Songs Of Time Lost, l'incontro tra Piers Faccini e Vincent Ségal

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 12 ottobre 2014

Cafébabel ha incontrato Piers Faccini e Vincent Ségal alla sede della Sony Music di Parigi, in quella città dove il cantautore italo-inglese e il violoncellista francese si sono conosciuti giovanissimi 25 anni fa. Songs Of Time Lost è "disco bastardino", approdo finale di un percorso sincero di amicizia e una dichiarazione d’amore universale per la musica oltre ogni barriera temporale.

Un disco, un’amicizia sincera e una passione vera, quella per la musica. Si potrebbe riassumere così il sodalizio che ha portato alla pubblicazione dell’album Songs Of Time Lost, o semplicemente l’incontro tra Piers Faccini e Vincent Ségal.

Cosa unisce un cantautore italo-inglese cresciuto in Francia e un violoncellista giramondo che ha collaborato con tantissimi artisti differenti? «Siamo partiti da quello che conoscevamo per venirci incontro l’uno con l’altro, amichevolmente», risponde Vincent Ségal, gran conversatore, mentre rompe il ghiaccio e ricorda quella serata parigina di 25 anni fa quando i due, allora studenti, s'incontrarono ad un festa. 

"Quello che abbiamo fatto è il frutto di un percorso che dura 25 anni e viene da una relazione forte con il passato", aggiunge Piers Faccini. E non poteva che essere questa la risposta che spiega un po' il titolo evocativo di un album che mette in musica il tempo perduto. "Il titolo di un album deve evocare un significato multiplo, qualcosa di poetico che non abbia un'unica intepretazione", prosegue il cantautore italo-inglese. "L'amicizia è qualcosa che si costruisce nel tempo e il disco è un assemblaggio di momenti, riflessioni e ricordi legati al passato e al tempo". 

Una ramificazione ancestrale, la musica

Amicizia e complicità, ma anche amore vero per la musica, oltre ogni linguaggio e barriera costituita dai generi. E in effetti in Songs of the Time lost il timbro inconfondibile di Faccini e il violoncello di Ségal spaziano dal folk alle riprese blues, passando per la canzone napoletana e il maloya della tradizione creola. A questo proposito, Piers cita il collega e amico parlando di «ramificazione», mentre descrive i diversi generi musicali come rami di uno stesso albero e si concede uno dei tanti momenti filosofici del duo durante la nostra chiacchierata: «i musicisti e gli scrittori sono tutti legati da una sorta di ramificazione ancestrale». 

E se l'album tocca diversi luoghi, in un viaggio dal Missippi di John Hurt e Townes Van Zandt alla tradizione popolare di Napoli, sino alla creola Réunion francese di Alain Péters, c'è un luogo magico dove tutto ha origine: sono le Cevenne, nella Francia centro-meridionale.  È  in quel territorio che Piers Faccini e Vincent Ségal hanno registrato le tracce dell'album rigorosamente dal vivo, tra una cantina e una cappella romanica immerse in un paesaggio meraviglioso. «Perchè andare per forza in uno studio a Parigi a Londra o Roma se possiamo registrare in un posto dove siamo tranquilli, dove possiamo tenere le finestre aperte e fare entrare la luce, o ancora essere visitati dalla nostra famiglia ed essere immersi un paesaggio fantastico?», dice il cantatuore di Luton. 

E in effetti le Cevenne corrispondono a quel luogo ricercato, nè troppo silenzioso nè troppo rumoroso, dove trovare la giusta ispirazione e concentrazione. «Quando suonavamo in strada a Parigi cercavamo un luogo relativamente calmo, dove non ci fosse un passaggio eccessivo, ma comunque qualcosa si muovesse. Un luogo troppo calmo mette a disagio, uno troppo frequentato è troppo rumoroso, disturba», gli fa eco Vincent.

«Bisogna sempre accettare l'idea dell'incontro tra musicisti»

Ma la nostra conversazione finisce col diventare un amichevole chiacchierata e persino una lezione di storia della musica, quando parliamo dei maestri che hanno ispirato il cammino del cantautore italo-inglese e degli aneddotti singolari e le storie raccontate con passione da Vincent, musicista poliedrico che ha collaborato con artisti del calibro di StingElvis Costello, Keziah Jones e tanti altri. E qui l'incontro musicale diventa quasi destino, mentre il violoncellista giramondo ricorda con entusiasmo un'esperienza personale a San Paolo in Brasile. «Volevo visitare un museo, ma era chiuso così ho scritto su facebook e Marcelo Pratto mi ha inviato per un caffé a casa sua». Poi i due hanno suonato e ne è nato un disco. "Bisogna sempre accettare l'idea dell'incontro tra musicisti", è la sua lezione e si tratta di una massima particolarmente credibile se pronunciata da un artista che cammina, nel vero senso della parola, con il suo violencello in spalla. 

«Sono un bastardino, non c'è niente da fare»

Ma una delle sigolarità di Songs Of Time Lost è che il blues e il folk si fondono in percorso musicale originale che abbraccia anche la tradizione popolare napoletana. Iesce sole, Cicerenella o ancora Villanella di CenerentolaDicentello Vuje sono delle scelte non casuali per un artista nato da padre napoletano chè tornato alle origini e ha sposato una napoletana. «Sono cresciuto con la nostalgia dell'Italia, essendo figlio di immigrati», confessa Piers, «quella nostalgia romantica che a volte non ti fa vedere le cose brutte», prosegue con un impeccabile italiano, dove si scorge persino un leggero accento napoletano. «Spesso mi trovo ad essere come un cane che è un misto di razze», aggiunge. Poi trova la giusta definizione: «Io sono proprio un bastardino, non c'è niente da fare».

E Songs of Time Lost del resto è un disco "un po' bastardino", dove ogni pezzo è il frutto di un percorso lungo e ricercato, l'approdo finale di un'amicizia sincera e una dichiarazione d'amore universale, oltre ogni barriera temporale, verso la madre, la musica.