Spagna: la generazione che non dorme sonni tranquilli

Articolo pubblicato il 18 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 18 febbraio 2016

(Opinione) Quando la metà dei giovani del tuo Paese è disoccupata ed ogni prospettiva futura sembra essere cancellata, neanche le stime più ottimiste possono riportarti a dormire sonni tranquilli.

È una brutta abitudine che ho quando mi sveglio: la prima cosa che guardo è lo schermo del cellulare. Lo ammetto, ma non ho scelta. Disattivo la sveglia e non posso fare a meno di scorrere le notifiche, che riportano le notizie di apertura dei giornali nazionali e internazionali. Mi bombardano e mi indicano quali sono gli eventi chiave del giorno, mentre mi libero degli strascichi del mio ultimo sogno. Oggi tutti i titoli concordano sulla notizia che accompagnerà la mia colazione: in Spagna, nel 2015, la disoccupazione ha registrato una diminuzione storica di 678.200 unità. Pari al 12,4% in meno rispetto al 2014.

Ho tanto sonno... Ma l'orologio mi mette fretta, perché non ho dormito di più stanotte?

È una verità universalmente riconosciuta che le preoccupazioni accumulate durante il giorno riemergano al chiarore di luna, quando ci sdraiamo nel letto e chiediamo alla nostra mente di tacere. Ma in Spagna c'è qualcosa in particolare che toglie il sonno: il rumore di una gioventù a cui si stringe lo stomaco, quando riceve i dati sulla disoccupazione sullo schermo del proprio cellulare. Gli eterni studenti, i condannati ad uno stage perpetuo, quelli che pagano il prezzo delle politiche di austerità e del debito pubblico. Ieri notte non sono riuscita ad addormentarmi presto, perché mi stavo ponendo quella che già è diventata la domanda esistenziale di questa generazione condannata: c'è vita dopo l'università?

Sì, qualcosa ci toglie il sonno in Spagna. Simile all'odore di putredine che inquietava il Marcello di Amleto. Il fantasma di un mercato del lavoro defunto: vietato l'ingresso a coloro che vorrebbero entrarci. Quest'anno la mia classe si laurea, ma quella che dovrebbe essere una liberazione ed un motivo di soddisfazione, si rivela invece un'incertezza, celata dietro le nostre occhiaie. Un dubbio condiviso tra infinite chiacchiere nella caffetteria della facoltà. «Dovremmo trovarci qualcos'altro da studiare; perché non troveremo un lavoro». Finisco l'università e mi sento come quando ero piccola e volevo saltare dal trampolino della piscina, che mi sembrava tanto alto. La stessa vertigine, la stessa sensazione di affacciarmi ad un abisso. Mi dicevano di saltare e che non sarebbe successo niente. Ora nessuno osa darmi questa sicurezza.

Ci hanno rubato i sogni. Al 46,24% di noi. La disoccupazione crolla, ma noi siamo caduti più in basso. Forse ci sarà un'opportunità, per quanto remota ci sembri ora; forse avremo più fortuna noi, che stiamo arrivando, di quelli che sono arrivati prima di noi; di quelli che hanno riposto tutte le loro speranze ed aspirazioni nello studio. Siamo forse la generazione senza speranza, la più pessimista. Quindi ci perdonino se non facciamo festa quando ci dicono che le cose miglioreranno. Già abbiamo creduto loro quando ci hanno detto che, con sforzo e con fatica, avremmo potuto realizzare i nostri sogni, ma era una bugia. Oggi rideremo con scetticismo di fronte a queste nuove cifre, perché è meglio che angustiarsi. Questo lo lasceremo a stanotte.