Silencio, il club dove David Lynch diventa Grande Puffo

Articolo pubblicato il 14 novembre 2011
Articolo pubblicato il 14 novembre 2011
"Silencio, no hay banda...", di certo non è questa la frase con cui verrete accolti all’ingresso del super esclusivo club parigino di David Lynch. Così come non troverete Rita, o corpi di cadaveri, misteri da risolvere, nonostante il nome dato al locale, Silencio, appunto, sia un omaggio alla pellicola Mulholland Drive.

Più semplicemente, all’entrata del Silencio, ci sarà un uomo di mezza statura che sorseggia vodka con una cannuccia e controlla che il vostro nome sia presente su una delle liste mentre un’insegna al neon raffigurante due chiavi alterna il rosso al blu. Siamo al 142 di rue Montmartre, per gli addetti stampa l’ex residenza del giornale L'Aurore, redazione che ha mandato in tipografia il J’accuse di Emile Zola, prima ancora cimitero in cui fu sepolto Molière, e infine sala d’incisione del gruppo di elettronica Justice. Per tutti gli altri, pratici e blasfemi, il palazzo in cui si trova la popolare e commerciale discoteca Social Club, sulla destra.

L'arte al cubo

Il night ha la struttura di un bunker sotterraneo, nascosto alla superficie da tre rampe di scale, scendendo si possono ammirare appese alle pareti diverse fotografie scattate al locale dallo stesso David Lynch. E qui hai già la prima vertigine, la premonizione di uno sdoppiamento – che poi è quello topico del regista – tra un qualcosa che riconosci come reale (la tua esperienza, scendere delle scale per raggiungere un luogo) e ciò che invece fa parte di un immaginario confuso ed enigmatico (nessuno andrebbe al Silencio se non per una sorta di fascinazione verso Mulholland drive). E al pensiero che quelli siano scatti fatti a un posto che ne ricostruisce un altro in realtà già set cinematografico e che quindi si sia in balia di una concezione dell’arte al cubo – fotografo un night che ho progettato sulla falsa riga di quello inventato in un mio film – causa una spirale da cui è possibile salvarsi solo con una piccola dose di sano cinismo.

“Beh, più o meno è il Social Club ma con un livello di gnocca più alto!”

All’ingresso la chiave blu dell’insegna è un altro riferimento alla pellicola: a Mulholland è uno dei tanti indizi del mistero, qua, semplicemente, assegna al luogo uno status di club esclusivo e privato; dalle 6 di pomeriggio a mezzanotte l’ingresso è riservato solo ai soci, poi fino alle 6 dell’alba è aperto al pubblico (per quanto sia comunque obbligatorio mettersi in lista). Per diventare soci è tanto necessario pagare (fino a 1.500 euro all'anno) quanto rientrare con qualche merito nella categoria “artisti”: canti, suoni, dipingi, scrivi, poco importa, potrai partecipare a incontri, concerti, master class, mostre e proporre persino degli eventi. E tutto accade rigorosamente prima della minuit, poi come per Cenerentola da piccola Hollywood il Silencio si trasforma in una piccola pista da ballo con un dj come un altro e la gente da far la fila al bar, tanto da far esclamare a uno degli ospiti: “Beh, più o meno è il Social Club ma con un livello di gnocca più alto!”. Resta comunque la possibilità di girovagare tra le poltroncine e sfogliare uno dei 40/50 volumi di design o accomodarti nella saletta cinematografica e assistere a una delle tre proiezioni serali, oppure ubriacarti e raggiungere le toilette metterti davanti a uno degli specchi con tutte le lampadine in cerchio modello camerino e crederti attore – che poi è pressappoco quello che ha fatto la quasi totalità dei soci prima che la carrozza si trasformasse in zucca e David Lynch fosse portato via da alcune topoline in nero. Prima come dopo si ha l’impressione di essere in un luogo di ritrovo dove tutti si conoscono già, si salutano con i bacini e si raccontano qualcosa della giornata.

Imperioso e spaventoso, ma dolce come un Grande Puffo

Quando il regista è arrivato e si è seduto al suo posto riservato una ventina di persone gli si sono messe accanto, stringendosi oltre il possibile e continuando a farlo a ogni suo cambio di postazione, parlando tra loro in maniera conviviale e animata; piccoli nella loro statura media accanto all’omone che invece è l’artista statunitense il quale, più che un moderno e attempato Socrate con i suoi proseliti, sembrava il Grande Puffo insieme ai suoi puffettini. I puffi erano abbastanza ridicoli, ma Lynch, imperioso e spaventoso, nella pluripremiata aurea di maestro dell’ingorgo psicologico, appariva inaspettatamente dolce nella sua cordialità bambinesca. Persino mentre gli ronzava attorno un tizio con uno stuzzicadenti in bocca – quasi a tiragli la giacca da un lato e dirgli “Guarda un po’, Grande Puffo, cosa ho imparato da Ryan Gosling in Drive” (a onor del vero bisognava che qualcuno gli raccontasse quanto fosse più simile a Benigni in Johnny Stecchino) – o un altro con lo sguardo studiatamente assente e vitreo modello psicopatico Frank Booth in Blue Velvet, ai tempi dello Slow Club e non ancora del Silencio.

Pantomima esclusiva

Il Silencio è bello e interessante nella stessa misura in cui lo sono centinaia di altri club sparsi in giro per il mondo – di sicuro meno di quelli inventati nei suoi film da David Lynch, quelli reali – e conferma il sospetto che quando l’arte (finanche se è grande, riconosciuta e necessaria) incontra ambizioni estranee altro non diventa che la pantomima di se stessa, o peggio, comunissimo provincialismo. A Parigi quanto nell’entroterra cilentano.

Foto: Silencio: Lynchland - David Lynch - Roland Kermarec / facebook; Puffo (cc) Chuck _Maurice/flickr