shirley: visions of reality

Articolo pubblicato il 22 novembre 2013
Articolo pubblicato il 22 novembre 2013

“Shirley: visions of reality” è un inno all’anticonformismo. È molto più che un film, è un dialogo tra cinema, pittura e letteratura che offre un’esperienza estetica unica. Partendo da 13 quadri di Edwar Hopper, il regista, Gustav Deutsch, racconta gli Stati Uniti tra gli anni 30 e 60 attraverso la storia dell’attrice Shirley e il suo impegno nella società e nella vita.  

Scheda tecnica

Titolo: Shirley: visions of reality

Musica: Christian Fennesz, David Sylvian

Durata: 93'

Paese: Austria

Regia: Gustav Deutsch

Sceneggiatura: Gustav Deutsch

Fotografia: Jerzy Palacz

Anno: 2010

Cast: Stephanie Cumming, Christoph Bach, Florentin Groll, Elfriede Irrall, Tom Hanslmaier

Produzione: KGP Kranzelbinder Grabiele Production

“Shirley: visions of reality” offre una forma originale e affascinante di narrare una storia, la storia degli eventi che caratterizzarono la vita degli Stati Uniti tra gli anni 30 e gli anni 60. Per fare ciò il regista, Gustav Deutsch, fa ricorso a due mezzi: da un lato, ambienta le scene del film in 13 quadri dell’artista statunitense Edward Hopper e, dall’altro, utilizza una storia di vita, quella di Shirley, un’attrice del “Group Theatre” che vive il proprio impegno sociale e politico nel quadro degli eventi del tempo: gli anni della Grande Depressione, la Seconda Guerra Mondiale, la caccia alle streghe di McCarthy, i conflitti etnici e le lotte per i diritti civili.

Hopper ha saputo descrivere, come nessuno sarebbe riuscito a fare, la solitudine, il silenzio e l’impossibilità di comunicare. Tutti questi elementi compaiono in un film che supera la dimensione cinematografica per trasformarsi in un dialogo tra cinema, pittura e letteratura. Gustav Deutsch assicura: “Hopper non ritrae la realtà, ma la mette in scena. Anche questo, insieme all’assemblaggio della realtà, è nella natura del cinema”.

Deutsch riesce in questa opera a dare ai quadri di Hopper una forma tridimensionale e una vita, rispettando il meraviglioso gioco di luci e colori degli originali. Una grande sfida per un regista la cui formazione iniziale è l’architettura: “le dimensioni con cui Hopper lavorava sono incredibili”, garantisce, “è tutto anamorfico, nessun mobile è collocato nell’angolo corretto, nessuno spazio è ortogonale”. Tuttavia, il risultato non potrebbe essere migliore: un’esperienza estetica che trasmette pace, serenità e suscita nello spettatore un senso del bello unico.