Srebrenica, 17 anni dopo.

Articolo pubblicato il 16 luglio 2012
Articolo pubblicato il 16 luglio 2012

Srebrenica, 11 luglio 2012. Questo è il giorno dell’anniversario, della commemorazione. Arrivano da tutta la Bosnia per essere presenti, ricordare, condividere la memoria di quel buio doloroso. Sono passati 17 anni dal giorno del massacro di 8.372 uomini, adulti e ragazzi, compiuto da militari e da paramilitari che rispondevano agli ordini di Ratko Mladic.

Quali colpe per essere uccisi, quali responsabilità per le uccisioni? Di colpa lasciamo parlare altri, mentre di responsabilità, in questa vicenda, ce ne sono troppe.

Srebrenica è una cittadina alla fine di una valle, in Bosnia, quasi al confine con la Serbia. Per arrivarci da Sarajevo ci vanno circa 2 ore e mezza. Mezz’ora in più la distanza da Belgrado. Durante la guerra nei Balcani (1991-1995), nel villaggio di Srebrenica si spostarono circa 40mila persone, in qualche modo vicini alla religione musulmana. Tutto intorno, Serbi. Tecnicamente, un assedio durato tre anni. In una casa dove prima stava una sola famiglia durante l’assedio vivevano decine di persone. Senza cibo, senza sali minerali, in condizioni igieniche pessime, senza potersene andare. Le Nazioni Unite, sotto la pressione della popolazione, nel 1993 dichiarano la zona « United Nations Safe Area » , zona protetta. La situazione di fatto non cambia; arrivano alcuni aiuti umanitari, ma le testimonianze sul comportamento dei contingenti Onu sul posto sono agghiaccianti. La storia è raccontata con precisione in « La Guerra in Casa», del torinese Luca Rastello, e nello spettacolo della marchigiana Roberta Biagiarelli « Souvenir Srebrenica » .

L’equilibrio statico si incrina e di botto la situazione cambia nell’estate del 1995. Tra l’8 e l’11 luglio le forze serbe entrano in città, anche a bordo di carri armati delle Nazioni Unite. La popolazione si trova di fronte a una scelta : cercare di scappare per i boschi, in direzione di Tuzla (un centinaio di chilometri a nord, una città che durante la guerra si è rifiutata di scendere a patti con le logiche di divisione e di odio tra vicini di casa ed è rimasta indenne dal conflitto) oppure cercare rifugio presso l’ex fabbrica di Potocari, dove erano di stanza le truppe Onu. In molti scelgono di spostarsi a Potocari. Ma nemmeno là sono al sicuro. Gli uomini e le donne vengono divisi e caricati su autobus. Gli uomini e i ragazzi sopra i 13 anni vengono trucidati. Alcuni gruppi paramilitari, tra cui gli Skorpions (la cui vicenda e processo sono raccontati da Jasmina Tesanovic in « Processo agli Scorpioni » ), filmano le esecuzioni. Le vittime sono più di 8 mila. I corpi sono seppelliti in fosse comuni, e in un secondo tempo spostati con ruspe in altri luoghi. Per questo motivo il riconoscimento delle vittime non è ancora terminato.

Ogni anno, l’11 luglio, si seppelliscono i corpi riconosciuti nell’anno precedente. Quest’anno sono stati sepolti 520 corpi. Le bare sono avvolte in stoffa verde, colore simbolo dell’Islam. A vederle, ordinate, con un numero bianco sul fondo, vedi che sono strette. Perché i corpi, ormai, sono leggeri ; immagini che dentro ci sia poco.

Fin dal primo mattino la strada che da Bratunac porta a Potocari e poi a Srebrenica è affollata. La commemorazione porta con sé un apparato di mendicanti, parcheggi abusivi, tavolini di cibo e di bevande. Il caldo è insostenibile, e all’interno del Memoriale la gran parte delle persone si siede all’ombra dei pochi alberi presenti. Questo fa sì che, nonostante le decine di migliaia di persone presenti, chi ha da piangere un morto trovi comunque un’intimità vicino alla stele bianca. È un funerale, ma politico, di ricordo e commemorazione. Gli altoparlanti trasmettono Sure del Corano. La maggior parte delle donne ha il capo velato, ma spesso ha gli occhi truccati o abiti sensuali. Alcune persone piangono disperatamente, le telecamere le riprendono. Non sono tanti, quelli che piangono. Dopo 17 anni, secondo me le lacrime le hai finite.

Laura Spina