Sono cio' che parlo: il linguaggio e le sue identita'

Articolo pubblicato il 12 marzo 2014
Articolo pubblicato il 12 marzo 2014

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Quando ho fatto le valigie e sono partito per Madrid ero trepidante. Non avendo parlato spagnolo per diversi anni, sapevo che il linguaggio a me familiare sarebbe cambiato radicalmente. Il linguaggio di sicuro ha un ruolo fondamentale nel creare un'identità e il modo di percepire se stessi: ciò che gradualmente avevo imparato a conoscere ed amare stava per essere distorto davanti ai miei occhi.

Frugando nei meandri polverosi della mia memoria, ho trovato due verbi spagnoli comunemente usati: "Tengo que" (devo) e "puedo" (posso). Queste sarebbero state le colonne portanti dei miei discorsi, su cui avrei costruito le mie conversazioni, o le uova delle mie frittate retoriche se preferite. Li avrei poi rifiniti ed elaborati in modo quasi artistico per produrre frasi che in qualche modo li avrebbero inclusi. Se volevo da bere dicevo: "Posso prendere da bere?", se volevo visitare una mostra: "Posso venire a vedere la mostra con voi?". Le frasi prodotte mancavano palesemente di auto-stima e necessitavano frequenti conferme esterne sulla loro legittimità. Le risposte rassicuranti che ricevevo erano un toccasana per un uomo nel pieno di una crisi esistenziale. .

due identita' diverse

D'altro canto, quando parlavo di un'azione futura ne parlavo come di un'azione che dovevo compiere. Questo fine settimana? Oh, "devo giocare a tennis". E poi? "Devo andare a bere con degli amici". Sul volto del mio interlocutore scorgevo una preoccupazione celata: chi obbliga questo povero ragazzo inglese a fare tutte queste cose? Perché non può programmarsi le sue giornate senza che gli pendano sul capo oneri ambigui che gli impongono impegni opprimenti? Ho scorto il mio stesso riflesso e mi sono rattristito alla vista di questo zoppicante personaggio, diviso tra due identità diverse che dipendono dalla scelta del verbo reputato più idoneo al contesto. Nessuna delle due identità, poi, mi era particolarmente gradita.

Dovevo cambiare, e le frasi idiomatiche mi sono sembrate la soluzione al problema. Qualunque insegnante d'inglese vi dirà che la soddisfazione maggiore è quando uno studente finalmente usa spontaneamente espressioni tipo: "off my nut" (fuori di me, ndt) o "hit the spot" (dare completa soddisfazione, ndt). I miei colleghi e amici saranno ugualmente fieri di me vedendo i miei progressi linguistici? Così ho imparato tre espressioni che potevano essere facilmente riciclate.

  • 'como perro en bario aje­no' (come un cane in un quartiere lontano)
  • 'so­brio como una cuba' (sobrio come una botte di vino)
  • 'ar­mar­se la gor­da'( causare scompiglio).

Credevo che la cosa bella di queste tre frasi fosse il fatto che in  una serata particolarmente  noiosa avrei potuto tirarle fuori una dietro l'altra in un'esplosione di colloquialismo. All'inizio le usavo con parsimonia, nel mezzo di una conversazione, generando espressioni sbigottite. Allora ho cercato di smorzare il mio forte accento straniero: magari non mi capivano bene. Dopo poco tempo già mi sforzavo di buttarne dentro una o due in quasi ogni conversazione. Mentre il mio interlocutore parlava, la mia mente era alla frenetica ricerca di una risposta che in qualche modo includesse l'essere ubriaco o il creare scompiglio. Senza rendermene conto stavo personificando perfettamente lo stereotipo del tipico inglese- quello dell'hooligan. Ma quello che è peggio, è che poi è saltato fuori che queste espressioni non erano nemmeno spagnole: erano sudamericane. Con tutte le buone intenzioni quindi, rieccomi in un circolo tumultuoso, sempre a vantarmi delle mie sbronze e delle mie risse, utilizzando espressioni che non sapevo nemmeno se fossero comunemente usate o meno. E l'alienazione continuava. 

Per un po' mi sono chiuso nel mio guscio cercando di espellere i personaggi negativi che io stesso avevo creato. La tranquillità è spesso associata alla timidezza, io l'ho vista invece come un'opportunità. Quando parlo inglese le parole spesso rotolano fuori dalla mia bocca, come spinte da un disperato desiderio di abbandonare il mio palato per liberarsi, esprimersi nel mondo esteriore. E' come se la mia lingua avesse una sua autonomia. In spagnolo, invece, potevo fare un passo indietro e aggiustare il mio approccio. Quello che prima era un uomo dalle molte e inutili parole aveva deciso di diventare ora un uomo dalle poche e sagge parole. Il cambiamento è avvenuto, come spesso succede, a Natale.

Durante una cena al ristorante sono stato invitato a fare un discorso. Con diverse birre in corpo mi sono alzato, ebbro e nervoso di fronte a una folla di colleghi madrelingua. Non pendevano proprio dalle mie labbra, ma aspettavano almeno qualche parola. Invece di cominciare a ciarlare come farei in inglese, ho respirato profondamente per ponderare il discorso con la dovuta attenzione.

"Sto bene. Il cibo è buono e le birre sono gratis. Brindiamo!"

Un discorso piuttosto breve che ha però trovato una calorosa accoglienza. Mi sono seduto e sono giunto all'incontrovertibile conclusione: la semplicità quella sera sarebbe stata mia amica.

il linguaggio come bastone del limbo

Così è iniziata la creazione di un io sopportabile: una combinazione di parole scelte con cura, di pause più lunghe del solito e di sguardi pensierosi e significativi. Filosofico e meditativo: un uomo che dice quello che pensa e pensa quello che dice. Spesso non devo nemmeno completare le frasi. Posso allegramente iniziare una frase convergendo le mie emozioni verso qualcosa, e poi proprio quando ho raggiunto l'apice del climax, comincio a cercare visibilmente la parola giusta. Un viso concentrato denuncia un uomo che sta setacciando meticolosamente una miriade di vocaboli. Prima che l'attesa diventi insostenibile, il mio amico finisce la frase con una parola che di solito ignoro e con una scintilla di entusiasmo negli occhi. "Esatto!", esclamo. Due anime che cavalcano un'onda di comprensione reciproca.

Se il linguaggio è una barriera, lo è come il bastone del limbo a una festa: una sfida difficile, che comporta il rischio di fare una figura imbarazzante. Ma puoi usare la tua agilità per districarti. Il mio linguaggio si modella e si contorce come un corpo sotto il bastone del limbo. Certo, nessuno ti canta: "Fino a dove puoi scendere" e, di solito, nessuno ti acclama alla fine di una frase. E' la soddisfazione del riuscire ad adattarsi ad accomunare le due cose. Il mio io spagnolo forse non è particolarmente affine al mio io inglese- ma evitare un suicidio semantico e creare un'identità è sicuramente una tappa fondamentale del processo di assimilazione.