero-Sterling-Silva, supportato da Yaya, Fernandinho e Delph. Uno squadrone che affronta il collaudatissimo 4-4-2 di Ranieri. Al 15esimo la statistica del possesso palla è inclemente: 68% a 32% per il City. Ma, come si sa, il calcio non è fatto di sole statistiche. Dopo 120 secondi infatti il risultato è stato sbloccato in mischia da Huth, spilungone teutonico, ex difensore di Chelsea e Stoke ed eroe delle punizioni calciate di potenza per chi ha passato la propria infanzia davanti a PES 5.

Il City in questa frazione si rende pericoloso con una serpentina velenosa di David Silva e poi con una doppia passeggiata nell'area difesa da Schmeichel Jr sul finale della prima frazione di gioco. Reclama giustamente un rigore per fallo su Zabaleta. Sulla punizione scaturita da questo fallo Huth si immola come uno Schwarzenegger qualsiasi. Il Leicester si è reso pericolosissimo con le sue proverbiali ripartenze, di Drinkwater e Vardy le più importanti: la squadra è una molla, si schiaccia e riparte portando via con sé il centrocampo del City, spazzato via dalla velocità dei giocatori vestiti di nero.

Nemmeno il tempo di bere un caffè o togliersi il pigiama che da Fox Sports arriva un urlo: Mahrez ha segnato un bellissimo goal da fuori area. 0-2. Il Leicester è padrone del campo. Il City allo sbando. Escono i senatori Tourè, Delph e Silva. La musica però non cambia. Al 60esimo Huth segna il terzo goal con un preciso colpo di testa su azione da calcio d'angolo. Si esulta anche nel nostro salotto. La favola, almeno oggi, avrà un lieto fine. Ininfluente la bella marcatura (seppur in fuorigioco) del Kun Aguero. È l'80esimo e ormai la partita non ha più molto da dire. Se non che il terzino tedesco Fuchs azzarda dei dribbling sulla fascia come se fosse Dani Alves, e Jamie Vardy reagisce agli sfottò del pubblico di casa dopo aver sbagliato per la seconda volta un goal. Il gesto con le dita della mano è di "tottiana" memoria.

Il gesto di Vardy però non è strafottente. Non è carico di risentimento o voglia di offendere. Sembra parlare direttamente con il suo interlocutore e dire: «Intanto tieniti in tasca questi tre, che se segno vengo a esultarti sotto lo spicchio». Jamie non segna. Per fortuna o purtroppo. Il City tira fuori le unghie nel finale, d'altronde è una grande. Ma il Leicester, che è solo una meraviglia, resiste. +6 e ora sotto con l'Arsenal per la prova più difficile.  

Dall'Etihad Stadium è tutto. Della storia di Vardy e Ranieri speriamo di poterne riparlare in futuro come della volta in cui il Leicester vinse il suo primo campionato inglese, a dispetto di tutto e tutti. (Infine, la sintesi annunciata.)