Storie di migranti europei: una sposa in fuga dai Balcani

Articolo pubblicato il 22 luglio 2015
Articolo pubblicato il 22 luglio 2015

Esistono anche storie di migranti e rifugiati "europei", molto vicine a noi. Questo è il racconto di una ragazza macedone costretta a fuggire dai Balcani, a causa di un padre violento e di un matrimonio combinato. Ha cercato rifugio in Germania e ora, tra lo spettro del respingimento e mille difficoltà, porta avanti una gravidanza con l'uomo che ama.

Aleksandra* siede su una panchina. Ride. Accarezza il suo pancione. È nata in Macedonia ed è fuggita di casa la notte prima del suo matrimonio. Ha lasciato la sua terra con l'uomo che ama, il padre del bambino che porta in grembo. L'altro, quello che le era stato imposto di sposare, è rimasto invano ad attenderla all'altare. 

Siamo in una cittadina della Germania orientale (manteniamo la località riservata per tutelare la giovane ragazza, n.d.r.). Il centro per i rifugiati, aperto in fretta e furia a maggio, è ancora un cantiere. I muratori si occupano degli ultimi lavori e la terra bruna attende d’essere seminata a prato. Un mucchio di biciclette appoggiate alle transenne rivela però la presenza di alcuni ospiti: sono 80 i rifugiati che vivono in questo centro, un crocevia di storie tra campi e palazzoni di periferia.

Ha appena 22 anni, ma sembra più grande. Aleksandra ha conosciuto il suo ragazzo alle scuole superiori. Suo padre non approvava quella relazione: «Mi ha rinchiusa in casa. Mi picchiava. Voleva costringermi a sposare un altro uomo. Da quando ho lasciato quella casa mi sento meglio. Ho iniziato a riprendere peso». Ricorda a malapena l’interminabile viaggio verso la Germania: «Mia sorella ha trovato il passaporto che mio padre aveva nascosto. Ho scavalcato la finestra e ho raggiunto la stazione dei bus. Lì mi aspettava il mio ragazzo. Stavo male. Tremavo. Sono salita su un autobus. Serbia, Ungheria, Austria. Non ricordo tutti gli Stati. A un certo punto siamo arrivati a Stoccarda. Era il 10 dicembre 2014. Abbiamo atteso tutto il giorno fuori. Faceva freddo. Quella notte abbiamo dormito per strada. Poi, per 18 notti, in una camera con altre 30 persone». Dopo il centro di Stoccarda, Aleksandra e il suo ragazzo sono stati spostati in altri quattro centri e altrettante città.

L'arrivo della posta: terrore e speranza

Quando arriva la posta, tutti si precipitano fuori. I richiedenti asilo attendono la convocazione al colloquio con la commissione che deciderà se approvare o respingere la loro richiesta. Nessuno sa quanto durerà l’intero processo: c’è chi rimane nei centri per anni, chi in quindici giorni risolve le pratiche. La convocazione può essere comunicata da un giorno all’altro: le interviste sono lunghe ed estenuanti e i rifugiati non vengono preparati.

Aleksandra ha già affrontato la commissione: la lettera di respingimento è tra le sue mani, muta e improrogabile condanna. «Non posso tornare in Macedonia. Mio padre mi ucciderebbe. La mia bambina non avrebbe un futuro. Non ho niente da offrirle. Quando la lettera è arrivata, ho rischiato di perdere la bambina. Ero terrorizzata e sono andata dal medico, che mi ha detto di non pensare ad altro che alla salute della piccola. Adesso vado spesso dal ginecologo. Mi sento stupida ad andarci così spesso, ma non ho idea di che cosa succeda al corpo con la gravidanza. Ho paura. Avrei bisogno di mia mamma».

Con la famiglia, Aleksandra ha rari contatti. «Li ho chiamati dopo un mese che eravamo in Germania. Ho detto loro che sono qui, con l’uomo che amo, e che non devono cercarmi. Due settimane fa, ho telefonato a mia mamma. Piangeva, così ho riattaccato». Sanno che sei incinta? «L’ho detto a mia sorella. Se lei l’abbia detto in famiglia non lo so». 

Le passioni di una ragazza, le speranze lacerate di una donna

«Mi hanno detto che devo firmare una dichiarazione nella quale affermo che me ne vado volontariamente. Rischierei di perdere la mia bambina se mi mettessero su un autobus. Io non firmo», dice Aleksandra. Il suo compagno può restare: la sua richiesta di asilo è stata accolta. «Non siamo sposati, per questo veniamo trattati separatamente. All'inizio ci siamo presentati come famiglia, poi, durante l'intervista con la commissione, siamo stati costretti ad ammettere di non essere sposati. Ma lui è il padre della mia bambina».

L'unico interprete assunto dal Comune (si deve occupare di 400 persone distribuite in sei centri) è la sola persona che può aiutare Aleksandra: «Sta cercando di convincere il dottore a rilasciarmi un certificato medico. Io non so il tedesco: qui non facciamo nessun corso. Non posso nemmeno parlare con l'operatrice sociale».

Aleksandra era una ragazza piena di speranze e sogni. Oggi è una donna a cui è stato strappato il futuro. Di otto fratelli e sorelle, è l’unica ad aver frequentato le scuole superiori. Era brava e le sarebbe piaciuto andare all’università: «La mia vera passione era il teatro». Mentre ripercorre il suo passato sul palcoscenico le brillano gli occhi: «Avevo talento. Sono anche andata in TV e mi sono esibita nella Capitale (in Macedonia, n.d.r.). Il mio maestro mi dava un bacio sulla fronte dopo ogni esibizione: era orgoglioso di me». Gli schiaffi del padre l'hanno invece condannata a rinunciare ai propri sogni.

Angela Merkel risponde a una ragazza palestinese che reclama il proprio diritto di ottenere asilo in Germania Repubblica TV 16 luglio 2015 

Sull'onda emotiva di questo episodio, il dibattito sulla politica tedesca verso i rifugiati ha oltrepassato i confini nazionali. Pochi giorni fa è stato reso noto che la ragazza potrà probabilmente restare a Rostock, in Germania, anche in seguito ad una nuova legge che entrerà in vigore dopo l'estate. Invece non sappiamo ancora se la posizione di Aleksandra potrà essere riesaminata. (L. Be.)

*Aleksandra è un nome di fantasia. Abbiamo mantenuto riservato il vero nome della ragazza per tutelare la sua incolumità.