Sistema politico: la chiave è l’Europa

Articolo pubblicato il 24 maggio 2004
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Articolo pubblicato il 24 maggio 2004

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La classe politica turca oscilla tra modernità e arcaismo, limitando tutti i reali sbocchi democratici e favorendo l’immobilismo. La promessa dell’Europa può dare una svolta. A patto che…

E’ questa la modernità: addomentarsi con un bambino morto in grembo? – fa chiedere la romanziera Adalet Agouglu a una sua eroina. La Turchia sta ormai scoprendo i limiti di una modernità che abbraccia senza ripensamenti fin dal 1923.

Di questi limiti o contraddizioni interne che intercorrono tra i valori dell’umanesimo (innovazione, creazione, democrazia) e le forze politiche e religiose “verticali” (sovranità, identità, tradizione), i turchi ne fanno un’esperienza diretta e definitiva alla fine della seconda guerra mondiale, al momento del passaggio al pluripartitismo.

Fermento popolare e democratico

Nel 1940 vengono creati gli Istituti Rurali, 21 centri di formazione sparsi in tutta l’Anatolia con l’obiettivo di rispondere al bisogno di sviluppo del paese reale (ossia rurale). Dalla razionalizzazione del processo agricolo si passa alla formazione culturale e all’educazione. Con gli Istituti, autogestiti, efficienti, arrivano anche Shakspeare e Balzac grazie a sistemi bibliotecari rivoluzionari per l’Anatolia. Corsi serali vengono istituiti per una popolazione adulta per la maggior parte analfabeta. Gli educatori, reclutati e formati a livello locale, impartiscono a loro volta un sapere a studenti sparsi in tutti i villaggi limitrofi. Il paese conosce allora un vivo fermento popolare e democratico.

Ed è questo che preoccupa. Fin dal 1946, la contro-riforma viene avviata a colpi di divieti e autolimitazioni. Gli Istituti vengono percepiti dalle forze al potere come fonti di agitazione marxista. Come una minaccia portata alle prerogative dei notabili locali sui quali l’opposizione emersa dall’apertura pluripartitica andava appoggiandosi (durante il periodo che vede la nascita della destra turca).

Nel 1954, gli Istituti vengono chiusi: il fermento democratico suscitava una classica reazione conservatrice che lo sacrificava sull’altare di un pluralismo divenuto maschera democratica formale di un confronto tra modernismo verticale e autoritario e conservatorismo dei notabili rurali (feudali) e arcaici.

Le divisioni della destra

Inizia allora una spirale di tensioni e agitazioni crescenti da cui il paese non è ancora uscito: in due decenni si succedono tre colpi di stato (’60, ’71 e ’80). Il contesto politico si fossilizza in scenari purtroppo ancora attuali.

Da una parte l’impossibilità dell’emergere politico di una sinistra moderna, democratica e popolare (sulla linea del fallimento degli Istituti) condanna quest’ultima all’alternativa tra rivoluzione e repressione; alla scelta della violenza imposta dai gruppi di estrema destra; al ritorno inevitabile in seno ad una sinistra monarchica, progressista, autoritaria, impersonata dallo stato e dal CHP (Partito Repubblicano del Popolo), ex partito unico e oggi il solo partito d’opposizione parlamentare.

Dall’altra parte il dominio costante (almeno da un punto di vista sociologico) dei partiti di destra dopo il passaggio al pluralismo. Una destra spesso divisa, talvolta unita, ma sempre pronta a far vibrare la corda della religione (dal centro agli islamici). L’ultima riunificazione, e forse la più completa allo stato attuale, che comprende le posizioni islamiste, è quella realizzata in seno all’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) attualmente al potere.

Il faccia a faccia attuale tra AKP e CHP riflette, in parte, la persistenza di questo confronto sterile e immobile su dei temi di cui si prende in considerazione soltanto l’apparenza simbolica (velo islamico, insegnamento religioso, questione curda...)

La questione europea è vitale

Ora, questo confronto tra un progressismo sclerotizzato e un conservatorismo sociale deriva da una concezione ambivalente della modernità, oscillante tra autoritarismo e identità da un lato e democrazia dall’altro.

Si tratta di assomigliare all’occidente moderno, di cancellare, pertanto, le differenze che questo invoca per caratterizzarsi: un fossato impossibile da colmare, dove la modernità si trasforma in ideale lontano ed astratto; da mantenere a tutti i costi per gli uni, da abbandonare per gli altri.

In Turchia coesistono due conservatorismi, uno modernista, l’altro tradizionalista, entrambi preoccupati dalle potenzialità di una reale democrazia (l’AKP sulla questione femminile, il CHP sulla questione curda). Senza mai tradire quello stereotipo tutto occidentale di un Oriente come realtà socio-culturale statica che calza così bene all’Oriente.

Da qui l’importanza vitale della questione europea per una Turchia che ha tanto ancorato il suo destino ad un’Ovest i cui valori (o stereotipi) tenderebbero ad escluderla.

Posizione paradossale, questa, che può da sola sciogliere il nodo della tanto attesa adesione turca all'UE (o persino la sua sola possibilità), colmando l’invalicabile fossato dello sviluppo e aprendo la via ad un reale progresso sociale e politico.

In questo, la battaglia europea condotta attualmente dall’AKP falsa la vecchia opposizione costituendo la promessa per una fioritura democratica. Una forte alleanza delle sinistre turche e curde, abbozzata ma ancora marginale, troverà alla fine modo di sbocciare?