Senzatetto e rifugiati ad Atene: dalla padella alla brace

Articolo pubblicato il 19 aprile 2016
Articolo pubblicato il 19 aprile 2016

Il crollo dell'economia a seguito della crisi ha lasciato il segno nella capitale greca. I pacchetti di aiuti non sono serviti a migliorare la situazione, ed i pesanti tagli richiesti non fanno altro che ampliare i divari esistenti. Povertà e disoccupazione dilagano, e sempre più persone rischiano di finire per strada. E non sembra esserci nessun miglioramento all'orizzonte.

Come se le sorti economiche dei greci non fossero sufficienti a costituire di per sé un problema, la capitale ellenica affronta ormai da tempo una nuova sfida: l'arrivo quotidiano di migliaia di persone disperate, in fuga da guerra e povertà, che si ritrovano bloccate qui a causa della chiusura della rotta balcanica. Atene oggi rappresenta il focolaio della crisi europea, nel quale si fondono problematiche europee e globali. Un viaggio attraverso il ritratto di una città travagliata.

La crisi non permette più di sognare

«Shedia, il nuovo numero di Shedia!» Già da lontano sento la voce di Maria, all'entrata della stazione della metro di Metaxourgio, a circa due chilometri di distanza dall'Acropoli. Con indosso un gilet rosso acceso e un chepì, la giovane donna spera di vendere qualche copia di Shedia, la rivista venduta dai senzatetto in Grecia, alla gente di passaggio. Ma tra venditori di biglietti della lotteria, chi offre viaggi in autobus per l'Albania e donne che pubblicizzano carte SIM, è raro che qualcuno si fermi a comprarla. In tempi di crisi è difficile vendere qualsiasi cosa.

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Fino ad un paio di anni fa la trentenne greca non avrebbe mai pensato di poter finire così. Il suo futuro si preannunciava promettente: aveva studiato graphic design, laureandosi a pieni voti nel mezzo della crisi finanziaria. «Ovunque provassi a chiedere un impiego, mi veniva sempre risposto che dovevano invece licenziare sempre più persone. Nessuno voleva più assumere. È frustrante non potersi più permettere nemmeno lo stretto necessario. Ma la cosa peggiore è un'altra: il tuo cervello smette di funzionare quando non hai un lavoro.» Maria vive insieme alla madre e al fratello nella casa di sua zia a Nikaia, una zona povera nel distretto portuale della città. Solo la madre continua a lavorare, ed il guadagno è appena sufficiente per mandare avanti la famiglia, nonostante la montagna di debiti è grande. Una vita ai limiti della sopravvivenza.

Ma storie come quella di Maria non sono più un'eccezione ormai. Secondo le statistiche Eurostat, il 36% dei greci vive attualmente sotto la soglia di povertà. La vendita della rivista per strada è pensata per far guadagnare qualcosa a chi ne ha più bisogno, e grazie a questo Maria è di nuovo riuscita ad avere un minimo di assestamento economico, trattenendo la metà delle entrate per sé. Da due anni, ogni giorno dalle 8 alle 16, lavora in uno dei numerosi punti vendita della città. All'inizio ancora se ne vergognava: una volta incontrò una sua ex compagna di università, ed entrambe fecero di non riconoscersi. Oggi Maria ha invece accettato la sua situazione: «La crisi non ci permette più di sognare. Ho 30 anni, in realtà dovrei pensare a farmi una famiglia, avere una casa mia. Ma i nostri vecchi valori sono ormai andati perduti. Non oso nemmeno più immaginare a cose del genere. Mi limito ad essere contenta se in un giorno riesco a guadagnare qualcosa per aiutare mia madre.» Alla fine della giornata lavorativa è riuscita a vendere dodici copie. Per 18 euro di entrata giornaliera. Una buona giornata. Quando uno dei venditori di biglietti della lotteria si avvicina per salutarla e le regala una banana, si mostra speranzosa: «Questa è l'unica cosa positiva. Se c'è qualcosa che cresce nella crisi, quella è la solidarietà

Qui vedi la realtà, e ti colpisce in pieno

Scopro il significato della parola solidarietà la sera stessa, in auto con gli operatori di strada della Ong EMFASIS, mentre li accompagno in una delle loro ronde notturne. Muniti di cibo, sacchi a pelo e beni di prima necessità, i volontari girano per la città in cerca di bisognosi, giorno e notte. «Questa è la nostra missione» ci spiega Efremia, una giovane studentessa di psicologia che aiuta i senzatetto della città diverse volte a settimana. «Diamo assistenza a coloro che ne hanno bisogno. Siamo lì per loro, per ascoltarli ed aiutarli a recuperare la propria dignità». La presenza dei volontari sulle strade è quantomai necessaria: al calar della notte gli effetti della crisi economica diventano immediatamente visibili nelle vie di Atene, e gli ingressi delle case e i condotti di ventilazione si trasformano in dormitori improvvisati. Il Consiglio per diritti umani delle Nazioni Unite parla della presenza di oltre 20.000 senzatetto in Grecia. Di questi, circa 15.000 si troverebbero nelle che gravitano attorno ad Atene. Ma non ne fanno parte solo vagabondi e tossicodipendenti, ormai. I "nuovi senzatetto" sono sempre più greci della classe media, che in seguito alla crisi hanno prima perso il lavoro, poi la propria casa. L'assistenza sociale dello stato è inesistente, ed i sussidi di disoccupazione sono limitati ad un periodo di massimo due anni: in Grecia nessuno è più sicuro di non perdere la casa. «Vedo tantissimi giovani sulla strada, le cui famiglie sono state distrutte dalla crisi. Ho incontrato persino i miei ex vicini» racconta Efemia mentre ci dirigiamo verso il Pireo, il porto di Atene.

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Molti senzatetto si sono sistemati per la notte tra gli enormi traghetti ormeggiati nel porto. Alcuni già attendono i volontari, che distribuiscono un pasto caldo, del the, persino dei libri agli intellettuali finiti sul lastrico. «Noi possiamo offrire solo un aiuto d'emergenza a breve termine. Una soluzione a lungo termine deve fornirla lo stato. Ma ciò non avviene. Qui fuori vedi la realtà, quella concreta, e ti colpisce in pieno» afferma la coordinatrice del gruppo Tzoanna. Ma è la vista di due bambini e di una famiglia che non sono riusciti ad ottenere un posto nell'alloggio per senzatetto a far passare un'ombra sul volto della volontaria. «C'è così tanto da fare. Le nostre forze sono quasi al limite, ma non riusciamo a vedere una fine di tutto ciò. E a ciò si aggiungono i rifugiati, anch'essi hanno bisogno di aiuto.» Ma poco dopo entità del dramma greco diventa evidente, quando un traghetto entra nel Pireo, disturbando il silenzio del porto. Centinaia di rifugiati defluiscono nella notte di Atene dalla pancia dell'enorme traghetto. Giovani uomini, donne, vecchi, malati, bambini: il flusso sembra interminabile. Sopra le loro teste gridano dei gabbiani, la confusione è grande. Le donne chiedono acqua per i propri figli. Ma sono rimasti solo alcuni cornetti al cioccolato e un po' di latte. Le razioni vengono distribuite in pochi minuti, ed una volta a mani vuote osserviamo una scena grottesca: attorno ai senzatetto della città addormentati, che hanno perso tutto, si riuniscono coloro che hanno lasciato tutto alle spalle alla ricerca di una nuova vita, senza sapere come proseguirà il viaggio e senza conoscerne la destinazione. Ormai si è sparsa la voce che il confine con la Macedonia è stato chiuso ed i centri di raccolta sono completamente sovraffollati. Decine di migliaia di migranti sono bloccati nel paese. Il governo prevede fino a 100.000 arrivi nel solo mese di marzo. Quelli a cui non sono rimasti dei risparmi per permettersi un alloggio in Grecia rischia di condividere il destino dei senzatetto ellenici di fianco a loro. Tra i tanti vi è anche un padre afgano, appena arrivato con la sua famiglia composta da dieci membri. Ancora non sanno dove trascorreranno la notte. Ma l'importante, sottolinea, è che gli sia consentito di proseguire il prima possibile: «Qui non possiamo rimanere. In Grecia non c'è futuro per noi.»

"Non è questa l'Europa che avevamo immaginato"

Atene diventa così per molti un'indesiderata tappa intermedia. Ciò diviene evidente il giorno seguente nella centrale piazza Vittoria, dove sostano centinaia di rifugiati. Con tutti i loro averi in poche valigie, intere famiglie hanno costruito dormitori improvvisati sull'erba e sulle panchine del parco. Serve tutto: non ci sono né servizi igienici né fonti di acqua potabile. Da un piccolo furgoncino dei volontari distribuiscono pasti caldi che difficilmente basteranno per tutti. Qui incontro Sami, Namgo e Gewed, tre giovani afgani poco più che ventenni, in marcia da più di due mesi. Il loro obiettivo è la Germania. Ma anche il loro viaggio è stato interrotto bruscamente dal confine recintato con la Macedonia. Per gli afgani non c'è possibilità di continuare. Solo ad alcune centinaia di siriani e di iracheni viene quotidianamente permesso di passare. I tre giovani sono stati rispediti ad Atene. Da quattro giorni dormono in piazza, all'aperto.

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«Non è questa l'Europa che avevamo immaginato. Abbiamo speso tutti i nostri soldi per fuggire, ed ora non ci rimane nulla oltre ad un sacco a pelo, insufficiente per ripararci dal freddo della notte. Saremmo rimasti in Afghanistan, se fosse stato un posto sicuro. Ma lì rischiamo la vita.» Per paura di non essere creduto, Sami mostra una foto del fratello, che è stato ucciso in un bombardamento. Il suo sguardo rivela la speranza che il confine possa comunque venire riaperto. Non si stanca di chiederlo a chiunque. Ma di risposte, in questi giorni, per loro non ce n'è. Ed il pericolo più grande è che la loro forza andrà via via spegnendosi, in un'attesa senza una fine. Basta sporgere lo sguardo sulla piazza per presagire la catastrofe umanitaria che rischia la Grecia. Prima di salutarci i tre afgani hanno ancora una richiesta. Preferirebbero che non venisse pubblicata una loro foto. «Se le nostre madri ci vedessero così, verrebbe loro un infarto. Non possiamo raccontare a casa cosa ci sta succedendo in Europa.»

Molti greci condividono una comune disperazione con i migranti bloccati ad Atene. In questi giorni la città si presenta come il triste epicentro di un'Europa che crolla. E il lato peggiore della vicenda è che di questa crisi non se ne vede la fine. La Grecia non reggerà da sola il peso della crisi finanziaria e di quella dei rifugiati insieme. Questo è sicuro.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei finanziato dalla Commissione Europea.