Spagna: Davide o Golia?

Articolo pubblicato il 06 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 06 ottobre 2003

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O troppo grande, o troppo piccola. Così potrebbe essere riassunto il dilemma labirintico che attanaglia la Spagna rispetto ad alcuni punti chiave del progetto della futura Costituzione europea.

Paesi grandi contro paesi piccoli. Da quando è stata resa nota la proposta di Costituzione europea fatta di 1 preambolo, 460 articoli e 5 protocolli, i paesi di minore influenza e potere hanno dato inizio ad una disputa dialettica con l’obiettivo di equilibrare la distribuzione delle forze sullo scacchiere europeo. La Spagna, cosciente dei propri limiti, e vedendo minacciata la propria capacità decisionale, ha applicato una doppia strategia. Da un lato appoggia le iniziative dei grandi, dall’altro incoraggia il contrattacco dei paesi più piccoli che potrebbero favorire la sua situazione.

La riforma della ponderazione dei voti al Consiglio ha costituito la discussione più agitata. Secondo l’articolo 24 della Prima Parte della proposta, ci sarà un nuovo sistema di voto che entrerà in vigore a partire dal 2009. Sempre che quest’ultimo sia approvato, le decisioni verrebbero prese da una maggioranza di Stati che rappresentino al meno i tre quinti della popolazione dell’UE, ossia, il 60%. Non c’è bisogno di rifletterci troppo per concludere che i paesi più favoriti saranno quelli più popolosi, come la Germania, che conta 82 milioni di abitanti, e più sfavoriti quelli che presentano un peso demografico minore, come la Spagna o la Polonia.

In questo modo la Spagna ed i paesi più piccoli perderebbero terreno rispetto ai più grandi. E, anche se è considerata sotto altri aspetti un paese di “peso”, potrebbe essere pregiudicata nella possibilità di prendere decisioni. Soprattutto perchè, considerando la popolazione della penisola iberica, Madrid vedrebbe indebolita il proprio peso politico e le sarebbe particamente impossibile bloccare gli accordi tra i grandi.

D’altra parte, e contro le aspettative, la Spagna non si è unita, nel giugno scorso, alla dichiarazione sottoscritta da 15 paesi più piccoli per contestare la distribuzione dei poteri proposta nel testo elaborato in un anno e mezzo dalla Convenzione presieduta dal francese Valery Giscard d’Estaing. Anche se non ha fatto nulla per evidenziare la sua disapprovazione. Un gioco da equilibristi.

Nizza: l’asso nella manica di Aznar

L’argomento forte utilizzato dal Presidente del consiglio spagnolo, José María Aznar, per evitare una “perdida” di poteri, è stato l’accordo di Nizza, firmato a dicembre del 2000. Un accordo “sul quale tutti eravamo d’accordo”.

In quella circostanza, Aznar riuscì ad ottenere che nella distribuzione dei voti all’interno del Consiglio la Spagna ne ottenesse 27, solo due in meno dei quattro paesi più grandi. Con questo tipo di distribuzione, Madrid potrebbe bloccare facilmente, grazie all’appoggio di una manciata di paesi medio-piccoli, gli accordi tra i paesi più grandi. Possibilità che le verrebbe a mancare con la nuova formula.

Mentre la nuova proposta di costituzione vorrebbe annullare questa distribuzione dei voti, i paesi piccoli premono perché si discuta una nuova attribuzione dei seggi all’Eurocamera. Londra, alleato tattico della Spagna nella Convezione, si è mostrata favorevole a un nuovo dibattito. Però la Spagna non demorde e assicura che non negozierà nessun’altra opzione se non quella di Nizza.

Malgrado ciò, in Spagna, la discussione si riassume in “bloccare o non bloccare” e vede opposti governo e opposizione in ripetuti scontri verbali. Mentre i membri del partito di governo (PP) insistono sul fatto che la Spagna non deve perdere terreno, il PSOE difende la sua opposizione con l’argomento che “in questo modo ogni paese avrà un peso più corrispondente al proprio peso demografico”.

“La Spagna ha agito come un governo nazionalista preoccupato per il potere di voto”. Questa accusa, da parte di Diego López Garrido (membro del PSOE che ha partecipato alla Convenzione) riflette l’antagonismo tra partiti, addirittura quando si tratta della posizione del paese all’interno dell’UE.

Religione e presidenza

Un altro punto che ha contrapposto la Spagna alla maggioranza dei membri della UE è stata l’inclusione esplicita della religione cattolica nel preambolo della Costituzione, nel quale si indica che la Carta Magna si ispira alle “tradizioni culturali, religiose e umane” ma non alla “tradizione cristiana”.

Stando così le cose, tutto indica che Aznar resterà solo in questa battaglia, dal momento che in questo caso lo accompagneranno solamente i leader di Irlanda e Polonia.

In questo gioco politico da equilibristi, è emerso che la Spagna non sempre si schiera con i paesi più piccoli e che anela al potere per potersi schierare a fianco dei paesi più potenti. Al momento di discutere della designazione di un Presidente della UE, il governo iberico si è allineato con i più grandi, ossia Germania, Francia, Regno Unito e Italia.

In questo modo, tutto sembra indicare che, una volta approvata la Costituzione, si porrà fine alle presidenze semestrali fin’ora in vigore, e verrà designato un presidente fisso per 5 anni.

La Spagna e i grandi appoggiano questa modifica per evitare di presiedere l’Unione ogni 13 anni, cioè il periodo di rotazione che entrerebbe in vigore dopo l’allargamento. Ovviamente, per le ragioni opposte, i paesi piccoli propongono una rotazione semestrale paritaria.

Tutto ciò viene definito nella composizione della Commissione, dove anche la Spagna decide insieme ai grandi. Attualmente, ogni paese ha almeno un commissario, in questo organismo (i cinque grandi due) dove si vota a maggioranza. Per rendere più agili le procedure, si propone che ci siano solo 15 commissari insieme a dei “commissari delegati” senza portafoglio. I piccoli si oppongono perchè li si priva di un diritto di cui hanno goduto i membri attuali. E temono di dover occupare gli incarichi senza portafoglio.

In questo panorama così eclettico di posizionamento all’interno dello scenario europeo, si vede che Madrid cerca di appoggiarsi alla propria alleanza con Londra per insistere con più influenza. Così come nel dibattito sull’esistenza di un Ministro degli Esteri, che ha acceso un’altra miccia nella discussione sulla futura Costituzione.

Contro il resto dell’Unione, la Spagna e il Regno Unito si oppongono a questa figura e sono inclini, in ogni caso, a che ci sia un rappresentante degli esteri europeo, sottolineando che in qualità di ministro presiederebbe il Consiglio degli Esteri, il che implicherebbe concedergli troppo potere. Fondamentalmente, accetterebbero questa figura se avesse poche competenze e dipendesse maggiormente dal Consiglio (governi) e meno dalla Commissione.

A CIG ormai iniziata, la tattica spagnola è già definita. Anche se con poche speranze, questo gioco su più fronti potrebbe offrirle un trionfo in qualche battaglia, nel momento in cui si siederà a negoziare con il resto dell’UE il prossimo 4 ottobre. Il tutto, come sempre, cercando un equilibrio da Davide e Golia. Anche se, contrariamente al finale emblemetico della leggenda, è molto probabile che i paesi più piccoli, questa volta, non escano vincitori.