Siviglia: contro la crisi i giovani scelgono le "coop"

Articolo pubblicato il 03 aprile 2014
Articolo pubblicato il 03 aprile 2014

La loro pic­co­la im­pre­sa non co­no­sce la crisi. A Si­vi­glia, Mayte, Ale­jan­droAna hanno aper­to le loro attività pro­prio nel mo­men­to in cui l'e­co­no­mia spa­gno­la spro­fon­da­va. Oggi, sono sem­pre là e hanno un punto in co­mu­ne: la coo­pe­ra­ti­va.

In Fran­cia come in Spa­gna la "coo­pe­ra­ti­va" ri­cor­da vec­chie can­ti­ne am­muf­fi­te, piut­to­sto che gio­va­ni im­pren­di­to­ri in­tra­pren­den­ti. Si pensa au­to­ma­ti­ca­men­te a un mo­del­lo uto­pi­co po­st-ses­san­tot­ti­no che, in vista di un do­ma­ni in­cer­to, si dis­sol­ve ve­lo­ce­men­te. No­no­stan­te que­sto, in An­da­lu­sia, re­gio­ne du­ra­men­te col­pi­ta dalla crisi, le "coop" cre­sco­no come fun­ghi. Lungi dal­l’es­se­re as­so­cia­ta a un’a­gri­col­tu­ra tra­di­zio­na­le (che rap­pre­sen­ta più del 14% delle coo­pe­ra­ti­ve spa­gno­le, nda), si sco­pre che le coop hanno a che fare con il web 2.0. Il prin­ci­pio è sem­pli­ce: tre «so­cios» che con­tri­bui­sco­no in modo egua­le, un po­te­re de­ci­sio­na­le sta­bi­li­to equa­men­te e nes­su­na ge­rar­chia. Di­ver­sa­men­te da un’im­pre­sa "clas­si­ca", i la­vo­ra­to­ri sono sia in­ve­sti­to­ri sia coin­vol­ti in tutte le tappe della pro­du­zio­ne

Lon­ta­na dai cli­ché, la coop ver­sio­ne 2.0

È in un quar­tie­re mo­der­no, alle porte della città, che AnaAle­jan­dro, la­vo­ra­no come im­pren­di­to­ri di Mar­ke­ting On­li­ne. E, iro­nia della sorte, il com­ples­so Ave­ni­da Tec­no­lo­gia, co­strui­to prima dello scop­pio della crisi per ospi­ta­re le im­pre­se, si è ri­tro­va­to per metà de­ser­to. Tut­ta­via, i due soci hanno de­ci­so, no­no­stan­te per­cor­si di­ver­si e le dif­fi­col­tà, di non ar­ren­der­si. Ana, qua­ran­ten­ne sor­ri­den­te, è stata una delle ul­ti­me a la­scia­re la sua agen­zia di co­mu­ni­ca­zio­ne prima che chiu­des­se de­fi­ni­ti­va­men­te. Ale­jan­dro, in­ve­ce, a soli 27 anni, è già alla sua se­con­da coo­pe­ra­ti­va.

Se lui ha sem­pre so­gna­to di di­ven­ta­re un im­pren­di­to­re, lei in­ve­ce lo è di­ven­ta­ta quasi per caso. Quan­do è ar­ri­va­to il mo­men­to di met­ter­si in gioco una sola scel­ta era pos­si­bi­le, quel­la della coo­pe­ra­ti­va. Nes­sun idea­li­smo, spie­ga Ana: "la no­stra è stata una scel­ta prag­ma­ti­ca. Ave­va­mo un pro­get­to co­mu­ne e la coo­pe­ra­ti­va era la so­lu­zio­ne che me­glio cor­ri­spon­de­va alle no­stre di­spo­ni­bi­li­tà eco­no­mi­che e umane." E ha fun­zio­na­to: dalla sua aper­tu­ra Mar­ke­ting On­li­ne ospi­ta una clien­te­la varia che va dallo stu­dio dello psi­co­lo­go alla fab­bri­ca di con­ser­ve.

Va­gi­ne di gomma e la te­ra­pia eque­stre

Di pro­get­ti come quel­li di Ana e Ale­jan­dro, Laura Ca­stro e Sa­lo­mé Gomez ne hanno visti tanti. Re­spon­sa­bi­li della fe­de­ra­zio­ne an­da­lu­sa delle coo­pe­ra­ti­ve a Si­vi­glia (FAEC­TA), hanno visto che, con il ma­ni­fe­star­si della crisi, il nu­me­ro d’im­pren­di­to­ri so­li­da­li au­men­ta­va. "Ci sono sem­pre più ser­vi­zi di im­pre­se lan­cia­ti da gio­va­ni im­pren­di­to­ri molto pre­pa­ra­ti". In una re­gio­ne in cui il tasso di di­soc­cu­pa­zio­ne su­pe­ra il 30%, la coo­pe­ra­ti­va sem­bra es­se­re un’al­ter­na­ti­va al­l’e­mi­gra­zio­ne e "In­tra­pren­de­re di­ven­ta una ne­ces­si­tà".

L’An­da­lu­sia ha il pri­ma­to in ma­te­ria. Con le sue 3500 coo­pe­ra­ti­ve, il set­to­re offre la­vo­ro a più di de­ci­ne di mi­lio­ni di la­vo­ra­to­ri. Tra que­sti la mag­gior parte sono donne, in­si­ste Sa­lo­mé Gomez: "Ciò te­sti­mo­nia che le coo­pe­ra­ti­ve sono fon­da­te sul­l’u­gua­glian­za. Il prin­ci­pio è sem­pli­ce e in­va­ria­bi­le: una per­so­na = una voce. In una so­cie­tà in cui le donne as­su­mo­no po­si­zio­ni ma­na­ge­ria­li, la­vo­ra­re in una coo­pe­ra­ti­va con­sen­te di con­ci­lia­re più fa­cil­men­te la vita pro­fes­sio­na­le e quel­la fa­mi­lia­re". Il mi­ni­mo che si possa dire è che i soci an­da­lu­si ab­bia­no una gran­de im­ma­gi­na­zio­ne: tra i pro­get­ti d’im­pre­sa so­ste­nu­ti dalla FAEC­TA, Laura et Sa­lo­mé hanno visto di tutto: dalla te­ra­pia dei ca­val­li, alle va­gi­ne di gomma pas­san­do anche per le bare.

Con au­da­cia

Sono quasi tre anni che Mayte ha messo “tra pa­ren­te­si” la sua vita pri­va­ta. Co­fon­da­tri­ce della li­bre­ria “La Ex­tra­va­gan­te”, ne parla con l’en­tu­sia­smo ti­pi­co di chi vuole con­qui­sta­re il mondo. I suoi occhi mo­stra­no i segni delle ore pas­sa­te a fare con­ta­bi­li­tà e ar­chi­via­re pra­ti­che. “Le per­so­ne cre­do­no che avere una li­bre­ria sia re­sta­re se­du­ti a leg­ge­re, ma è falso!”, dice men­tre scop­pia a ri­de­re. In un’al­tra vita, Mayte era pro­fes­so­res­sa di let­te­ra­tu­ra a Puer­to Rico, di­ret­tri­ce delle re­la­zio­ni pub­bli­che di un tea­tro e poi di una li­bre­ria alla FNAC. È que­sto il la­vo­ro che ha la­scia­to per crea­re, in­sie­me a tre amici, la sua li­bre­ria.

Ac­com­pa­gna­ta da non pochi sogni e chi­me­re, la friz­zan­te Mayte si é lan­cia­ta nel­l’av­ven­tu­ra della coo­pe­ra­ti­va. Oggi non si è pen­ti­ta della sua scel­ta, ma ri­co­no­sce una com­po­nen­te di fol­lia ri­guar­do al suo pro­get­to. "Avevo ton­nel­la­te d’il­lu­sio­ni: tutto mi sem­bra­va pos­si­bi­le e fa­ci­le. È stato gra­zie a que­sta in­ge­nui­tà e igno­ran­za che il pro­get­to ha fun­zio­na­to. Quan­do sono ar­ri­va­ta al­l’uf­fi­cio tec­ni­co non sa­pe­vo nep­pu­re che po­te­vo apri­re una coo­pe­ra­ti­va. L’i­ni­zio è stato duro”, pro­se­gue, “anche per­ché non ho una dote im­pren­di­to­ria­le in­na­ta e per­ché i nu­me­ri non sono il mio forte!”.

Ale­jan­dro, Ana e Mayte ri­ven­di­ca­no quel piz­zi­co di fol­lia che li ha spin­ti a com­pie­re il gran­de salto. E forse sarà pro­prio gra­zie a ciò che l’e­co­no­mia an­da­lu­sa potrà ri­pren­der­si. I dati for­ni­ti da FAEC­TA mo­stra­no che le coo­pe­ra­ti­ve re­si­sto­no me­glio alla crisi che le azien­de clas­si­che. I soci, molto im­pe­gna­ti nel loro pro­get­to, non pen­sa­no alla chiu­su­ra se non come l’e­stre­ma so­lu­zio­ne. Que­sta di­men­sio­ne so­li­da­le ac­qui­si­sce senso in un con­te­sto di crisi eco­no­mi­ca nel quale av­via­re un'im­pre­sa in­di­vi­dua­le è pres­so­ché im­pos­si­bi­le, se non altro per la dif­fi­col­tà a tro­va­re dei fi­nan­zia­men­ti. Il ro­ve­scio della me­da­glia è che mol­tis­si­me per­so­ne oggi la­vo­ra­no per di­ver­se ore per uno sti­pen­dio in­suf­fi­cien­te. Resta tut­ta­via un aspet­to es­sen­zia­le, il gran­de sen­ti­men­to di li­ber­tà con­di­vi­sa.

Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li dedicati a Siviglia nel pro­get­to Eu­to­pia - Time to Vote, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Hip­po­crè­ne, la Com­mis­sio­ne Eu­ro­pea, la Fondazione Evens e il mi­ni­ste­ro degli Af­fa­ri Este­ri fran­ce­se.