Sihem Bensedrine, giornalista contro Ben Alì

Articolo pubblicato il 13 ottobre 2006
Articolo pubblicato il 13 ottobre 2006

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La giornalista tunisina minacciata, arrestata e torturata dal regime di Tunisi punta il dito contro l’ipocrisia dell’Europa. «Non c’è da stupirsi se poi emigriamo».

Basta rimanere cinque minuti insieme per rendersi conto dell’impegno di questa gracile donna. Arrivata in ritardo all’intervista, Sihem Bensedrine tutta trafelata, si scusa subito. Ma quando stiamo per cominciare, ecco che squilla il telefono. Questa volta è l’ong International Freedom of Expression Exchange che le propone di partecipare ad una conferenza telefonica. Discorre un poco con le sue colleghe sulla linea redazionale da adottare e si congeda frettolosamente. Per poi sedersi ansimante sulla poltrona.

Battersi per non sottomettersi

La 56enne Bensedrine non dimostra la sua età: occhi scuri che brillano di luce propria e lasciano trapelare la sua immensa voglia di vivere; ricci capelli castani raccolti in una piccola treccia. Da ormai quattro anni la giornalista vive in esilio ad Amburgo. Qui, in un antico edificio nel quartiere di Schanzen, abita con la famiglia in un appartamento. Sua figlia frequenta una scuola nella stessa città tedesca; il figlio studia in un’università francese.

Ieri sera Sihem è tornata da Casablanca. Ma di mattina presto è di nuovo in viaggio verso Lagos, dove prenderà parte ad una conferenza organizzata dalla Nafeo, una rete di organizzazioni africane per la libertà d’espressione. D’obbligo, quindi, una breve tappa a Berlino per richiedere il visto per la conferenza in Nigeria.

«Non sono fatta per essere sottomessa», riassume. Nel 1987 Zine El Abidine Ben Alì riesce a salire al potere grazie ad un colpo di Stato, abolendo all’inizio degli anni Novanta la libertà di stampa e, allo stesso tempo, opponendosi fortemente ai fondamentalisti islamici presenti in Tunisia.

«Tante persone vennero torturate fino alla morte» racconta Sihem Bensedrine. Non per niente lei stessa ha messo a nudo questi atti di violenza e ha parlato con i familiari delle vittime. Ma il suo impegno non viene di certo dal nulla... già prima della presa al potere di Ben Alì si era battuta per la giustizia sociale ed era stata membro attivo del gruppo tunisino per i diritti umani. Quando, negli anni Ottanta, sorge una stampa libera in patria, diventa giornalista. «Per noi era una sfida appassionante. Significava rompere la posizione di monopolio della stampa di Stato».

Sorvegliata, arrestata, torturata

Ma questa sua partecipazione scatena l’ira di Ben Alì, che ordina delle rappresaglie contro l’attivista e la sua famiglia. I Servizi Segreti sorvegliano la sua famiglia per moltissimo tempo. Il passaporto le viene confiscato per sei anni, mentre suo marito rimane agli arresti domiciliari per due, oltre a perdere l’unica sua fonte di sostentamento: una fattoria. Il cane della figlia viene impiccato. La giornalista è spesso calunniata e picchiata in strada. E nel 2000, durante la prigionia, le rompono le costole e le danneggiano gli occhi e la colonna vertebrale. Un anno più tardi viene nuovamente arrestata.

Nel 2002 è la fondazione di Amburgo per i perseguitati politici a volerla accogliere per un anno. Tuttavia la situazione in Tunisia per la giornalista non migliora di molto e la donazione nei suoi confronti trova anche l’appoggio di sponsor privati fino al 2005. Ora, da ormai un anno, si trova nella posizione di ospite in Germania grazie alla Pen, un’organizzazione internazionale che riunisce Poeti, Saggisti e Novellisti.

Alla Bensedrine piace la Germania. Finché non avverrà un capovolgimento politico nel proprio paese non intende lasciare i confini tedeschi. Sihem apprezza sia il popolo tedesco che il suo stile di vita. E racconta, ridendo, di apprezzare «il fatto che le persone non attraversino con il rosso. La gente qui rispetta le regole. Nel mio paese mancano leggi che valgano per tutti e a cui tutti debbano attenersi».

E il suo futuro, quello della sua famiglia? Non ne ha la minima idea: «Mia figlia vorrebbe sapere se potrà terminare la scuola qui. Ma non sono in grado di pianificare il nostro domani al momento». Per un attimo sembra che lei, la guerriera, sia sul punto di arrendersi: «Vorrei tornare in Tunisia e poter avere una vita normale».

Un’Europa piena di ipocrisia

Durante l’esilio Sihem Bensedrine e suo marito Omar Mestiri hanno scritto un libro intitolato L’Europe et ses despotes (“L’Europa e i suoi despoti”, ndr), un’opera fortemente critica verso l’Unione Europea e il suo appoggio ai regimi autoritari nell’Africa del nord.

«Se i responsabili politici europei continuano a tollerare i sistemi dittatoriali in Africa, non c’è da meravigliarsi se gli abitanti di questi Stati scappino per venire in Europa».

La Bensedrine afferma che la maggioranza delle popolazioni residenti in Africa non ha alcun accesso alle risorse materiali e finanziarie del paese. «Così dobbiamo emigrare, perché non esiste un futuro nel nostro paese. E l’Europa è in parte responsabile di questa situazione».