Spagna: il fantasma dell’elettore immigrato

Articolo pubblicato il 25 novembre 2003
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Articolo pubblicato il 25 novembre 2003

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Doveri? Certo. Diritti? Mica tanti... Nel paese delle differenze regionali, l’inclusione dell’altro è un obbligo. Anche demografico.

E’ una questione di buonsenso. Chi convive in una società dovrebbe avere il diritto politico di partecipare e scegliere da chi e con quale politica essere governato. Tuttavia, anche se gli immigrati contribuiscono alla produzione della ricchezza – tanto culturale, quanto economica di un paese – non sempre godono di questo diritto. In Europa il paesaggio politico, in quest’ottica, è quanto mai variopinto. Mentre ci sono paesi che più di 26 anni fa hanno incorporato gli immigrati residenti nel proprio elettorato, molti altri – come la Spagna – non hanno cominciato ancora a dibatterne in modo serio.

La Spagna è ancora indietro...

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (INE) in Spagna vivono un milione e mezzo di stranieri censiti. Ma poichè possono votare alle elezioni municipali solo i citatdini dei paesi membri dell’Unione europea, resta escluso da questo insieme qualcosa come il 75 % della popolazione straniera che, in genere, proviene da Africa, America latina o Estremo Oriente. Sebbene, secondo la legge sugli stranieri, gli immigrati originari dei paesi che riconoscano questo stesso diritto agli spagnoli – come Argentina, Cile, Uruguay e Perù – possano votare, il concetto d’integrazione – ed il sentimento corrispondente – resta assai lontano dalla realtà e, in pratica, in ben pochi l’esercitano.

Questa divergenza di diritti a svantaggio dei cittadini extracomunitari ha dato origine a massiccie iniziative da parte dei partiti di sinistra e di numerose ONG – iniziative che, tuttavia, almeno fino ad ora, non sono andate in porto. In Spagna, l’organizzazione Red Ciudadana mette giustamente in risalto come l’amministrazione municipale sia la più vicina agli immigrati e come da essa dipendano sempre più gli aspetti relativi alla loro vita e alla loro integrazione sociale, ai servizi sociali, agli asili, alle abitazioni o al lavoro. Da questi motivi deriverebbe l’importanza della partecipazione degli immigrati alla vita politica, è per eleggere e per essere eletti. Eppure, da una parte i partiti continuano a essere rilutatnti davanti a questo genere di proposte, e dall’altra risulta piuttosto evidente quanto non si sentano tentati da questi voti eventuali, ancora ipotetici.

Dove conta il “voto immigrato”?

In Europa, un 7 % del totale della popolazione immigrata è sprovvisto del diritto di voto. Tuttavia, ci sono molti paesi che hanno fatto un passo in avanti in questo senso molti anni fa. Esempio di ciò sono Norvegia, Danimarca, Svezia, Olanda ed Irlanda, che riconoscono il diritto di voto a tutti gli immigrati alle elezioni municipali. L’Irlanda attribuisce questo diritto agli immigrati residenti da più di sei mesi fin dal 1963. La Svezia dal 1975 a coloro che comprovino di esser residenti da più di 3 anni; la Danimarca – negli stessi termini – dal 1981; l’Olanda dal 1985, sulla base di un minimo di 5 anni di residenza. Fra i casi meno chiari v’è stato quello della Gran Bretagna che dal 1948 ha offerto questo diritto a tutti i residenti “cittadini del Commowealth” e quello della Finlandia che lo concede ma solo a stranieri di altri paesi scandinavi che siano residenti da più di 3 anni.

Nel frattempo, in Germania ed Italia i governi hanno previsto nei loro programmi elettorali la possibilità di concedere il diritto di voto dopo un anno di residenza. Ma è in quest’ultimo paese che si è scatenanto un gran dibattito negli ultimi tempi in questa direzione, quando Gianfranco Fini, leader del partito ex fascista Alleanza Nazionale e vicepresidente del Governo di Silvio Berlusconi, presentò dell’ottobre scorso una proposta più propriamente della sinistra: che gli immigrati possano votare.

Un dibattito intrinseco

Argomentazioni pro e contro si sono succedute per anni in questa materia e non hanno sempre riprodotto la dicotomia sinistra-destra, in modo corrispondente. E giustamente, perché in materia di immigrazione si può dire che non c’è un pensiero perfettamente omogeneo incorniciato in un’ideologia, un partito o un dato governo. Per tutti, valga l’esempio di Fini.

In Spagna, dai partiti politici, l’unica voce in sintonia con questi richiami è stata la Izquierda Unida (Sinistra Unita ndr) che quest’anno ha lanciato la campagna “Qui vivo, qui voto” per lottare in favore del voto agli immigrati non comunitari. Per IU, questa messa al margine della politica sottrae legittimità alla democrazia. Inoltre, implica l’assenza dell’universalità dei diritti come via d’integrazione. Ovvero, come si può pretendere di metter termine alle discriminazioni in realtà sofferte dagli immigrati, se persistono questo tipo di discriminazioni legali?

Eppure altre voci non precisamente di destra, hanno confutato questi argomenti favorevoli a un processo di integrazione per paura che le ondate migratorie colpiscano la “purezza” delle civiltà ancestrali europee. Uno di coloro che più ha sorpreso con la sua posizione è stata Oriana Fallaci che dichiarò che “esattamente perché definita e assai necessaria, la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che, in un modo o nell’altro, pretendano di cambiare il nostro sistema di vita. Sto dicendo che in Italia, in Europa, non c’è posto per i minareti, i falsi astemi, il maledetto chador... e anche se ce ne fosse, io non glielo darei. Perché sarebbe come gettar via la nostra civiltà”.

Secondo un rapporto di Bruxelles sull’immigrazione, per mantenere il livello di popolazione attuale saranno necessari, nel 2050, circa 16 milioni di immigrati. E queste cifre crescono se si stabiliscono altri parametri: affinché nel 2050 possa esser garantito un livello di vita uguale a quello del 1998, saranno necessari circa 50 milioni di immigrati e, perchè ci sia la stessa popolazione attiva, questo numero dovrà ammontare a quasi 80 milioni di stranieri.

Con questa prognosi, tra 47 anni ci sarà in Europa un immigrato per tre nativi. Un 25% della popolazione avrà come lingua materna una lingua non europea ed apparterrà ad una religione non europea. E’ chiaro che nessuna civiltà ha mai vissuto un’esperienza simile. Bisognerà sperare, allora, che il dibattito sul diritto di voto rinasca in questi lunghi anni che rimangono. Perché, a meno che l’Europa non viva un ringiovanimento drastico, l’integrazione dovrà prodursi presto o tardi, perché il diritto di voto non può dipendere solo dall’identità nazionale, molto meno in paesi come la Spagna o l’Italia nei quali le differenze di cultura, a livello regioanle, sono così lampanti.