Slovacchia, il buco nero del voto europeo 

Articolo pubblicato il 15 luglio 2014
Articolo pubblicato il 15 luglio 2014

Viaggio a Bratislava, crocevia tra la Russia e l'UE dove la partecipazione elettorale stenta nonostante la forte identità europea e dove la protesta e la disillusione non sono sfociate nell'euroscetticismo e nel populismo. 

Non è un Paese da as­sal­to ai seggi. Già nelle ele­zio­ni eu­ro­pee del 2004 e del 2009 la Slo­vac­chia vinse la gara del­l’a­sten­sio­ni­smo tra gli stati del­l’U­nio­ne Eu­ro­pea con il 17% e il 20% scar­si di af­fluen­za. Ma il peg­gio do­ve­va an­co­ra ve­ni­re: il re­cord ne­ga­ti­vo è stato toc­ca­to con il voto di mag­gio, un 13% im­ba­raz­zan­te per il go­ver­no di Bra­ti­sla­va, so­prat­tut­to se pa­ra­go­na­to con la media eu­ro­pea (43%) o con la vi­ci­na Au­stria (46%). 

La fuga dalle urne è stata mo­ti­va­ta dalla lunga serie di ele­zio­ni, quat­tro in 12 mesi fra re­gio­na­li, pre­si­den­zia­li, eu­ro­pee e co­mu­na­li, che hanno stre­ma­to gli elet­to­ri e pro­sciu­ga­to i par­ti­ti, ar­ri­va­ti al­l’ap­pun­ta­men­to co­mu­ni­ta­rio senza ener­gie. Ci sono però ra­gio­ni con­ge­ni­te, sle­ga­te dal par­ti­co­la­re mo­men­to. Ľuboš Blaha, mem­bro del par­ti­to di si­ni­stra Smer e pre­si­den­te del Co­mi­ta­to per gli Af­fa­ri Eu­ro­pei ha le idee chia­re: "Lo slo­vac­co medio pensa che 13 par­la­men­ta­ri su 751 non con­ti­no nulla e sia inu­ti­le vo­tar­li. Manca un modo di pen­sa­re 'eu­ro­peo', l’Ue piace per­ché dà soldi, ma il senso di ap­par­te­nen­za cul­tu­ra­le è an­co­ra lon­ta­no". Rin­ca­ra la dose An­drej Kla­pi­ca, can­di­da­to senza suc­ces­so a Stra­sbur­go con i cri­stia­no-de­mo­cra­ti­ci di Kdh: "Il pro­ble­ma è l’i­gno­ran­za. Nelle scuo­le gli stu­den­ti pen­sa­no che il par­la­men­to eu­ro­peo si trovi a Bru­xel­les e non sanno nem­me­no i nomi dei loro 13 de­pu­ta­ti". Nel mi­ri­no anche i gior­na­li­sti, che «par­la­no poco di Eu­ro­pa: la media an­nua­le di un eu­ro­par­la­men­ta­re in te­le­vi­sio­ne è 4 mi­nu­ti, nulla in con­fron­to ai po­li­ti­ci na­zio­na­li».

L’Europa è lon­ta­na, la po­li­ti­ca anche 

Il cen­tro di Bra­ti­sla­va, però, dà pro­prio la sen­sa­zio­ne di un sa­lot­to in mezzo al­l’Eu­ro­pa. La Cor­ti­na di ferro è ca­du­ta anche sim­bo­li­ca­men­te e i pa­laz­zo­ni del­l’ar­chi­tet­tu­ra co­mu­ni­sta ce­do­no len­ta­men­te il passo a gros­si cen­tri com­mer­cia­li. Sulle rive del Da­nu­bio si re­spi­ra “oc­ci­den­te” a pieni pol­mo­ni e senza le osti­che scrit­te in slo­vac­co sui car­tel­li, sem­bre­reb­be di pas­seg­gia­re per Vien­na o Dre­sda. L’in­gle­se è dif­fu­so fra i gio­va­ni, che com­men­ta­no il voto eu­ro­peo più con ras­se­gna­zio­ne che rab­bia. Pa­trick Pa­vlo­ski, stu­den­te di scien­ze po­li­ti­che al­l’U­ni­ver­si­tà di Bra­ti­sla­va, spie­ga: "Non siamo abi­tua­ti a ele­zio­ni in­ter­na­zio­na­li, le per­so­ne pen­sa­no che siano più im­por­tan­ti quel­le in­ter­ne ed è dif­fi­ci­le mo­ti­var­le. "C’è de­lu­sio­ne per cor­ru­zio­ne po­li­ti­ca e pro­gram­mi in­sod­di­sfa­cen­ti, que­ste con­di­zio­ni fanno pas­sa­re la vo­glia di re­car­si alle urne- af­fer­ma in­ve­ce An­drej Čierny, della Scuo­la d’ar­te di Bra­ti­sla­va, senza na­scon­de­re cause più pro­fon­de: "ve­dia­mo lon­ta­na l’Ue, i gior­na­li ne par­la­no solo a ri­dos­so delle ele­zio­ni. Sono si­cu­ro che la mag­gio­ran­za dei miei coe­ta­nei non sa­preb­be dire quan­ti siano i no­stri rap­pre­sen­tan­ti a Stra­sbur­go". Per loro Eu­ro­pa vuol dire viag­gia­re, stu­dia­re e la­vo­ra­re al­l’e­ste­ro, ta­rif­fe ge­ne­ro­se di roa­ming e ben­zi­na per l’e­co­no­mia na­zio­na­le. A pre­ci­sa do­man­da ri­spon­do­no senza esi­ta­zio­ne di sen­tir­si più slo­vac­chi che eu­ro­pei, ma sono gli al­fie­ri di una ge­ne­ra­zio­ne che deve com­pie­re il passo de­ci­si­vo per un’in­te­gra­zio­ne com­ple­ta. "Eu­ro­pa è si­no­ni­mo di li­ber­tà. Sol­tan­to 25 anni fa, certe cose non si po­te­va­no fare: sen­tir­mi eu­ro­pea è so­prat­tut­to sen­tir­mi li­be­ra di an­da­re dove vo­glio, con­nes­sa con mi­glia­ia di altre per­so­ne e coin­vol­ta in una co­mu­ni­tà" Linda Tóthová, psi­co­lo­ga e spe­cia­li­sta in ri­sor­se umane, ha solo 31 anni, ma non di­men­ti­ca il pas­sa­to del suo Paese e le li­mi­ta­zio­ni del re­gi­me co­mu­ni­sta. Per lei come per gli altri la sfida è far ca­pi­re ai pro­pri com­pa­trio­ti, so­prat­tut­to quel­li più avan­ti con l’età, che la loro opi­nio­ne conta qual­co­sa. Im­pre­sa ardua, se la vi­sio­ne più dif­fu­sa di­pin­ge gli eu­ro­par­la­men­ta­ri come scal­da­to­ri di sedie a libro paga del po­po­lo slo­vac­co.

Nes­su­na rea­zio­ne eu­ro­scet­ti­ca 

Su una cosa, al con­tra­rio, gio­va­ni e po­li­ti­ci sono ten­den­zial­men­te d’ac­cor­do: la po­li­ti­ca este­ra del­l’U­nio­ne verso la Rus­sia de­v’es­se­re più mor­bi­da. Se per molti l’an­nes­sio­ne della Cri­mea è un’in­giu­sti­zia, è anche vero che Putin si com­por­ta esat­ta­men­te come altri lea­der mon­dia­li, che non ven­go­no con­dan­na­ti alla stes­sa ma­nie­ra. Tra i ra­gaz­zi delle Uni­ver­si­tà cit­ta­di­ne il mes­sag­gio è co­mu­ne, la de­mo­niz­za­zio­ne della Rus­sia che fanno al­cu­ni eu­ro­pei, da que­ste parti non piace af­fat­to. "Siamo le­ga­ti ai russi per lin­gua, cul­tu­ra e tra­di­zio­ni", fa no­ta­re Bla­ha "e sa­rem­mo i primi a pa­ga­re per le san­zio­ni a Mosca, vista la di­pen­den­za ener­ge­ti­ca dal loro gas e la stret­ta re­la­zio­ne fra le due eco­no­mie. La no­stra po­si­zio­ne è op­po­sta a quel­la, per esem­pio, della Po­lo­nia: è un bene che fra i Paesi Ue ci sia qual­cu­no più pro­pen­so a dia­lo­ga­re con il no­stro im­po­nen­te vi­ci­no".

Eu­ro­pa da bac­chet­ta­re, ma co­mun­que mai in di­scus­sio­ne: il di­sin­te­res­se per le ele­zio­ni non sfo­cia in rea­zio­ni eu­ro­scet­ti­che. Qui nes­sun Front Na­tio­nal o Ukip ha dre­na­to l’in­sod­di­sfa­zio­ne per gli schie­ra­men­ti tra­di­zio­na­li e le for­ma­zio­ni estre­mi­ste sono ri­ma­ste a mani vuote: il Par­ti­to na­zio­na­le slo­vac­co (Sns) è in di­sar­mo e non ha ot­te­nu­to nem­me­no un seg­gio; stes­sa sorte per “La no­stra Slo­vac­chia” (L’sns), che pure aveva spa­ven­ta­to gli ana­li­sti con la vit­to­ria nella re­gio­ne di Banská By­stri­ca di Ma­rian Ko­tle­ba, lea­der dalle mal­ce­la­te sim­pa­tie na­zi­ste. Sugli slo­vac­chi non fanno presa le bat­ta­glie con­tro im­mi­gra­zio­ne e mi­no­ran­za Rom e ancor meno sem­bra loro pos­si­bi­le o au­spi­ca­bi­le usci­re dal­l’Eu­ro­pa. "Nes­su­no si sogna di con­te­sta­re l’Eu­ro, come av­vie­ne in Fran­cia e Ita­lia", af­fer­ma Pier­lui­gi So­lie­ri, di­ret­to­re di Buon­gior­no Slo­vac­chia, "anche per­ché il tasso di cam­bio è stato fa­vo­re­vo­le e i prez­zi non hanno su­bi­to im­pen­na­te con il pas­sag­gio alla mo­ne­ta unica". Gli fa eco Ro­ber­to Rizzo, del­l’am­ba­scia­ta d’I­ta­lia a Bra­ti­sla­va: "Gli slo­vac­chi non hanno mai vis­su­to così bene, ric­chez­za e oc­cu­pa­zio­ne sono sa­li­te no­no­stan­te la crisi e l’Ue ha por­ta­to cre­sci­ta e fondi per le in­fra­strut­tu­re". Non un sen­ti­men­to an­ti-eu­ro­peo, dun­que, quan­to una par­te­ci­pa­zio­ne pas­si­va, come se l’es­sen­zia­le fosse la mem­ber­ship nel club, piut­to­sto che le de­ci­sio­ni che vi si pren­do­no.

«L’UE è stata un punto di arrivo, non di partenza»

"Quan­do era­va­mo fuori dal­l’Eu­ro­pa vo­le­va­mo as­so­lu­ta­men­te en­trar­ci, ora ci siamo ri­las­sa­ti". A dirlo è Mag­da­le­na Va­sa­ryo­va, un pas­sa­to da at­tri­ce e am­ba­scia­tri­ce, ora in Par­la­men­to e al Co­mi­ta­to Af­fa­ri Eu­ro­pei con Sdkú, cen­tro-de­stra mo­de­ra­to sulla scia dei Po­po­la­ri Eu­ro­pei. "I con­cet­ti di re­spon­sa­bi­li­tà e di cit­ta­di­nan­za fa­ti­ca­no a im­por­si, per i tanti anni pas­sa­ti sotto re­gi­mi au­to­ri­ta­ri. Ab­bia­mo avuto aspet­ta­ti­ve trop­po alte, prima con la ca­du­ta del Muro e poi con l’in­gres­so nel­l’Ue: in­te­re ge­ne­ra­zio­ni di slo­vac­chi vo­glio­no toc­ca­re con mano il be­nes­se­re e, se non sem­bra ab­ba­stan­za, ri­man­go­no de­lu­si". Tra i po­li­ti­ci che ve­do­no in Bru­xel­les un ban­co­mat a di­spo­si­zio­ne e quel­li an­co­ra­ti a pre­sun­ti va­lo­ri tra­di­zio­na­li, l’im­ma­gi­ne del­l’Eu­ro­pa data ai cit­ta­di­ni è di­stor­ta: "Ma non pro­va­te a dire che siamo un ponte fra Est e Ovest. Siamo eu­ro­pei al 100% e la pro­gres­si­va mo­der­niz­za­zio­ne del Paese ri­sol­ve­rà anche i con­tra­sti su temi scot­tan­ti come Lgbt o fe­con­da­zio­ne in vitro". Bi­so­gna par­ti­re, sug­ge­ri­sce Va­sa­ryo­va, dal­l’in­for­ma­zio­ne nelle scuo­le e su in­ter­net e anche l’Ue dovrà es­se­re più pre­sen­te con le vi­si­te dei suoi rap­pre­sen­tan­ti. Per­ché le nuove ge­ne­ra­zio­ni sen­ta­no più Eu­ro­pa den­tro e fuori dalle ca­bi­ne elet­to­ra­li.

Questo reportage fa parte dell'edizione speciale del progetto "EUtopia: Time to Vote", dedicato a Bratislava. Il progetto è co-finanziato dalla Commissione Europea, dal Ministero degli esteri francese, dalla fondazione Hippocrène e dalla fondazione EVENS.