Stati Membri di serie B?

Articolo pubblicato il 19 settembre 2005
Articolo pubblicato il 19 settembre 2005

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I nuovi membri dell’Ue insistono per ottenere la possibilità di muoversi liberamente tra le nazioni europee e allo stesso tempo temono che tale libertà possa generare la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Benvenuti nei paradossi delle frontiere aperte!

Mentre nell’Europa centro-orientale si teme l’emigrazione di lavoratori qualificati – soprattutto di ingegneri, infermiere e medici – in quella occidentale si teme il flusso di immigrati. La maggioranza degli Stati dell’Unione Europea premono per ottenere un ampliamento delle regole che disciplinano gli “spostamenti transnazionali” per i lavoratori e le libere merci, e invocano il rispetto dei quattro fondamenti delle libertà europee. Parte integrante e nucleo, questi ultimi, dei Trattati di Roma del 1957.

Inoltre coloro che provengono da nuovi Stati membri come Malta o Cipro non beneficiano della possibilità di spostarsi e lavorare anche negli altri stati della Comunità Europea, ma generalmente si fa riferimento al modello due+tre+due. Nel 2006 entreranno in vigore le regole definite dai vari stati, cosìcche la Commissione possa esaminare la situazione generale e spiegare dove e perché si vogliono mantenere i divieti. Questo controllo ha avuto inizio tre anni fa e le limitazioni potranno essere prorogate solo un'ultima volta.

Prima il permesso di lavoro

Questo significa che i cittadini europei polacchi, lettoni o cechi, solo per citarne alcuni, potranno ottenere un permesso che faccia loro guadagnare l’accesso al mercato del lavoro tedesco, austriaco o belga. Al momento i criteri adottati in materia di libertà di entrata variano da stato a stato e dipendono strettamente dalla situazione interna del mercato del lavoro. Soltanto in Irlanda, in Svezia e nel Regno Unito – seppure con qualche limitazione per quest'ultimo – il permesso non è indispensabile. Inoltre anche lavorare in proprio, come in Germania fanno piastrellisti e macellai, può essere fonte di grossi problemi.

Queste limitazioni sono comunque valide anche nei nuovi Stati membri: un lavoratore tedesco non può infatti cercare lavoro in Polonia se non è munito di un regolare permesso. I neo cittadini europei non sono quindi cittadini di secondo livello, come è stato affermato in un' intervista del 2001 dalla Commissaria alle Relazioni Esterne Benita Ferrero-Waldner. Anche questi Stati hanno richiesto e introdotto molte regole: per esempio la Polonia ha stabilito che l'età minima per poter andare all’estero alla ricerca di lavoro è diciotto anni.

Immigrazione: una minaccia?

Le preoccupazioni per il consistente numero di lavoratori in emigrazione crescono nell'Europa orientale. Nel 2001 il centro di ricerca tedesco CESifo Group aveva previsto che nei successivi quindici anni sarebbero immigrate circa quindici milioni di persone. Mentre oggi risulta chiaro che non c'è stata nessuna onda immigratoria. «Da qui al 2030 non più di 3.7 milioni di persone si trasferiranno dai nuovi Stati membri nella vecchia Europa» sottolinea Herbert Brücker del German Institute for Economic Research di Berlino. L'1% tutt’al più dei lavoratori che risiedono nell'Europa centro-orientale ha cercato una nuova vita ad Ovest, nonostante sia stata concessa la libertà di varcare le frontiere. Quando una persona lascia la sua patria, infatti, non entrano in gioco solo questioni di natura giuridico-legale: differenze culturali, linguistiche e lavorative hanno un grosso peso in questi casi. Fino a bloccarli nel fare il grande passo.

L'emigrazione parallela viene dal Sud

La paura dell’ingresso di altre popolazioni nel proprio paese si propaga nel tempo: dall'ingresso nell'Unione Europea di Grecia (1981), Portogallo e Spagna (1986), Paesi che ai tempi non erano ancora del tutto sviluppati economicamente, fino ai Paesi dell'Europa centro-orientale. Uno studio dell'Istituto di economia internazionale di Amburgo Hwwa ha rivelato che ad Amburgo, nell'anno precedente e in quello seguente l'ingresso di questi Stati nell'Unione, i salari degli immigrati, dopo un’opportuna revisione del potere d’acquisto, raggiungevano solo il 60-70% di quelli tedeschi. E in Germania erano già in vigore le misure provvisorie sulla libertà di movimento. Dunque non si può dire che sia già iniziata una grossa ondata di migrazioni.

Guardando al futuro non solo prossimo, l’invecchiamento della popolazione di molti stati come la Germania tenderà a modificarsi, e il sistema a riflettere gli esiti dell’immigrazione: soprattutto perché in molti settori qualificati – tra i quali quello dell’information technology e quello medico – si registra una carenza di offerta... Sicuramente l’immigrazione può aiutare a rimediare alle conseguenze economiche dovute all’invecchiamento della popolazione: perciò non bisognerebbe sottovalutare gli effetti dell’arrivo di nuovi e giovani lavoratori qualificati dal giovane mercato del lavoro dell’Europa centrale e orientale.