Sharon: un secondo Rabin?

Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004

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Con la morte di Arafat, il piano per il ritiro dalla Striscia di Gaza si rimette in moto. Ma l’estrema destra israeliana si oppone strenuamente al ritiro dalle terre bibliche. Anche con le “fatwe”.

Appena un anno dopo la presentazione della “Road Map”, che a causa dei continui atti di violenza non è riuscita a riavviare il Processo di pace, il governo Sharon ha presentato lo scorso aprile un nuovo “piano di ritiro”: Israele provvederà allo smantellamento di tutti gli insediamenti nella Striscia di Gaza e ritirerà le sue truppe. Così l’opinione secondo la quale Gaza è una “terra occupata” non avrà più alcun fondamento. Non solo. Lo smantellamento interesserà anche quattro insediamenti minori in Cisgiordania. Il piano del ritiro da Gaza è stato elaborato in accordo con George W. Bush, e anche le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno offerto il proprio aiuto nella sua attuazione – senza tuttavia archiviare definitivamente la Road Map.

“Fatwa” ebraica contro Sharon

Allo stesso tempo il piano, che prevede l’abbandono delle “terre bibliche”, è stato oggetto di una forte opposizione in Israele. La destra religiosa si è mobilitata contro Ariel Sharon e il suo leader, il rabbino di Gerusalemme Nebenzahl ha affermato lo scorso luglio che “per chiunque lasci parti del territorio israeliano nelle mani di non-ebrei, vale il Din Rodef” – vale a dire il permesso sancito dalla religione di uccidere un ebreo. Ancora nello stesso mese i servizi segreti israeliani dello Shin Bet hanno reso noto che “alcune decine di pericolosi estremisti” nel paese, appoggiati da 150-200 ebrei, si ponevano come obiettivo la morte del primo ministro Ariel Sharon. Nel frattempo i coloni si sono organizzati per scongiurare la minaccia del ritiro. Il leader dei coloni, Pinchas Wallerstein ha rivolto un appello alla disobbedienza ai suoi pari anche a costo di andare in contro ad arresti di massa. Non solo. In seguito all’appello alla disobbedienza lanciato dal rabbino ortodosso Shapira contro il piano di evacuazione dai territori biblici – un atto “sacrilego” secondo il leader religioso - sono sempre più numerosi i soldati che rifiutano di stare agli ordini. L’incubo della “guerra civile” è tornato a farsi sentire attraverso i media, in quanto è l’anima stessa d’Israele ad essere in gioco: religione contro ordinamento laico - questa la contrapposizione che scuote lo stato sionista fin dentro le fondamenta. Israele ha ancora la capacità di agire in casi come questo? Oppure lo stato, come chiede provocatoriamente il gionrale liberale di sinistra Haaretz, non è ancora nient’altro che “un’autorità nazionale israeliana” incapace di assumere delle decisioni contro la volontà dei gruppi religiosi armati presenti nel proprio paese?

La parabola di Ariel, da ‘falco dei falchi’ a colomba?

Non basta. L’intensa ostilità della destra nei confronti di Sharon richiama alla mente di alcuni osservatori la storia di uno dei suoi predecessori, il premio Nobel Yitzhak Rabin: disponibile a ampie concessioni nei confronti dei palestinesi, nel 1995 fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco ad opera di un fondamentalista ebraico.

In realtà, il piano di ritiro da Gaza va contro tutto quello per cui Sharon ha lottato nella sua vita. Prima come soldato e poi come politico, Sharon era sempre stato il “falco dei falchi”. Abbandono della penisola del Sinai, divisione di Gerusalemme, autonomia dei territori palestinesi – tutto ciò aveva sempre incontrato la sua opposizione. Si mostrava irremovibile soprattutto nei confronti delle colonie: prima come Ministro per le Infrastrutture nazionali, e in seguito come Ministro degli Esteri, si è battuto per creare insediamenti in ogni angolo di Gaza e della Cisgiordania.

Sharon, che ha di recente varato una coalizione di governo coi laburisti del Premio Nobel per la Pace Shimon Peres, si è forse improvvisamente trasformato in “colomba”? Per niente. Con la road map finita in un vicolo cieco, un’azione unilaterale era l’unica alternativa rimastagli per dimostrare la sua capacità di agire e salvare il suo governo. E mentre il “Quartetto sul Medio Oriente” ha lodato questa sua decisione, definendola un “primo passo”, il consigliere di Sharon, Dov Weisglass, ne ha dato in ottobre una ben diversa interpretazione: il ritiro dalla striscia di Gaza avrebbe in realtà l’effetto di “congelare”, nel lungo termine, il Processo di pace, e di procrastinare la creazione di uno stato palestinese. Queste sarebbero in realtà le speranze di Sharon.

Con la morte di Arafat, tuttavia, il piano Sharon riacquista improvvisamente nuovo slancio. E’ possibile, anzi, che si metta in moto un processo di pace superiore ad ogni aspettativa. Secondo il responsabile della diplomazia Ue, Xavier Solana, il ritiro dalla Striscia di Gaza rappresenta l’opportunità di riattivare la Road Map – a condizione che il trasferimento dei poteri venga regolato e negoziato con i palestinesi. Ed è qui che entra in gioco l’Ue: Solana ha annunciato che l’Unione invierà degli esperti per sostenere la creazione delle forze di sicurezza palestinesi a Gaza. Gli europei potrebbero apportare un aiuto organizzativo e finanziario non trascurabile. Ovviamente, se nessun ostacolo sopraggiungerà a sbarrar loro la strada.