Speranza per Aceh?

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 25 gennaio 2005

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La crisi umanitaria offre l’opportunità al governo indonesiano di chiudere il conflitto tra separatisti ed esercito. Anche se resta alto il rischio di una nuova escalation.

Il maremoto che si è verificato il 26 dicembre 2004 nell'oceano indiano, ha duramente scosso la provincia di Aceh. La gigantesca mareggiata che n’è seguita, che strappato via praticamente l’intera popolazione di alcuni paesini costieri, ha distrutto una regione che già da anni versava in una situazione assai particolare. Perché nella provincia a nord dell'isola di Sumatra è in scena uno dei conflitti più lunghi e più sanguinolenti di tutta l'Indonesia. La guerriglia tra esercito nazionale ed i ribelli del "movimento di liberazione di Aceh" (GAM) ha portato fino ad oggi circa 10.000 morti, in maggioranza civili, imponendo il suo tributo di sangue quasi ad ogni singola famiglia.

Certo, lo Tsunami ha cambiato la situazione. Jakarta ha reso accessibile una provincia chiusa da anni ai giornalisti ed ai difensori dei diritti civili, ed esercito e separatisti si sono accordati provvisoriamente per un armistizio. Tuttavia, se il governo indonesiano non riuscirà ad organizzare in modo efficiente ed equo gli aiuti, la frustrazione presso la popolazione si rinforzerà presto.

A Stoccolma per un Aceh libero

La guerra civile data 1976, quando l'uomo di affari Hassan di Tiro, figlio di una vecchia famiglia gentilizia di Aceh e fondatore di GAM, ha proclamato l’Indipendenza di Aceh. Colto tuttavia da un grande attacco da parte dell’esercito, dovette darsi alla fuga tre anni più tardi. Trovando asilo in Svezia e conducendo da allora in un sobborgo di Stoccolma la sua lotta per un Aceh indipendente. Spesso si sente dire che GAM vuol far nascere uno stato islamico; tuttavia, secondo l’opinione di un esperto di questioni indonesiane Romain Bertrand, l’obiettivo finale di GAM resta un sultanato... con di Tiro come sultano.

Eppure nazionalismo ed Islam sono da sempre strettamente collegati in Aceh. Già alla fine del 19esimo secolo il clero islamico (gli Ulema) aveva spinto Aceh a lottare contro il potere coloniale olandese indicendo una guerra santa. Negli anni ‘50 il Darul Islam, un gruppo islamico radicale, ha combattuto non solo per l'autonomia della provincia ma anche per l'islamizzazione dell’intera Indonesia. Tuttavia i separatisti di GAM non hanno radici islamiche e l'unione con Al Qaida, che il governo di Giakarta ha tentato di sbandierare nel 2002 dopo gli attentati dinamitardi di Bali, resta un’operazione apertamente politica.

Droga e legname: l’esercito trae profitto dalla guerra

Le cause originarie del conflitto, siano esse attribuibili all’Islam o al separatismo, hanno perso comunque il loro significato agli inizi degli anni ‘90. L’inasprimento delle azioni condotte dall’esercito contro il GAM, i numerosi sacrifici tra i civili che ciò ha richiesto, così come lo stato di corruzione e di inefficienza dell'amministrazione, hanno, secondo il parere di Human Rights Watch, rafforzato le simpatie per il GAM. Inoltre l'esercito ha finito con gli anni con lo sviluppare interessi propri nella regione. Poiché una fine delle ostilità metterebbe in pericolo quegli stessi interessi nel commercio di legname e di droga, secondo Bertrand, non esiste una volontà per un cessate il fuoco definitivo. Nonostante la promessa da parte del presidente Yudhoyono di ricercare una soluzione pacifica, l’esercito ha continuato a spargere morte nei suoi ripetuti attacchi al GAM anche nel 2004. Una situazione ch’è stata provvisoriamente interrotta dallo Tsunami, proprio perché il cataclisma naturale ha messo Aceh al centro dell’opinione pubblica mondiale.

I ripetuti conflitti a fuoco verificatisi fanno di certo già dubitare della volontà di entrambe le parti di osservare l’Armistizio concordato all’indomani dell’onda sismica. In questa situazione, il governo di Jakarta deve rapidamente e con decisione mostrare all'esercito come non sia più disponibile a sopportare un protrarsi del conflitto. La prossima settimana sarà decisiva: se il governo riuscirà ad organizzare in modo equo gli aiuti, e a dirigere in modo efficiente la ricostruzione, otterrà nuovamente dalla popolazione la sua legittimità. Dall’altra parte le ripetute operazioni militari condotte dall’esercito, rappresentano una minaccia proprio perché impediscono la consegna degli aiuti e rischiano, col passare del tempo, di isolare il paese.

La comunità internazionale deve perciò da un lato sostenere il governo indonesiano nella ricostruzione della provincia distrutta e riscuotere le promesse fatte in termini di aiuti. Dall’altro, non può poi disinterassersene come in passato, perché solo una durevole presenza di organizzazioni e media internazionali può garantire il controllo sull'esercito e sull'amministrazione locale, e mantenere tutte le parti sotto pressione. Presumibilmente, il tentativo da parte del governo di limitarne nuovamente l'ingresso, mette in pericolo la sicurezza stessa dei soccorritori nel GAM, e rappresenta un fatto preoccupante. La comunità internazionale, ed in particolare l’ex potenza coloniale Olanda che in merito ha ovviamente responsabilità più specifiche, devono esercitare la giusta pressione per riportare le parti al tavolo dei negoziati.