Solitudine e solidarietà nel cahier de voyage di Juliana Buhring

Articolo pubblicato il 09 gennaio 2013
Articolo pubblicato il 09 gennaio 2013

Juliana in Idaho, USA. “Quando ho raggiunto la cima della collina, col tramonto di fronte,  il fiume alla mia destra, la montagna alla mia sinistra, Wagner che suonava nelle mie cuffie, ho disceso quella stessa collina con un gran sorriso. Ho pianto, è stato un momento perfetto". 

“Se non rimane altro bisogna urlare. Il silenzio è un autentico delitto contro il genere umano” ( Nadežda Jakovlevna Mandel'štam )

C’è qualcosa contro cui Juliana Buhring sembra destinata a dover lottare per tutta la vita: il silenzio. Un silenzio appiccicoso come la pece, capace di avviluppare l’esistenza e la coscienza fin quasi a soffocarle, soffiato dall’indifferenza, la cui eco diventa il rumore di fondo della solitudine. Come una coltre impenetrabile che nasconde violenze e ingiustizie e che solo un coraggioso atto di volontà può squarciare.

Nata  e cresciuta nella setta apocalittica Children of God, grazie al suo libro denuncia “Not without my sister” uscito nel 2007, Juliana, insieme a due delle sue sorelle, ha raccontato gli agghiaccianti retroscena della setta mettendone a nudo la perversità. Nel corso degli anni Juliana ha affiancato la sua dolorosa storia personale a un’estenuante quanto appassionante crociata a favore dei minori cresciuti in organizzazioni estremiste e contesti isolati. Globe-trotter, scrittrice e attivista per i diritti dell’Infanzia, cofondatrice della Safe Passage Foundation, infaticabile blogger, il suo unico scopo è quello di dare voce alle migliaia di bambini in fuga dagli orrori di un’infanzia negata, sostenendoli nella battaglia per il riscatto sociale e infondendo in loro una nuova speranza: non importa quanto oscuro possa essere il passato di una persona, si può sempre realizzare qualcosa di grandioso. E il suo giro del Mondo in bici, alla conquista del Guinness dei Primati, ne è la prova.

L’avventura di questa giovane amazzone au vélo, prima donna a voler stabilire tale record, è iniziata il 23 luglio a Napoli, sua città d’adozione. In 152 giorni in sella al suo “bicicletto” Pegasus II  Juliana ha attraversato 18 Paesi e 4 continenti percorrendo ben 29.000 km, per poi tornare sempre a Napoli il 22 dicembre, puntando così al doppio record, che sarà poi confermato dalla Guinness World Record dopo aver esaminato le 170 firme raccolte sul diario di bordo e gli oltre 200 scontrini raccolti in giro per il mondo.  Juliana non è un’atleta professionista e il suo training ciclistico è durato poco più di un anno, non ha avuto sponsor importanti, né tantomeno un ufficio stampa eppure, grazie al suo modo di entrare in contatto con le persone, è stata in grado di costruire un’estesa rete di solidarietà a sostegno della sua causa. L’impresa, per lo più autofinanziata, è stata resa possibile dalle continue donazioni private provenienti soprattutto da Australia e America raccolte attraverso la Safe Passage Foundation, l’ente benefico che ha fruito di quest’originale campagna di fund raising. 

Juliana lungo la Nullarbor Coastline, in Australia. "Ogni grande sfida ti cambia in qualche modo. Quando sei costretta ad estrarre la tua forza interiore capisci cosa sei capace di fare mentalmente e fisicamente". Foto: Mark Weber.

Una storia più che appetibile sotto il profilo massmediatico, di cui tuttavia si è sentito parlare poco nonostante si svolgesse principalmente in Europa. La tiepida accoglienza, se non totale indifferenza mediatica, il mancato coinvolgimento economico dell’imprenditoria o di enti a sostegno dell’iniziativa, del solito carrousel di politici, tutto questo non sembra aver scoraggiato Juliana, che ha scalato un’enorme montagna di pregiudizi e difficoltà, cui si sono aggiunte le rigidissime regole imposte dal Guinness World Record per il conseguimento del primato. Secondo Maria Grazia Cucinotta, madrina morale dell’evento, la ragione di quest’imbarazzante silenzio è da ricercare nella mancata costruzione del mito, o meglio del personaggio-Juliana, spendibile all’interno del circuito mediatico. Senza contare l’insidiosa concomitanza con i Giochi Olimpici di Londra 2012 che hanno monopolizzato l’attenzione dei media e degli sponsor, almeno nella fase iniziale del Giro. Ma per la Buhring il problema è stato un altro: ogni volta che si parla dei diritti dei minori, e in particolare di abusi, l’argomento è trattato in maniera superficiale, limitandosi alla notizia sensazionale e al torbido clamore di particolari morbosi. Il suo Logistic Manager, Antonio Zullo, aggiunge un’ulteriore chiave di lettura: Juliana ha infranto una serie di tabù che vanno dalla discriminazione di genere alla promozione di un turismo alternativo ed eco-sostenibile, mettendo in discussione l’impegno reale, sia collettivo che individuale, nell’affrontare determinate  tematiche. Indipendentemente da cosa sia stato ad offuscare l’astro nascente della Annie Londonderry del nuovo millennio, Juliana Buhring ha riscosso comunque un notevole successo di pubblico: nessuna TV, nessun giornale, nessuna radio, nessun interesse economico. La gente per strada. Questo è quello che il giro del mondo in bici le ha permesso di fare. Parlare direttamente con le persone. E sono state le persone a consentirle di completare il giro.

Juliana al confine tra la Turchia e la Grecia. "Ogni giorno, vedendo la reazione delle persone che incontro, mi rendo conto di quanto sia unica quest'impresa". Foto: Mark Weber.

“Penso che il Mondo sia un posto migliore di quello che vogliono farci credere”, sostiene Juliana, “ sono da sempre in fuga. In fuga dall’ipocrisia, dalla non conoscenza, dalle imposizioni. La mia singolare esperienza mi ha portato a sviluppare obiettivi diversi da ciò che si considera normale. A chi mi ha chiesto ‘perché giri il mondo in bici?’ ho semplicemente risposto: perché no?”.  Juliana ha dimostrato che una sola persona può fare la differenza, ha urlato la sua verità al mondo cercando altre voci che si unissero al coro, ma soprattutto, persone che volessero ascoltare. Del resto l’empatia non ha bisogno di alcuna cassa di risonanza mediatica.