Serbia, le origini del successo sportivo: “talento naturale, Dna e passione”

Articolo pubblicato il 05 giugno 2012
Articolo pubblicato il 05 giugno 2012

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Quando formavano parte dell'Ex Jugoslavia erano dominatori indiscussi nel basket, nella pallanuoto e nella pallavolo; oggi non hanno rivali, nemmeno nel tennis. Dal 2001 il Paese ha dovuto cambiare denominazione addirittura quattro volte: nel 2006 è diventato, semplicemente, Serbia. Tuttavia, il caos politico non ha tolto a questo Paese balcanico neanche un briciolo di energia.
Siamo venuti a Belgrado per cercare di scoprire qual è il loro segreto, e per seguire le tracce di un ineguagliabile successo sportivo.

Dalle gradinate della tribuna stampa abbiamo una buona prospettiva dello stadio della Stella Rossa, la squadra di calcio più importante della Serbia, che questo sabato difenderà il secondo posto in campionato. Dalla nostra posizione possiamo scorgere il nervosismo di Robert Prosinecki, l'allenatore, che cammina davanti alla panchina dando ordini ai suoi giocatori e che 24 ore prima ci rivelava nel bar del campo il principale problema che deve affrontare questo sport in Serbia. “I giocatori vanno via subito dal proprio club, non c'è continuità” e lo fanno, secondo lui, per “motivi economici e di prestigio”. Se a questo si aggiunge che “le società non sono economicamente solide” si può capire la rassegnazione del calcio serbo dinanzi alla forza sempre maggiore dei club europei.

Sport di squadra vs sport individuali

Il calcio in Serbia sembra essere, effettivamente, l'eccezione attuale ai trionfi in campo sportivo. Il 29 gennaio del 2012 la nazionale serba di pallanuoto si è laureata campione d'Europa in una finale disputata contro il Montenegro, con cui formava parte di uno Stato fino al 2006. L'euforia per la vittoria si è sparsa a doppia velocità per le strade di Belgrado, poiché essa ha avuto luogo nello stesso giorno in cui Novak Djokovic superava Rafa Nadal nella finale degli Open d'Australia. La nazionale di pallanuoto aveva già una certa familiarità con il gradino più alto del podio: era stata campione del mondo nel 1986, 1991, 2005 e 2009. L'attuale allenatore, Dejan Udovic, ci spiega che il successo si basa su due componenti, “giocatori validi e un buon sistema di educazione nelle giovanili”, salvo poi riconoscere che ci sono cose da migliorare: “il governo ci mette già del suo per sostenerci, ma credo che potrebbe fare un po' di più”.

Un altro sport di squadra in cui nessuno è superiore alla Serbia è la pallavolo. Una delle figure più importanti, Ivan Miljkovic, attuale presidente della federazione, che conta nel suo palmarès 8 premi individuali e che nel 2000 vinse l'oro con la nazionale jugoslava nei giochi olimpici di Sidney, racconta che “dopo lo stress iniziale di quando entri a far parte della squadra vincitrice, vuoi soltanto seguire il gruppo e ottenere insieme il successo”.

La sorpresa del tennis

Dopo esserci persi più volte per la Nuova Belgrado e nonostante i 35 gradi, sfidiamo il caldo degustando un caffè all'italiana con Nebojsa Viskovic, giornalista da vent'anni e, secondo molti, il miglior opinionista sportivo in Serbia.

Il tennista ammette di aver avuto una giovinezza difficile, tra le due guerre, ma aggiunge che l'amore per la famiglia e per il tennis è stata l'unica cosa di cui aveva bisogno per vivere.Questo giornalista del canale televisivo sportivo Sportsklub ci racconta che sono stati i trionfi conquistati dal 2006 sui campi internazionali di tennis ad aver sorpreso l'intera Serbia: “ciò che succede nel tennis è quasi incredibile. Non abbiamo una tradizione, avevamo infrastrutture scadenti, la Serbia non vi ha investito un solo euro (…) Hanno ottenuto tutto da soli. In che modo? È un mistero, un miracolo. È semplicemente accaduto, come una rosa nel deserto", che continua a fiorire, aggiungiamo noi: “adesso è più facile. Jelena e la gente della sua generazione hanno aperto la strada”. Viskovic parla anche di Ana Ivanovic (1987), che ha vinto il Roland Garros nel 2008 e che, come tutti gli sportivi della sua età, è cresciuta tra due guerre. Janko Tipsarević (1984), numero 8 del ranking ATP, trovando qualche minuto tra gli Open di Madrid e di Roma per rispondere via mail alle nostre domande, ci confessa che: “non è stato facile, ma ero un bambino, non mi rendevo conto. Tutto quello che volevo era giocare a tennis”.

Seguendo le orme del successo sportivo arriviamo alla scuola tennis di Novak Djokovic, situata nei pressi della confluenza dei fiumi Sava e Danubio. Nonostante il sole intenso delle 4 del pomeriggio, parecchi campi – dei 14 disponibili – sono occupati. Gigantografie di Novak, come lo chiamano i serbi di Belgrado, continuano a seguirci mentre osserviamo come smontano gli spalti degli Open di Serbia, svoltisi solo pochi giorni prima e diretti da suo zio, Goran Djokovic. Dopo aver conversato con diversi impiegati, abbiamo constatato che l'importanza di Novak in Serbia supera ogni immaginazione, perché non solo stiamo parlando del numero uno, ma anche, come ha riconosciuto Prosinecki, di un “grande ambasciatore dell'intera Serbia”.

Rilanciare la Serbia attraverso lo sport

Tutte queste conquiste influiscono sul Paese in due modi: per prima cosa, ricostruendo la sua immagine a livello mondiale. “La Serbia continua a non avere un'immagine nel mondo, a causa di tutto ciò che è accaduto”, ammette il giornalista, pur dichiarando che “lo sport è la migliore pubblicità”. Tuttavia, considera che “il danno è troppo grande per ripararvi in così poco tempo; possiamo solo aspettare”.

In secondo luogo, questo successo serve a volte come cortina di fumo per sorvolare su altri problemi che la Serbia si trova ad affrontare, come la disoccupazione giovanile. Viskovic non può che darne atto: “tutte le gioie degli ultimi anni in Serbia sono relazionate con lo sport e con l'Eurofestival. Ovviamente abbiamo ottenuto prestigiosi riconoscimenti in campo culturale e scientifico, ma lo sport è il primo motivo di felicità”. Ivan Miljkovic crede che le imprese sportive “hanno aiutato ai serbi a vedere che c'è gente che gioca in modo duro e dà il meglio per la nostra nazione. Spero che le nostre vittorie li abbiano aiutati, in qualche momento del nostro pazzo passato...”.

Il segreto del successo

La Serbia non è comparabile a quei Paesi che vedono nascere ogni anno nei propri vivai atleti di spicco, perché l'appoggio istituzionale in questa nazione balcanica è scarso o quasi nullo: il sostentamento principale dei giocatori sono “le famiglie e gli sponsor”, dice Viskovic. Janko Tipsarevic rivela che “mio padre aveva tre lavori per mantenere la mia attività di tennista”. Ma allora qual è il segreto del successo della Serbia? Prosinecki scuote la testa: “non so spiegarmelo nemmeno io. Ci sono meno infrastrutture e meno soldi che in altri Paesi, ma il talento esce sempre”. Secondo Viskovic, la chiave è “nel talento naturale, nel dna, nella passione”, per Janko, “soltanto nello sforzo individuale” mentre Ivan Mikjkovic fa risiedere il segreto “nell'ansia per la vittoria”.

Partita di calcio o spettacolo pirotecnico?

All'uscita dallo stadio della Stella Rossa, conversando con una donna di Belgrado, otteniamo la conferma che “lo sport è nel nostro dna”. Durante la nostra tappa a Belgrado non abbiamo riscontrato nessuna evidenza scientifica che lo dimostri, ma ciò che sembra indiscutibile è che il successo sportivo forma parte dell'identità della Serbia.

Si ringrazia Senka Korać, di cafebabel Belgrado, per il suo aiuto e la sua infinita pazienza.

Quest'articolo fa parte di una serie di reportage sui Balcani realizzati da cafebabel.com tra il 2011 e il 2012, un progetto co-finanziato dalla Commissione Europea con il sostegno della Fondazione Allianz Kulturstiftung.

Fotod di copertina: (cc) pagina ufficiale di Ana Ivanovic, Janko Tipsarevic e wikipedia; testo: conferenza stampa, di ©Cristina Cartes; Janko Tipsarevic, cortesia del suo procuratore; video, (cc) wasswayne1/youtube