Sophie Hunger: l'artista, l'intimo e le distanze

Articolo pubblicato il 12 luglio 2010
Articolo pubblicato il 12 luglio 2010
Sophie Hunger è di passaggio a Parigi per promuovere il suo disco. In questi mesi, la cantante svizzera si esibisce ai quattro angoli d’Europa: dal prestigioso palco inglese di Glastonbury alla Repubblica Ceca, passando per l’Austria. In Francia, va da un festival all’altro, perché lo studio di registrazione - dice - «è triste». Un caffè con l'elvetica del momento.

Un caffè un po’ troppo ristretto, a dire il vero. Sempre alla ricerca della parola giusta e per niente intimorita dai silenzi, Sophie Hunger non è proprio fatta per gli incontri veloci, dove si cerca di raccogliere il massimo delle informazioni nel minor tempo possibile. Ogni sua risposta richiede nuove domande. Sophie Hunger mantiene le distanze tra il suo interlocutore e sé stessa. Una sensazione indefinibile all’inizio, prima che l’artista la motivi: «Gli artisti non devono essere troppo vicini ai media, altrimenti diventano venditori».

L'internazionale

27 anni, canta in tre lingue diverseDifficile parlare di Sophie Hunger senza dilungarsi sul suo rapporto con le lingue. Nata a Berna, Sophie parla lo svizzero-tedesco, il tedesco, il francese e l’inglese. E in queste lingue, ovviamente, canta: durante un concerto passa da una lingua all’altra senza sforzo apparente, dilettandosi anche un po’ con lo spagnolo, mentre nei suoi due album, "Monday's Ghost" e "1983", l’inglese ha la meglio, lasciando però un po’ di spazio al francese e al tedesco. Si ha voglia di incoraggiarla a proseguire con l’iniziale slancio tedesco, dato che in questa lingua la sua voce si rivela ancora più ricca e disinvolta, familiare, che si tratti del titolo "1983", «una conversazione tra la mia data di nascita e me» precisa, o del precedente "Walzer Für Niemand". Per lei il tedesco è la lingua dell’intimo, mentre l’inglese «è più distante, dà più libertà, leggerezza. Conosco molto bene il tedesco, ho letto molti libri, so cos’è possibile con questa lingua. Diventa quindi più difficile creare qualcosa. Per me è importantissimo cantare in tedesco perché c’è molta meno tradizione musicale rispetto all’inglese. Sono obbligata a osare con la mia voce».

L’incontro inizia in francese, una lingua che lei non padroneggia del tutto, attenta alla solita esigenza del termine esatto. In caso di blocco, l’inglese viene in aiuto. Come quando ricorda la sua paura iniziale di suonare uno strumento, intimidita dall’ascolto dei più grandi jazzisti: «Pensavo troppo. Ero una fascista nella mia testa. Questo non mi ha portato da nessuna parte».  O quando riconosce, in inglese, che il suo secondo album è più in armonia del primo: «Sentivo che stavo migliorando». Sophie Hunger sa di essere sibillina.

La distante

Sophie riuscì a venderne qualche migliaia di copieLa cantante fa quindi delle riflessioni che sembrerebbero banali se fossero di qualche altro artista. Ma per lei, parlare di sé stessa è un problema: se un’introspezione in presenza di sconosciuti ha luogo, dev’essere sorvegliata, con ben chiara in mente un’alta idea del ruolo dell’artista. «Gli artisti preservano l’umano. Hanno il dovere di parlare delle cose accanto al potere. Bisogna mantenere sempre una distanza interiore». Che contrasto con il palco, dove la distanza è ridotta al minimo! Lì Sophie Hunger si rende accessibile senza perdere nulla della sua varietà musicale, passando dal folk in inglese, sola con la sua chitarra, al piano – tromba in tedesco, dove le voci si fondono in un coro. Il gruppo si riavvicina, si siede al bordo del palco per un bis, dando inizio a uno dei più bei momenti del concerto. Tutto questo è successo al teatro La Cigale lo scorso giugno. Più di un anno fa, nella piccola sala parigina della Boule Noire, Sophie Hunger cominciava appena ad essere conosciuta in Francia. Già il desiderio di sfuggire alle abitudini era chiaro, come nel rifacimento di Le vent nous portera (un classico del gruppo rock francese  Noir Désir) in un francese esitante, di fronte a un pubblico per nulla conquistato a priori.

È infatti quando parla degli altri che Sophie Hunger si esprime al meglio, che si tratti del gruppo danese Kashmir, visto recentemente in concerto, o di una frase di Eminem che cita a memoria. La curiosità e la passione la trascinano, la si vede pienamente a suo agio nel ruolo che le piace, quello della mediatrice della musica: la sua o quella degli altri, che importanza ha?

La (super)dotata

«Spero di poter essere il mio frutto»

Sophie Hunger si è dedicata alla chitarra dall’età di 19 anni, poi il successo non si è fatto attendere. Un primo album auto-prodotto, qualche festival jazz, e alla fine del 2008, "Monday's Ghost", primo album registrato in studio. Si è letto di tutto su Sophie Hunger, ora jazz, ora folk e perfino rock per i più audaci. L’interessata tollera questo bisogno di etichettare, tenta di spiegarlo a modo suo: «Se mangio un frutto, lo do a un amico che non lo conosce e gli dico “È come la banana, ha anche un qualcosa dell’arancia, ma è un altro frutto”. Lo capisco, ma per me non ha nessuna importanza. Spero di poter essere il mio frutto». Scoppia a ridere senza timidezza, e pensare che in due anni di successi Sophie Hunger ha imparato ad essere naturale anche fuori dal palco. La tournée cominciata quest’anno conferma la sua notorietà crescente in tutta Europa.

Lasciamo Sophie Hunger con in mente più argomenti di cui parlare di quando siamo arrivati; i cantanti Piers Faccini e Patrick Watson con i quali si è esibita agli Eurockéennes di Belfort, Bob Dylan, la Coppa del Mondo. A quest’ultima domanda, la risposta viene da sola: lasciando il caffè si ferma davanti a un teleschermo che trasmette la partita Cile-Svizzera. Tre secondi... prima di riprendere la sua corsa sfrenata.

In concerto il 14 luglio a Montreux e il 16 a Carhaix (festival des Vieilles Charrues)...

Foto: Art10; Video: Jeremiah/Kidam production