Should I stay or should I go?

Articolo pubblicato il 12 giugno 2015
Articolo pubblicato il 12 giugno 2015

No, non stiamo parlando dei Clash ma di una delle questioni più scottanti su cui si sta dibattendo in Europa. Brexit, Grexit, la crescita dei partiti euroscettici: i membri dell'UE dovrebbero stare attenti a non gettare altra benzina sul fuoco. 

La rielezione di David Cameron come Primo Ministro, questa volta con una maggioranza conservatrice, ha segnato l'inizio della campagna per la rinegoziazione della presenza del Regno Unito nell'Unione Europea. Verso la fine del 2017, i britannici avranno la possibilità di decidere se rimanere o meno nell'UE.

Nonostante la Brexit sia ora sotto tutti i riflettori, il paese non è l'unico ad aver affrontato il tema. Il vento euroscettico sta soffiando su diversi Stati membri, anche sui primi ad aver firmato, nel 1957, il Trattato di Roma, assicurando così all'Europa una pace duratura.

Restare in Europa è un lusso?

Uno degli argomenti principali usati da David Cameron e dagli euroscettici britannici è l'effetto secondario della libertà di movimento delle persone, oltre ai benefici economici riconosciuti ai migrati europei (o si chiamano 'expat'?). In ogni caso, è necessario ricordare che, "i disoccupati inglesi che si trovano nei paesi più ricchi d'Europa - scrive The Guardian - possono approfittare di benefici e agevolazioni migliori rispetto a quelli di cui beneficiano il loro connazionali in patria". In sintesi, non solo gli Inglesi che beneficiano degli aiuti in altri paesi sono di più rispetto ai tanto accusati 'expat', ma i suddetti benefici sono addirittura più sostanziosi di quelli concessi dal Regno Unito.

Grexit?

Allo stesso tempo, c'è anche un altro paese che è a rischio uscita: la Grecia. I creditori stanno perdendo la pazienza e considerano ormai impossibile trovare un accordo con il paese. Dall'altra parte, molti Greci si sentono oppressi dalla Troika (Commissione Europea, Banca centrale Europea e Fondo monetario internazionale). A dispetto dei tentativi di consolidamento fiscale, i livelli di povertà e disoccupazione in Grecia sono drammaticamente alti e il debito pubblico sta aumentando mentre il Pil sta affondando. Una cura che molti considerano ben peggio della malattia iniziale. 

I possibili effetti dell'uscita della Grecia dall'Eurozona sono sconosciuti. C'è un dibattito infinito portato avanti da esperti e rappresentati istituzionali su quanto potrebbe rivelarsi catastrofica una Grexit, sia per l'Eurozona, sia per la Grecia stessa. Tuttavia ai Greci potrebbe non essere riconosciuto il 'lusso' di prendere la propria scelta. I cittadini europei dovrebbero avere il diritto di scegliere democraticamente il loro futuro. Ma la linea tra democrazia e populismo può essere molto sottile specialmente quando, a essere coinvolti, sono i mercati, i creditori e il debito.

Un'altra via?

Forse l'esempio da imitare è quello dell'Islanda. Piuttosto che seguire il mantra 'To Big To Fail', e prendersi sulle spalle l'enorme debito accumulato dalle banche private, l'Islanda ha deciso di proteggere i conti dei cittadini lasciando che del resto se ne occupassero gli altri. Inoltre, ha messo in prigione diversi banchieri per manipolazione del mercato e ha pure imposto un controllo temporaneo del capitale per proteggere i cittadini. 

E i risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti: il paese si accinge a diventare il primo Stato membro ad aver raggiunto (e superato) i livelli di produzione pre-2008. Al posto di essere completamente sottomesso all'austerità e all'improduttiva retorica del "paying down one's debts", il paese si è battuto per ottenere giustizia e puntare alla crescita economica.

I governi europei farebbero meglio a lavorare tutti insieme per affrontare le sfide poste dall'Unione Europea, tra cui i problemi della Grecia, piuttosto che gettare benzina sul fuoco dell'euroscetticismo.

In caso contrario, potrebbe non essere semplice mantenere il controllo.