Spagna, addio restrizioni

Articolo pubblicato il 21 aprile 2006
Articolo pubblicato il 21 aprile 2006

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La Spagna apre senza polemiche il mercato del lavoro ai cittadini dell’Est. In altri paesi questa possibilità fa crescere la tensione all’interno del dibattito politico.

Lo scorso 9 marzo Zapatero ha annunciato durante il terzo summit ispano-polacco che la Spagna, a partire dal primo maggio, aprirà le porte ai lavoratori dell’Est.

Perché la Spagna toglie le restrizioni solo adesso?

Dal 2003 la popolazione immigrata in Spagna è passata da 1,6 a 3,7 milioni di stranieri, circa l’8,5% della popolazione. Questo non significa che in soli tre anni la Spagna abbia accolto due milioni di nuovi abitanti. Ma che nonostante il flusso costante molti di essi vivevano già nel Paese senza il permesso di soggiorno. Ci sono stati numerosi processi di regolarizzazioni massicce e l’ultimo di essi è terminato nel 2005 con 700.000 persone inserite nel Paese: meno del 50% degli irregolari presenti, secondo Idoia Ikardo, che si occupa di problemi giuridici ad Atime Andalucía, associazione di lavoratori marocchini immigrati in Spagna. Solo due anni fa il panorama era molto diverso: la maggioranza degli immigrati si trovava nel Paese irregolarmente. Sarebbe stato ingiusto aprire il mercato del lavoro ai milioni di lavoratori dei nuovi Stati membri, lasciando al margine centinaia di migliaia di lavoratori già presenti. «Se si adotta solo ora questa misura» aggiunge Ikardo, «è anche secondo criteri di controllo e per evitare “l’effetto chiamata” che potrebbe causare improvvisamente un permesso di lavoro a tutti gli stranieri».

Il tasso di disoccupazione del Paese si mantiene a livelli minimi, mai visti negli ultimi venticinque anni – intorno all’8,7% della popolazione – con grandi aree come Madrid, la Catalogna e le Isole Baleari dove si arriva ad un tasso quasi pari a zero. Sono questi i poli di maggiore attrazione per gli immigrati. Inoltre la Spagna ha prodotto il 70% dell’occupazione creata nell’Ue negli ultimi due anni. Il numero dei lavoratori che si affidano alla previdenza sociale è passato da 12,5 milioni nel 1996 a 18,4 milioni nel marzo del 2006. La crescita del mercato del lavoro, favorita da un’economia che si è mantenuta con tassi di crescita sopra il 3% durante gli ultimi anni, ha permesso un rapido assorbimento del contingente di immigrati. La loro presenza non ha dunque implicato una perdita di impiego per gli autoctoni.

Sos manodopera

Molti degli immigranti che risiedono oggi in Spagna coprono dei posti di lavoro che richiedono una bassa qualifica lavorativa. Principalmente nel settore dei servizi, dell'edilizia o dell’agricoltura, ma nonostante la loro massiccia presenza rimangono vacanti ogni anno migliaia di posti.

Il Paese ha bisogno di manodopera. «C’è inoltre la necessità» aggiunge Ikardo «di affidare i lavoratori alla previdenza sociale». Una volta regolarizzati quasi tutti gli irregolari la strategia migliore sarà quella di aprire le frontiere ai lavoratori dell’Est. Secondo una relazione pubblicata dal Governo britannico dopo un’indagine svolta presso i datori di lavoro, i lavoratori dell’Est hanno “una forte etica del lavoro, sono più motivati rispetto ai locali, presentano meno assenteismo, sono disposti a lavorare di più, sono più produttivi e sono più soddisfatti del loro stipendio”.

Un modello di immigrazione

La Spagna è passata da Paese di emigranti al principale recettore di immigrati dell’Ue. Questo processo è avvenuto senza un modello preciso, né alcuna pianificazione,ma unicamente a colpi di regolarizzazioni massicce. Concedere ai lavoratori dell’est gli stessi diritti degli altri lavoratori dell’Europa a quindici è un importante passo avanti. Ma l’immigrazione porta con sé problemi quali razzismo e xenofobia che hanno bisogno di soluzioni più complesse. Una volta chiuso il “fronte dell’est” è necessario ricordare che i maggiori flussi migratori provengono sempre dall’America Latina e dal Nordafrica: ogni il Marocco e l’Ecuador hanno circa mezzo milione di immigrati nella penisola iberica.

Perciò togliere le restrizioni non è vista come una decisione rischiosa. «Era prevedibile», sostiene Ikardo. «Gli immigrati che provengono dai dieci nuovi Stati membri non influiscono così tanto sul totale degli immigrati presenti nel Paese. Nessuno di loro arriva alle venti comunità più numerose. La comunità polacca raggiunge appena le 40.000 presenze ed è la prima fra tutte quelle dell’Est».

A partire dal primo maggio qualsiasi cittadino proveniente dalla nuova Ue ampliata, che lavora in Spagna, godrà degli stessi diritti di un lavoratore spagnolo. Nel frattempo il Ministero degli Interni vuole ampliare il sistema di rilevamento dei clandestini nel sud del Paese e alle Canarie attraverso l’uso di telecamere ultrasensibili e con l'aumento dell’altezza delle sbarre alla frontiera di Melilla. Queste due misure di prevenzione saranno davvero un modello migratorio sufficientemente adeguato?