Squilibrio di potere in Asia?

Articolo pubblicato il 05 dicembre 2005
Articolo pubblicato il 05 dicembre 2005

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La Cina, grazie alla sua poderosa crescita economica e al potenziamento del suo contingente militare, sta diventando la più importante potenza strategica asiatica. Quali sono le possibili conseguenze di questi sviluppi, a livello regionale e mondiale?

A partire dal 1990 la Cina aumentato a tassi costanti gli investimenti nel settore della difesa. Le cifre ufficiali di quest’anno parlano di trenta miliardi dollari, tuttavia secondo il Pentagono la cifra reale potrebbe raggiungere i novanta miliardi. Ma la cosa più preoccupante è che Beijing sta sviluppando il Df 31, un sistema di lanciamissili portatili e missili balistici a gittata intercontinentale che potrebbe rappresentare una minaccia globale.

Leggendo tra le righe

I funzionari cinesi, tra cui il Ministro della Difesa Cao Gangchuan, negano qualsiasi incremento degli investimenti nel settore militare, sostenendo invece di aver aumento «moderatamente» gli investimenti per la difesa e sottolineando come i loro conti in materia impallidiscano se confrontati con quelli statunitensi. Tuttavia questa segretezza intorno a programmi e intenzioni militari non aiutano a spazzare via i sospetti a livello internazionale.

Sospetti rafforzati dalla sua posizione nei confronti di Giappone e Taiwan, che di certo non ispira fiducia. Le relazioni tra Giappone e Cina sono alquanto peggiorate negli ultimi anni a causa di dispute sulle risorse naturali e soprattutto per l’accusa lanciata dalla Cina contro il Giappone per non essersi scusato per gli atteggiamenti assunti in passato. In ottobre, dopo la visita del Primo Ministro giapponese Koizumi al tempio di Yasukuni – in commemorazione dei morti giapponesi, compresi i criminali di guerra della Seconda guerra mondiale –, Beijing ha disdetto la visita del Ministro degli Esteri giapponese, Nobutaka Makimura, congelando così le ostilità.

Anche le relazioni bilaterali con Taiwan sono molo tese. Sebbene continui ad aderire alla politica di “un paese, due sistemi” (dal momento che Taiwan fa ufficialmente parte della Cina ma con un sistema statale indipendente), Beijing si è adirata con Taipei e a marzo ha fatto passare una legge antisecessione che non esclude l’uso di «mezzi non pacifici» nel caso in cui l’isola dovesse cercare di ottenere l’indipendenza. In previsione di una tale eventualità, la Cina ha incrementato il numero di missili balistici sulla sua parte di costa di fronte a Taiwan: adesso sono circa settecento. Un tale conflitto attirerebbe sicuramente l’attenzione degli Stati Uniti, dal momento che si sono impegnati solennemente ad aiutare Taiwan contro gli attacchi della Cina e del Giappone, il più stretto alleato americano.

Complicità internazionale

Eppure la crescita economica e militare della Cina non si inserisce in un vuoto politico: la Cina svolge un ruolo centrale in molte organizzazioni internazionali tra cui l’Onu, all’interno della quale detiene il potere di veto in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza. E anche in seno all’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) la sua voce conta sempre di più, dopo la sua entrata nel 2001. Si potrebbe affermare che tutto ciò dovrebbe condurre il Paese verso il multilateralismo: ma potrebbe anche avere l’effetto opposto, conferendo alla Cina una fiducia tale da illudersi di poter agire in modo indipendente sulla scena internazionale, utilizzando la propria partecipazione in queste organizzazioni come un mezzo per spingere verso politiche essenzialmente unilaterali. O per bloccare le politiche contrarie ai propri interessi.

Sembra però che un efficace approccio europeo volto a controbattere questa potenza strategica e militare non sia attuabile nella situazione attuale, dal momento che la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue (Pesc) e la Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd) non rappresentano una cornice abbastanza solida per agire. L’Ue si distingue per una politica in particolare: il suo embargo sulle armi alla Cina, cominciato in seguito alla brutale repressione dei manifestanti a Piazza Tienanmen nel 1989. Tuttavia i potenziali accordi commerciali tra la Cina e alcune compagnie europee (tra cui la Airbus) potrebbe rappresentare un elemento importante per un cambio di rotta dell’Europa nei confronti dell’embargo, considerato dal Ministro degli Esteri cinese, Li Zhaoxing, una «discriminazione politica».

Il fatto che l’embargo venga revocato oppure no, molto improbabilmente non potrà arrestare l’espansione militare della Cina, dal momento che entro il 2020 diventerà abbastanza prevedibilmente la seconda potenza economica del mondo. E, se dovesse diventare anche una potenza militare di primo livello, la Cina preferirà sicuramente una presenza più contenuta nella regione asiatica, sebbene sia troppo presto per dire se tutto ciò nel medio termine possa costituire una minaccia diretta alla sicurezza europea. La strategia cinese è multisfaccettata, si sviluppa tramite il commercio, la diplomazia e adesso anche il potere militare. Ed è proprio per questa ragione che non può essere facilmente contrastata. E soprattutto non in modo incoerente, come l’Ue sarà costretta a fare se non riesce a sviluppare una consistente cornice d’azione, che le consenta di abbinare al suo “debole potere” una buona dose di “duro potere”.

Se però la Cina si muove verso la democrazia e l’apertura, potrebbe aver ragione il Commissario per le relazioni esterne dell’Ue, Benita Ferrero-Waldner, quando afferma che la crescita della Cina significa che «potrebbe svolgere un ruolo importante nel garantire pace e stabilità nei paesi vicini». Se così non fosse, la situazione internazionale potrebbe diventare ancora più instabile.