Societá russa: sempre nella matrioska

Articolo pubblicato il 15 marzo 2004
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 15 marzo 2004

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Il disorientamento della società mantiene Putin al potere. Solo l’oligarchia, la congiura dei boiari, potrebbe aprire la passiva matrioska russa.

Nel 2002, Vladimir Putin riuní le 6.000 delegazioni che rappresentavano le 350.000 ONG registrate in Russia per affermare: “sarebbe controproducente e pericoloso che il potere, da solo, desse vita alla societá civile. La societá deve svilupparsi da sola, nutrendosi dello spirito di libertá”.

Il cinico presidente tiene in pugno la societá civile russa. E la fa girare come una ballerina del Teatro Bolscioi. Capire la sua affermazione come capo di una democrazia fatta su misura rimanda all’analisi psicosociale dei traumatici cambiamenti degli ultimi anni.

Cambiamenti drastici ai quali la societá civile non era preparata, e che, innanzitutto partono dalla desovietizzazione, avendo peró altre implicazioni come la criminalizzazione del passato comunista, la perenne insicurezza nelle città, il conflitto ceceno e l’alleanza, quasi proverbiale, tra la Chiesa Ortodossa e il potere di Putin.

Desovietizzazione in corso

Nella societá comunista tutto era garantito. L’“homo sovieticus” tendeva al conformismo. La sua energia non veniva utilizzata per investire, bensí per procurarsi delle risorse attraverso una rete di contatti che includeva la famiglia e gli amici più stretti. Si perpetuava, in questo modo, quello che venne denominato normalnaya zhin, o vita normale, aspirazione che, malgrado i cambiamenti strutturali che ha sofferto la Russia, sembra ancora radicata nell’inconscio collettivo.

Queste reti familiari che si creavano contro lo Stato per ottenere il massimo beneficio possibile dallo Stato stesso (mai per minarlo o metterlo in discussione), impedirono la formazione di un sentimento di solidarietá collettiva (per paradossale che possa sembrare in un regime comunista). E’ da poco che hanno iniziato a fare la loro comparsa reti di solidarietá sorte all’interno della societá civile, che cercano di coinvolgere la societá nel suo insieme nella costruzione collettiva del futuro comune.

Instabilitá sociale e transizione

A questo cambiamento radicale nella struttura socioeconomica, deve essere sommato un altro fattore: il revisionismo del passato comunista. Il processo che portò Eltsin alla presidenza denunció costantemente il passato sovietico e, in particolare, i crimini di massa della fase staliniana e di quella successiva, fino ad arrivare alla stessa perestroika. Tutto ciò ebbe un certo effetto catartico sulla societá russa, che poté scoprire per la prima volta il vero volto del comunismo.

A sua volta, questo stesso processo colpì duramente la societá russa, provocando la terribile sensazione di una perdida delle radici, la messa in discussione del proprio passato, aprendo una dolorosa ferita nell’autostima collettiva e individuale. Parallelamente a questa evoluzione, la Russia perdeva il proprio status di grande potenza.

Se a questi fattori sommiamo, da un lato, la crescente insicurezza per i cittadini, dal momento che dopo la caduta della dittatura e la ristrutturazione dello Stato si sono generate le condizioni di anarchia ideali per la proliferazione della mafia; e da un altro, il conflitto con la Cecenia, che oscilla tra i barbari crimini di guerra dell’esercito russo e gli attentati terroristici dei gruppi indipendentisti ceceni, otteniamo un ambiente propizio all’ascesa e consolidamento di un politico autoritario come Putin.

L’alternativa si chiama oligarchia

L’arrivo di Putin ha segnato una svolta verso una certa stabilità, favorita dal miglioramento economico, forse congiunturale ma percettibile.

A sua volta, Putin è riuscito a penetrare nei diversi centri di potere della societá russa e a controllarli, dalla struttura di sicurezza (l’inizio della sua carriera è stato nei servizi segreti) fino alle istituzioni religiose, attraverso un’alleanza strategica con Alexis II (patrono della Chiesa Ortodossa) in un momento di vuoto spirituale del quale la Chiesa ha approfittato per espandersi nella societá civile. Il controllo ferreo dei mezzi di comunicazione e il caso Khodorkovsky, unico oppositore politico serio, incarcerato per un presunto caso di corruzione, gli hanno spianato il cammino per la rielezione.

Come segnala Vladimir Gusinsky, fondatore dell’emittente russa NTV “Putin sfrutta palesemente il terrore che ispira. E tanto più grande è il terrore, più forte è il suo potere.” A sua volta, la spirale pseudodittatoriale nella quale Putin si è immerso sta iniziando a far paura allo stesso presidente. “Anche Putin ha paura. Ha paura della gente che lo ricorderà per il bagno di sangue in Cecenia, la eliminazione dei mezzi di comunicazione liberi (...). Tanto piú forte è la sua paura, maggiore è la tentazione di convertirsi in un dittatore a vita e di formare un successore che governi con il pugno di ferro”.

Dal trauma psicosociale che soffre la società russa, è difficile che emerga un’alternativa per il cambiamento politico. La ribellione delle oligarchie si prospetta come unica alternativa. La prospettiva di un regime ogni volta piú autoritario e di un progressivo allontanamento dall’UE e dall’ONU potrebbero essere fattori che accelerino la presa di posizione delle oligarchie russe. Solo quando queste smetteranno di aver paura di Putin e si uniranno strategicamente, potranno essere partecipi di questo rinnovamento e coinvolgere il resto della societá civile. Putin lo sa e lo teme, e per questo ha costretto in prigione il proprio principale oppositore politico nonché oligarca Khodorkovsky.