Serbian psycho: giovani senza futuro tra razzismo, omofobia e violenza

Articolo pubblicato il 22 febbraio 2011
Articolo pubblicato il 22 febbraio 2011
In una città in cui più del 66% degli studenti è costretto ad andare all'estero dopo la laurea, i vuoti discorsi di politici incapaci e corrotti possono diventare un efficace detonatore del malcontento. Questa è Belgrado, capitale di un popolo con il cuore inconciliabilmente diviso tra Russia e Unione Europea, dove la violenza invade gli stadi, le strade e l'immaginario degli intellettuali.
E la politica, invece di prevenire, cura con la forza fungendo da cassa di risonanza. Reportage.

«Non vedo l'ora di finire l'università per andare via di qui - mi confida Nevena, studentessa di archeologia, in un caffè di Belgrado - qui è impossibile trovare lavoro, quindi non ci resta che fare i bagagli». E dal Palazzo nessuna risposta. «Abbiamo una classe politica incapace a cui non sta a cuore il futuro del paese - mi spiega Senka, studentessa di giornalismo - lo hanno capito tutti: qui la politica è tutta slogan, soldi e fame di popolarità». Sono appena arrivato a Belgrado, una città che, nonostante le ferite che porta addosso, sembra fresca e piena di vita. I giovani assetati di vita notturna arrivano fin qui anche dalla Slovenia per sballarsi. Eppure, i ragazzi disillusi e insoddisfatti non mancano e, quando la politica fa muro, si fanno sentire. Negli stadi, ad esempio.

Quando la politica gioca a calcio

Le scritte e i simboli sui muri inneggiano alla rivendicazione del Kosovo, al nazionalismo, alla lotta contro la polizia.«Qui il calcio si confonde con l'orgoglio nazionale; quest'ultimo, a sua volta, si mischia con la religione - mi spiega Aca, del quotidiano Blic - poi, alla fine, tutto confluisce nella politica». E' vero. Lo scopro facendo un giro nello stadio della Stella Rossa, una delle due squadre di Belgrado insieme al Partizan. l giovane tifoso Uroš Mišić, condannato in primo grado a 10 anni di carcere per aver gravemente ustionato un poliziotto con una torcia durante una partita tra Stella Rossa e Hajduk, è diventato dal 2007 un eroe della lotta contro le forze dell'ordine. «Attaccando la polizia - mi spiega giustamente Aca - si vuole attaccare il paese, simbolo della repressione, della persecuzione dei supporter».

Sarebbero stati proprio gli ultras della Stella Rossa la vera scintilla dei duri scontri durante il match Italia-Serbia dello scorso 12 ottobre. E anche in questo caso la vera motivazione non va cercata nella fede calcistica, ma nella politica, anche al di là della bandiera albanese cui è stato dato fuoco. «E' il presidente della lega calcio serba Tomislav Karadzic la vera causa di queste ondate di violenza», ci dice Marko, tifoso pacifista che incontriamo per caso sotto un gazebo vicino la centralissima Piazza della Repubblica con una maglietta su cui il presidente è dietro le sbarre. «E' un corrotto - aggiunge, - deve andare via! Prima era presidente del Partizan, da quando è presidente della lega calcio compra le partite e il Partizan è sempre in testa, vince sempre». Così si spiegherebbe la violenza dei tifosi della Stella Rossa contro la loro stessa nazionale. Quando cerco di capirne di più, mi rendo conto che l'argomento è tabù: nessun supporter del club serbo vuole parlare con me, e inoltre Marko Nikolovski, portavoce della squadra, rimanda il nostro appuntamento per ore fino a rendersi irrintracciabile. Perdo un pomeriggio ad aspettarlo nel bar dello stadio. Ingurgito più birra del previsto. Pago io.

I gruppi nazionalisti: un'alternativa ai partiti politici

Cercare un'alternativa ad una politica dai più ritenuta corrotta e incapace è il motivo per cui in Serbia proliferano diverse organizzazioni nazionaliste nelle cui ideologie anche i supporter calcistici più accaniti si riconoscono. Radojko Ljubicic, leader di 1389, organizzazione nazionalista nata nel 2004 che prende il nome dalla data della mitica battaglia che oppose l'esercito serbo a quello ottomano, non ne fa mistero. «La differenza tra noi e i partiti politici - ci racconta in un bar del centro - è che mettiamo avanti il nostro programma. Loro fanno solo promesse che poi puntualmente non rispettano. Prima fanno discorsi nazionalisti, per il bene del paese, poi prendono i soldi dagli Stati Uniti e dall'Europa e cambiano le carte in tavola». Per i nazionalisti entrare nell'Ue è una sorta di male assoluto. «Nessuno ha mai letto la Costituzione europea - ci dice, - ma noi sì. Entrare nell'Ue significa accettare il Patto Atlantico. In altre parole, se un membro dei 27 deve difendersi dalla Russia, noi dobbiamo aiutarlo. Per noi questo è inaccettabile, tanto quanto sacrificare il nostro Kosovo».

Quando gli chiedo spiegazioni sui disordini durante il Gay Pride dello scorso ottobre, risponde: «Noi non siamo violenti. E' vero, siamo contro il Gay Pride, perché la Chiesa ortodossa ci dice che l'omosessualità è sbagliata. Ma quella che, ad esempio, abbiamo organizzato lo scorso anno, è stata una manifestazione pacifica. Una “Holy Parade” che è partita dalla cattedrale, ha fatto il giro della città e poi è tornata indietro». Secondo Radojko il governo ha interesse a farli apparire violenti solo perché rappresentano un'opposizione che ha consenso. «Hanno permesso a un'altra organizzazione con il nostro stesso nome di registrarsi ufficialmente; ma loro sono violenti, estremisti e non hanno un programma. Questa è una violazione della Costituzione». «E poi si sono inventati l'arresto preventivo - aggiunge - Eccola la democrazia che avete in occidente: io sono stato arrestato prima della manifestazione, per prevenire eventuali disordini. Quel giorno la polizia è intervenuta senza motivo e le risse ci sono state perché i ragazzi, spontaneamente, hanno attaccato le forze dell'ordine».

"L'omosessualità è contro la nostra tradizione ed è contro la cristianità"

La violenza, insomma, esiste a prescindere dalle organizzazioni nazionaliste. «Per me - dice Radojko - vedere due uomini o due donne insieme non è una bella immagine, ma il 90% delle persone qui in Serbia la pensa come me, perché l'omosessualità è contro la nostra tradizione ed è contro la cristianità». «I giovani non sono contenti di questo sistema corrotto ereditato da Londra e da Washington - continua Radojko, - in cui l'economia è l'unico valore. Un sacco di persone non trovano lavoro nonostante abbiano finito gli studi, sono infelici e vedono che i politici non fanno niente per loro, vedono solo ingiustizie e corruzione, e dopo due o tre birre diventano aggressivi». Me ne accorgo quella sera stessa in una “kafana” (taverna) del centro. Qui a Belgrado, nel mese di gennaio, si festeggia il capodanno ortodosso, e a tarda notte la birra scorre a fiumi. Alcuni ragazzi mi chiamano per un brindisi e quando scoprono che sono italiano, mi costringono a fare un video in cui avrei dovuto ripetere in tedesco «Io amo il fuhrer, io amo Hitler, io amo il reich». Radojko mi aveva avvertito: «Noi non siamo violenti, lo sanno tutti che le ideologie dei veri violenti vengono dall'ovest. Fascisti, neonazisti, anarchici non vengono mica dalla Cina o dalla Russia». Io, comunque, ho paura, e Aca mi porta via.

La realizzazione di questo reportage è stata possibile grazie al prezioso aiuto di Senka Korac e Aca Todorovic, che abbraccio calorosamente e ringrazio per la disponibilità e la professionalità.

Foto: home-page © Mila Petkovic; Radojko e murales © Aca Todorovic; video: YouTube