Siamo ancora tutti americani?

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003

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Verso una nuova guerra in Iraq.

Siamo tutti americaniCon queste parole il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi concluse a Roma il suo discorso di solidarietà per lalleato doltre oceano in ginocchio dopo attentato dell11 settembre.

Siamo tutti americani è stato probabilmente anche il pensiero di tanti di noi che in quei giorni indimenticabili tentavano di trovare una collocazione in un mondo che andava sempre più delineandosi su criteri di appartenenza etnica, religiosa, geografica, economica e politica.

Oggi, invece, a più di un anno da quell11 settembre, e di fronte allo scenario della risposta guerreggiata delloccidente, una risposta clausewitziana auspicabile e perfino purificatrice e che tanti paesi ha attraversato, probabilmente una larga fetta di coloro i quali si sentivano tutti americani ha cominciato a porsi delle domande.alcune riguardano lAfganistan, altre il Kashmir ed altrettante lIraq: in sostanza siamo ancora tutti americani? Come accadeva un anno e mezzo fa, vogliamo ancora tutti intervenire in massa per mostrare i muscoli di un occidente in procinto di affrontare la più grande crisi di civiltà che lera moderna gli abbia mai presentato? Siamo tutti convinti della giustezza dei presupposti di questa presunta Enduring freedom ? E poi Enduring freedom per quali popoli? E quali sono i valori che la animano? E quali i costi del prossimo 11 settembre che questa volta nessuno potrà far finta di non aspettarsi?

Ma probabilmente la domanda più ricorrente riguarda la presunta giustezza dei valori democratici e civili che il demiurgo Occidente, con mano catartica, si è impegnato a diffondere nel resto del pianeta e riguarda, anche, il ruolo che lOccidente è convinto di ricoprire in questa missione.

A questo proposito dispiace notare come anche in questo caso lUnione europea stia nuovamente latitando e lo fa anche di fronte ad una malcelata volontà americana di intervenire in Iraq in assenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ad un macchinoso e palesemente artificioso tentativo dello zio Sam di voler far credere al mondo intero che il Raìs Saddam nasconda armi terribili nei propri arsenali, alla evidente pervicacia con cui Bush invita gli ispettori delle Nazioni Unite a far ricorso a tutto il proprio zelo per scovarle quelle armi.anche se non ci sono.e se proprio non dovessero esserci, allora vanno bene anche quelle che poi così pericolose in realtà non sono, ma limportante è che si attacchi comunque.

Non dimentichiamo poi che gli Stati Uniti hanno un altro asso nella manica sul quale puntare: laspetto religioso; in effetti a tutti sembra lecito reputare giusto lintervenire in quei focolai che rappresentano terreno fertile per i fautori ed esportatori di atti di terrorismo di matrice islamica, ma poco importa alle lobbyes che hanno portato Bush al potere se Saddam rappresenti il tipico esempio del dittatore laico che ha combattuto e combatte, anche con la pena di morte, ogni forma di fondamentalismo islamico e, in special modo, ogni proselitismo in nome del wahabismo che, come noto, è la fede di Osama Bin Laden, non è rilevante se Saddam sia considerato addirittura un apostata, uningiuria tanto grave da meritare la pena di morte nel mondo islamico, dallo stesso sceicco saudita e merita ancor meno rilievo per lamministrazione americana il fatto che il Raìs iracheno tema più di noi leventualità che i fondamentalisti islamici mettano le mani su armi di distruzione di massa in quanto lui ne rappresenterebbe il più immediato e naturale bersaglio.

Lopinione più diffusa, e anche se con molta probabilità al di fuori degli Stati Uniti non cè neanche un giurista che si sentirebbe di legittimare unazione del genere, lattacco allIraq è imminente ed imminenti sono anche le conseguenze che tutti noi conosciamo bene, ma alla luce delle considerazioni sin qui esposte mi si lasci la possibilità di esporre unultima riflessione: in attesa che finalmente lUnione europea a livello istituzionale assuma una posizione più autonoma e marcata nei confronti degli Stati Uniti dAmerica, oggi gran parte della popolazione del vecchio continente non si sente più tanto americana e diventa quindi auspicabile che tale sentimento attraversi loceano in un modo un po più concreto di quanto non faccia oggi per mezzo delle parole moderate dellelegante Solana..perché purtroppo chi non conosce la propria storia è destinato a riviverla e francamente di riviverla in modo così sanguinoso non se ne sente proprio lesigenza.

Fabio Parziale