Spagna, regolarizzare per evitare il peggio

Articolo pubblicato il 25 aprile 2005
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Articolo pubblicato il 25 aprile 2005

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La regolarizzazione di un gran numero di lavoratori clandestini da parte del governo spagnolo ha fatto molto discutere. Ma su cosa si basano le critiche ad una procedura già utilizzata da numerosi paesi europei?

Da alcuni mesi, la Spagna procede ad un’operazione di regolarizzazione massiccia dei suoi lavoratori immigrati illegali. Ogni persona che prova a lavorare nel paese da più di sei mesi, potrà ottenere un titolo di soggiorno. Il governo Zapatero conta così di regolarizzare da qui a giugno 2005 qualcosa come 800.000 lavoratori illegali.

I benefici di una simile operazione sono collettivi. Da una parte, i clandestini possono vivere e lavorare legalmente in Spagna, fuggendo in parte la precarietà della propria situazione, ottenendo per esempio accesso alla protezione sociale. Dall’altra parte, lo Stato arreca un colpo importante all’economia del mercato nero dove pullulano gli immigrati illegali, recuperando così, in particolare per il sistema fiscale, degli introiti finora sfuggiti.

Un’amnistia generalizzata

Per evitare che i clandestini o i loro datori di lavoro non partecipino al processo di regolarizzazione, il governo ha garantito un’amnistia: non si avrà in nessun caso luogo a procedere contro chi faceva lavorare in nero i sans papier. L’assenza di un simile provvedimento aveva ad esempio parecchio limitato le operazioni di regolarizzazione condotte dal Belgio qualche anno fa.

Certamente, una procedura di tal fatta ha sollevato numerose critiche. La più evidente e più diffusa lamenta come la regolarizzazione dei clandestini porti a un notevole effetto di richiamo presso tutti i cittadini dei paesi poveri che sognano di riuscire a lavorare in Europa.

Eppure, opporsi ad ogni regolarizzazione massiccia argomentando principalmente facendo ricorso all’effetto pubblicitario di una simile operazione, significa dimenticarsi di un paio di cose.

Anzitutto, i paesi dell’Unione Europea hanno fatto di tutto per creare una situazione del tutto inaccettabile: hanno condotto una politica ufficiale di esclusione nonostante le loro posizione ufficiosa considerasse una “necessità” la presenza di lavoratori immigrati. Permettere a quanti lavorano già da un certo periodo tempo nel paese di regolarizzare la propria situazione, significa dare prova di umanità rispettando la dignità di ogni essere umano.

Inlotre, se una politica di questo tipo ha un difetto, è soprattutto quello di occuparsi delle conseguenze e non delle cause di una situazione problematica, quella relativa all'immigrazione illegale. Chiudendo al massimo le possibilità di immigrazione, gli Stati europei non fanno altro che aumentare il numero di clandestini. Tuttavia, con un tasso di natalità che sprofonda, l’Europa ha più che mai bisogno d’immigrati. Nessuna società, così ricca, può progredire senza questo apporto essenziale. Ma sembra che per la maggioranza dei cittadini europei, e così i loro governanti, lo straniero sia percepito solamente come una minaccia. La crisi economica e l’elevato tasso di disoccupazione hanno come sempre per capro espiatore gli stranieri soprattutto, oggigiorno, se musulmani. La riforma attuale del diritto di asilo in Austria illustra perfettamente questo panico verso la criminalità straniera, che approfitta del suolo europeo per commettere i propri misfatti.

Reticenze ingiustificate

Quando Zapatero decide di regolarizzare i propri clandestini, Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania si mostrano particolarmente chiamati in causa. Vedono una faglia nella fortezza Europa, fortezza che si sforzano di costruire a colpi di muri e di altre corazze legislative. I più ricchi paesi europei insistono dunque affinché ogni misura di un singolo Stato in materia di immigrazione e di asilo (credendo che i due argomenti che di per sé non rientrano nella stessa ottica non possano essere dissociati) sia presa in accordo coi propri partner europei. Invece, quando un anno prima, il ministro francese degli interni, Sarkozy, proponeva leggi particolarmente costrittive in materia di immigrazione e di asilo, nessun dirigente ha richiesto una concertazione europea. Tuttavia, se si ribadisce come un paese non possa avere una politica permissiva in un campo senza associare i propri partner europei, non dovrebbe essere diversamente per una politica che agisce in un senso inverso.

Finché l’Unione Europea resterà cieca rispetto agli effetti positivi dell’immigrazione, finché i governi cederanno ai propri popoli che vedono in ogni impiego occupato da un immigrato un’ingiustizia, la regolarizzazione massiccia resterà una misura necessaria per lottare contro la clandestinità e la precarietà. L’esempio spagnolo è stato portato all’attenzione a causa dei suoi obiettivi elevati in termini di quantitativi, ma numerosi Stati come Italia, Francia, Grecia o Portogallo, hanno già fatto ricorso a questa pratica.

Un’azione europea comune è necessaria, ma non bisogna sbagliare obiettivo. L’Europa dovrà trovare il suo posto tra paranoie, relative alla lotta contro ogni forma d’immigrazione, ed utopia, per l’apertura alla regolarizzazione senza limiti. Ecco una nuova sfida che l’Unione dovrà affrontare, perché da ciò dipende il suo avvenire.