Somalia e Yemen nel mirino degli Stati Uniti

Articolo pubblicato il 21 settembre 2002
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Articolo pubblicato il 21 settembre 2002

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L’America prepara il terreno per l’offensiva contro Saddam. L’intervento militare preventivo è già previsto per le prossime settimane. Intervento di Ali Hussen, ambasciatore somalo presso la Santa Sede

Che l’Amministrazione Bush non nutra alcuna speranza nella possibilità di deporre Saddam Hussein per via politico-diplomatica è ormai accertato, ed è chiaro che la missione degli ispettori ONU in Iraq serve soprattutto a dimostrare alla comunità internazionale che si è fatto tutto il possibile per invitare Saddam a passare la mano con le buone. Gli USA sanno ormai che alla liberazione dell’Iraq si giungerà con la guerra. La notizia è che però essa sarà preceduta da un intervento militare preventivo, già pronto a scattare entro alcune settimane. L’Operazione Delta, nome con cui è stata designata dal Comando strategico di Enduring Freedom, sarà soprattutto destinata a sgomberare il terreno da possibili attacchi alle spalle, e diretta contro due obiettivi ben identificati. Le basi dei miliziani di Al Qaeda nello Yemen, e i signori della guerra che da anni infestano la Somalia, fra i quali il “presidente provvisorio” Abdul Kassem Salat, considerato a tutti gli effetti alleato dei terroristi di Bin Laden ed in grado di offrire loro rifugio e supporto logistico.

Per gli USA è essenziale giungere allo scontro con il regime di Baghdad nelle condizioni più favorevoli, senza ostacoli imprevisti per quanto attiene alla libertà di manovra nel Mar Rosso. Se per lo Yemen si tratta soltanto di operazioni chirurgiche miranti a debellare basi terroristiche ben identificate, in Somalia la posta è molto più alta: al disarmo di signori delle guerra deve infatti corrispondere il ripristino della legalità ed il rientro della nostra ex colonia nella comunità internazionale. Per il monitoraggio delle forze dei signori della guerra, delle basi dei terroristi di Ittihad al-Islamiyyah (ramo locale dell’organizzazione di Bin Laden), e dei rapporti che il “presidente provvisorio” ha imbastito con i regimi anti-occidentali, i comandi militari USA ripongono la massima fiducia in due ispettori italiani dell’ONU, Massimo Pizza e Antonio d’Andrea, probabilmente i maggiori esperti della storia militare della Somalia dall’indipendenza ad oggi.

Gli ispettori hanno affiancato alla loro azione di monitoraggio una proposta per la restaurazione della legalità, dando il loro contributo alla costituzione dell’Alleanza Somala per la Repubblica (Asr), coordinamento che raggruppa gli ufficiali somali addestrati nelle accademie militari italiane e i principali capi dell’opposizione somala in esilio. Oggi l’Asr si prepara ad assumere un ruolo guida nella restaurazione delle democrazia somala. Il suo presidente, il generale Osman Hagi Falco, è giunto ieri a Roma per una serie di colloqui con gli ispettori Pizza e d’Andrea, con Shaykh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell'Associazione Musulmani Italiani e coi rappresentanti delle comunità somale. Ha parole di elogio per gli ispettori ONU e per gli Stati Uniti, ma critica la politica estera italiana. “Per ragioni storiche dice i Somali considerano da sempre

l’Italia come la loro seconda patria, e per la fine dell’anarchia e il ripristino della legalità contavamo soprattutto sull’Italia. Ci spiace constatare che il governo italiano, nella persona del Sottosegretario agli Esteri con delega per il Corno d’Africa Alfredo Mantica, seguiti a dire che l’Italia non può aiutarci, che dobbiamo perdere tempo in conferenze di pace sterili, inconcludenti e dispendiose, come quelle recentemente svoltesi a Khartum e Nairobi. La democrazia somala è stata fondata col contributo

dell’Italia, ma l’Italia oggi non si cura di restaurarla. Il nostro popolo deve oggi fare affidamento soltanto sugli Stati Uniti.”

Mentre il generale Falco da così voce alla sua delusione, nel frattempo il coordinatore dell’Asr ed ex-ambasciatore somalo presso la S. Sede, colonnello Ali Hussen, prepara la lista del nuovo governo di transizione, e specifica che in esso tutte le differenti tribù verranno debitamente rappresentate. “Non vi sarà però spazio alcuno precisa Hussen per chiunque a qualsiasi titolo abbia preso parte alle faide dei signori della guerra, per chi abbia versato il sangue della popolazione civile o abbia ricevuto fondi o armi da Bin Laden e dai suoi protettori. I conti col passato verranno chiusi in modo legale, ma senza sconti per nessuno. I criminali di guerra dovranno comunque finire dinnanzi ad un tribunale, sia esso somalo o internazionale.”

Mentre la Farnesina seguita a mantenere sulla questione somala il più basso profilo che sia concepibile, non mancano però anche in Italia le iniziative di solidarietà. Il prof. Danilo Speranza, da anni impegnato nell’assistenza ai profughi somali, è di recente divenuto consigliere politico dell’Asr. Da Roma ha lanciato un appello a favore del martoriato paese in cui bande armate in preda all’anarchia rendono la sopravvivenza della popolazione civile sempre più precaria. “Per ragioni storiche, etiche ed umanitarie dice Speranza - l’Italia non può dimenticare qual è oggi la sorte della sua ex colonia. E’ necessario che quei somali che sono impegnati nella restaurazione della democrazia nel loro paese ricevano anche dall’Italia un convinto sostegno”. Da Bergamo l’appello viene raccolto dal generale a riposo Claudio Ferrara e dal maggiore Ahmed Mohammed, anch’essi attivi nell’assistenza alla comunità somala. “Limitarsi a dire che i somali possono trovare una allocazione dignitosa in Italia, in Inghilterra o in Canada dicono non può essere sufficiente. Quanti sono fuggiti dal loro paese in preda alla guerra per bande vogliono ora farvi ritorno per riportarvi la pace. L’obiettivo di una Somalia pacificata e democratica non può essere ulteriormente ritardato.”