SGOMBERIAMOLI! Redattore Sociale arriva a Napoli

Articolo pubblicato il 21 aprile 2012
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Articolo pubblicato il 21 aprile 2012
di Mario Paciolla  Il 19 aprile 2012, presso il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, si è svolto il seminario di formazione per giornalisti sui temi del disagio e delle marginalità “SGOMBERIAMOLI!
Giornalismo e immigrazione: come evitare stereotipi, pregiudizi, discriminazioni” organizzato dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e l’agenzia giornalistica quotidiana Redattore Sociale , con il patrocinio dell’Ordine Giornalisti Campania. L’incontro, creato per la prima volta a Napoli in collaborazione con importanti realtà dell’ associazionismo e dell’informazione campana, ha concluso il trittico di eventi iniziato a  Milano ( 17 aprile ) e proseguito a Roma ( 18 aprile ).  

 Il razzismo mediatico potrebbe essere considerato come quella tendenza a diffondere nell’immaginario collettivo luoghi comuni stereotipati capaci di suscitare sentimenti xenofobi nei confronti del diverso. Una tendenza che si manifesterebbe nell’abusato e sommario utilizzo di parole come “extracomunitario, immigrato, clandestino, rom o rumeno”, che non sono proprio la stessa cosa, da parte dei mezzi di comunicazione, senza procedere ad un’adeguata contestualizzazione approfondita della notizia e fomentando così quel processo di “criminalizzazione” dello straniero. L’Italia è un paese razzista? La risposta ad una domanda del genere è alquanto controversa, da un lato perché in caso di risposta positiva si sminuirebbe la rilevante parte civile e sociale da decenni impegnata con attività di sensibilizzazione sul tema dell’ integrazione. Dall’altro poiché è impossibile negare un vuoto informativo al riguardo. A tal proposito, il primo rapporto sugli immigrati in Italia del dicembre 2007 ( Barbagli ), dedica un capitolo ai cicli di attenzione sul tema dell’immigrazione circa la trattazione dell’argomento da parte della stampa nazionale e quotidiana. Lungi dal fornire una risposta alla domanda precedente, lo studio analitico mette in evidenza un effettivo vuoto mediatico, sottolineando come la questione sia sempre più politicizzata, con una conseguente assenza del Welfare sul piano riformistico.  A questo si aggiunga una sistematica percezione del fenomeno come “emergenza o problema” in concomitanza degli sbarchi clandestini. La domanda dunque da porsi, forse, è un’altra. L’Italia riconosce lo straniero? In questo, i mezzi di comunicazione hanno un ruolo a dir poco determinante. Anche più delle stesse istituzioni.

 E’ in tale contesto che si inserisce l’iniziativa di Redattore Sociale. Il seminario, giunta alla sesta edizione milanese, alla seconda romana e alla prima napoletana, ribadisce con forza i principi stabiliti dalla Carta di Roma, ma soprattutto fornisce i mezzi pratici e le conoscenze tecniche per trattare la questione, e non il problema, dell’immigrazione. Infatti, solo attraverso lo sviluppo di un’empatia critica è possibile rispondere in modo positivo all’ultima domanda.

Gli interventi*

Per Wittgenstein “le parole sono azioni”. Per Niola “le parole sono armi”. Come tali possono essere esplosive. E proprio per evitare lo scoppio incontrollato dei localismi e dei neotradizionalismi, con la successiva diffusione di “cancelli ideologici”, risulta essere necessaria una regolamentazione del registro giornalistico, soprattutto nell’epoca dei blogger e dell’informazione libera. Così come sottolineato dal Professore, la polivalenza della parole può produrre ambiguità. Ed è proprio tale ambiguità a riflettere l’incognita possibile della contaminazione intesa come crescita e “forza vitale della mescolanza”. Al contrario, se non calibrata, l’ambiguità può appunto generare malintesi e pregiudizi. E quindi scoppio dell’intolleranza e della paura. Traduzione giornalistica corrente: “emergenza”.

 Ma emergenza per chi? La domanda viene posta da Luca Romano di Napoli Città Sociale. Per il nostro paese o per le migliaia di persone che fuggono dalla guerra? L’assenza di un’informazione capace di concepire al meglio questioni di rilevanza internazionale che hanno un impatto immediato nella società italiana, incapace di far fronte a situazioni che diventano appunto emergenze, è data dalla mancanza di una ricostruzione cronologica e storica dei fatti. Secondo il giornalista napoletano, l’utilizzo di una “terminologia esasperante”, unito ad un ripetersi episodico e ciclico di una retorica  alla ricerca di capri espiatori, è la causa principale dell’inefficienza mediatica. Nel 2012 l’Italia è un paese di recente immigrazione, abbastanza maturo per sviluppare in seno alla propria identità civile evoluzioni sociali animate da integrazione, solidarietà e interculturalità. Abbandonando le semplificazioni e i toni sensazionalistici, viene sottolineata una volta di più, insieme al sindacalista Jean René Bilongo, la necessità di codificare nuovi registri, nuovi canoni e nuove parole, capaci di contenere  nuovi concetti per un nuovo linguaggio giornalistico. Perché nuovo fa rima con cambiamento.

 Laura Boldrini riporta poi la questione nell’ambito del palcoscenico mondiale. Secondo la portavoce in Italia dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati, i media avrebbero “bucato la materia migratoria con la cronaca nera, appiattendo il contesto geopolitico e sociale entro il quale si snodava il fenomeno”. Facendo riferimento al concetto di capitalismo migrante già precedentemente individuato dal Professor Niola, in un’epoca in cui la globalizzazione intensifica gli scambi e le informazioni, i migranti sarebbero portatori di conoscenze tecniche e cultura, oltreché di reddito, costituendosi quindi come “fattore umano” del processo, a cui però non corrisponde il riconoscimento mediatico. La mobilità non può essere arrestata, bensì identificata come parte costruttiva di nuove identità all’interno dei rispettivi contesti nazionali in cui si manifesta e a cui deve necessariamente far seguito la predisposizione strutturale, tanto legislativa quanto materiale, per accogliere le differenze. In tal senso i media sono essenziali poiché espressione libera di informazione e pensiero. La loro assenza crea un deficit democratico. Il loro servilismo appoggia invece dittature.

 I popoli si muovono. Le società si integrano. Il mondo si evolve. L’informazione ha il compito si seguire con coerenza tali cambiamenti. Dinanzi ai sempre più frequenti episodi di razzismo in Europa e nel mondo, nel documentare la realtà attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, il giornalismo è sempre più una questione di coscienza, e non di click.

*La redazione di Europeo Napoletano si scusa per non aver potuto riportare tutti gli interventi