Slovacchia, ecco la tigre dell’Est

Articolo pubblicato il 17 giugno 2005
Articolo pubblicato il 17 giugno 2005

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Il 2004 è stato un anno importante per la Slovacchia: dopo sei anni di riforme, è finalmente entrata nell’Ue e nella Nato. Ma il suo tasso fisso d’imposizione fiscale del 19% ha disturbato molti suoi vicini.

Dalla fine del governo autoritario post-cominista di Vladimir Mercia nel 1998, la Slovacchia ha vissuto un vistoso cambiamento nella sua economia. Un cambiamento tale che l’anno scorso la sua è stata per la Banca Mondiale la trasformazione economica più veloce al mondo. Non c’è alcun dubbio che il tasso del 19% abbia contribuito a questo successo. Ma è una buona cosa?

Investimenti esteri

Prima che la riforma dai tassi entrasse in vigore, l’Iva sui generi alimentari era del 5% e il suo salto improvviso al 19% ha gravato in maniera sostanziale sulle deboli economie delle famiglie. La Repubblica Slovacca ha una borghesia molto limitata e il veloce aumento dei prezzi degli alimentari ha toccato da vicino una larga fetta della popolazione. Nonostante ciò, l’economia ha sostanzialmente tratto beneficio da questa tassa semplice ed efficace applicabile sia ai capitali personali che industriali.

La principale causa del miglioramento dell’economia slovacca è l’aumento degli investimenti esteri, legato a questa tassa così vantaggiosa per le industrie. Un esempio per tutti: l’anno scorso la Slovacchia era in competizione con l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia – altri dei nuovi stati dell’Ue – per diventare il paese natale della prima fabbrica europea di auto KIA.

Benché il costo della manodopera fosse identico in questi Paesi, la tassa era variabile e dunque la Slovacchia è stata scelta per impiantare l’industria, cosa che le porterà un miliardo di euro d’investimenti e creerà 2800 nuovi posti di lavoro. Dopo questa decisione la Repubblica Ceca, restia ad applicare un tasso fisso d’imposizione, sta ormai ripensando alla propria strategia. Non è solo la KIA Motors ad aver scelto la Slovacchia: anche delle grandi industrie automobilistiche del gruppo Peugeot-Citroën e della Volkswagen vi si sono impiantate. A breve la Slovacchia diventerà il più grande paese produttore di auto procapite al mondo.

Cosa resta dell’Europa ?

Nonostante i benifici che questa tassa porta agli investimenti siano tangibili, solo i Paesi dell’Europa dell’est l’hanno adottata finora. Tanto che i Paesi della “vecchia Europa” hanno già avuto modo di constatare che per ciò che riguarda gli investimenti esteri questa tassa è «una soluzione che funziona», per dirla come Ivan Mikloš, Ministro delle Finanze slovacco.

Dentro l’Ue, la competizione per gli investimenti è forte ed è la “nuova Europa” ad avere la meglio per adesso. Alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, sperano che questa situazione non si protragga. L’anno scorso Hans Eichel, Ministro tedesco delle Finanze, ha proposto di introdurre una tassa industriale minima in tutta l’Europa per evitare che i nuovi Stati membri non siano troppo competitivi.

E’ interessante vedere come i Paesi ex-comunisti abbiano abbracciato una filosofia veramente redditizia per i loro business, mentre quelli capitalisti dell’Europa dell’ovest si avvicinino sempre di più alla tassazione progressiva proposta da Marx. Ma mentre i vecchi stati Ue lottano per difendere il proprio modello sociale e mettono all’indice la tassa, è chiaro che questa porta un nuovo respiro nella sfera economica europea. Come ha detto Shigeo Katsu, vice-presidente della Banca Mondiale: «I nuovi Stati membri danno un nuovo respiro all’Unione europea. Una nuova ondata di energie e di idee si infrange sulla Commissione e sull’Unione». Sia che l’idea della tassa funzioni o meno, essa ha certamente spinto i leaders europei ad avere uno sguardo più critico e attento a proposito della situazione economica europea che, ora come ora, è piuttosto stagnante.