Senzatetto di Firenze

Articolo pubblicato il 09 marzo 2016
Articolo pubblicato il 09 marzo 2016

Da cinque anni faccio parte di un’associazione di volontariato che ogni giovedì sera porta da mangiare ai vagabondi. Siamo divisi in quattro turni. Così, una volta al mese, passo una serata davanti alla stazione di Campo di Marte a Firenze a distribuire pasta, panini, dolci e bibite. 

Quando parlo della mia esperienza di volontariato con i senzatetto, molti restano stupiti, alcuni disgustati, altri cominciano a elogiarmi. Non lo faccio perché io sia un’anima particolarmente altruista e generosa. Lo faccio per ricordarmi che esiste anche una realtà diversa da quella sfavillante che al televisore e sui social vogliono farci credere che sia l’unica. E poi, ad essere sincera, ormai che ho fatto amicizia con i volontari del gruppo e con diversi barboni, mi piace proprio passare questi giovedì “diversi”.

Un’altra realtà

Tutti quei luccichii, quei vestiti scomodi e provocanti, quei discorsi su quanto l’ultimo prodotto anticellulite possa migliorarti la vita, quelle foto di feste e aperitivi… a volte mi danno un senso di nausea pungente. Il mondo non è quello, o meglio, non è solo quello. Non voglio essere pedante, ma oggi,  2016, esistono ancora persone che non hanno soldi per mangiare né un posto per dormire. E tutto ciò non accade a migliaia di chilometri, in un qualche paese remoto dell’Africa Nera. Accade qui vicino a noi.

Di solito certe “presenze” ci infastidiscono, come delle macchie di colore anomale sul bel dipinto della nostra vita che, per quanto possa essere complicata, è pur sempre una vita da privilegiati perché tutti abbiamo i soldi per un panino, per un viaggetto ogni tanto e pure per una serata in discoteca se ce ne viene voglia. Io per prima a volte mi rifugio in aperitivi, discoteche e serate a tema latino-americano per il piacere e divertimento che mi danno. Il punto non è questo, non bisogna certo sentirsi in colpa se ci possiamo permettere una vita migliore di altri. Ma avere la consapevolezza che non per tutti è così, che la vita può essere molto più difficile e che non per questo un barbone o un poveraccio vada disprezzato, penso che sia nostro dovere sociale, morale e soprattutto umano.

Ricordo ancora la prima sera che andai a servire. Di solito, dopo aver distribuito i pasti, diamo dei vestiti usati. Timidamente mi avvicinai a un barbone che mi sembrava davvero bisognoso. Era un vecchio matto: barba lunga bianca, alto e magro, unghie lunghissime e gialle, una serie di vestiti logori indossati uno sull’altro. Alla mia domanda se volesse qualche abito, mi rispose con una valanga di insulti, parolacce miste a bestemmie… avete presente il film “Berlinguer ti voglio bene” di Benigni quando lui comincia con un’invettiva-bestemmia che dura tipo 5 minuti? Ecco, una cosa del genere mi disse. Io rimasi zitta non tanto per la paura quanto per lo stupore. A ripensarci mi viene da ridere. Comunque questo “vecchiaccio”, classico esempio del barbone-tipo che si vede a volte nei film degli anni ’90, è ormai un “esemplare raro”. Oggi, la maggior parte dei clochard sono extracomunitari: tanti africani, slavi e arabi. Ogni piccolo gruppo etnico che si costituisce tra loro odia gli altri. Poi ci sono vari italiani, soprattutto uomini, padri di famiglia divorziati che per passare gli alimenti a moglie e figli poi “vengono a cena da noi”, disoccupati, qualche ragazzo drogato. Solitamente gli italiani stanno un po’ meglio degli stranieri perché almeno hanno un tetto. Soprattutto i vagabondi italiani odiano gli stranieri perché convinti che gli rubino il lavoro. Le donne sono molte meno, ma fanno una pena infinitamente superiore. A volte alcune sono incinte, altre con bambini.

Il vagabondaggio urbano in cerca di cibo: come si nutrono i senzatetto?

Comunque – dicevo - questi barboni sono ben diversi dall’immaginario comune del clochard classico: sono grassi, hanno bei cellulari, a volte sono pure vestiti bene. Questo a ricordarci come la società odierna elargisca a chiunque il superfluo… non garantendo altrettanto il necessario, come un lavoro stabile per tutti. Molti senzatetto sono grassi perché, come ho scoperto in questi anni, passano la giornata a “migrare” per la città da un posto all’altro dove sanno che riceveranno da mangiare. La loro geografia urbana non è la nostra, perché loro si spostano per procacciarsi cibo, quasi abitassero in un’altra città, in un’altra Firenze. Quando scoprii ciò, rimasi molto impressionata perché la cosa mi sembrava quasi animalesca e grottesca, storicamente primitiva.

Infatti, a Firenze c’è un’organizzazione tale per cui vari gruppi di volontariato come il nostro, ma anche  Caritas e Croce Rossa, ogni giorno ad ogni pasto ritirano i prodotti non venduti da supermercati, forni, pasticcerie, sì che questi vengono poi “riciclati” ai barboni. Ciò è certamente una cosa giusta e un modo per evitare sprechi, però non è abbastanza perché ovviamente i prodotti che si possono dare ai barboni sono perlopiù farinacei, paste, pizze, pizzette, schiacciate, panini vari e dolciumi: una dieta fatta esclusivamente di carboidrati. Per questo ingrassano e si ammalano.

Le persone

Tra i barboni, alcuni sono bestiali e si lanciano sul cibo come animali riempiendosi la bocca in modo spropositato; questi a volte sono anche aggressivi e fautori di zuffe.  Altri sono estremamente cortesi e ringraziano sempre. Questi fanno più pena perché si vergognano del loro stato: hanno conservato un senso di dignità e pudore che non li fa arrendere alle miserie e brutalità del loro quotidiano. A volte ce ne è qualcuno davvero simpatico che ci racconta barzellette, qualche vagabondo che è contento della vita libera che fa, qualche artista di strada. In questi anni ho ricevuto un ritratto di Dante schizzato magistralmente su un pezzo di carta per incartare insaccati e varie poesie da un noto senzatetto napoletano, detto “Il poeta”, che poi ho scoperto che regala le solite poesie a tutte le ragazze che fanno servizio di volontariato come me, non senza uno spavaldo corteggiamento.

Mi piace parlare con loro. Di quanto mi dicono, non capisco tutto perché molti non parlano bene l’italiano o perché, sebbene italiani, conoscono solo il dialetto. Però, le immagini che i loro racconti danno, le loro storie di vita spesso così tristi, le foto di figli lontani o quelle del giorno del loro matrimonio che a volte ci mostrano entusiasti, quasi tornassero indietro nel tempo e ci rendessero partecipi di un loro prezioso, preziosissimo pezzo di vita, sono più vere di qualsiasi aitante venerdì sera si possa passare. Per questo li ringrazio sempre.

Quanto ho raccontato non è che un frammento di tutto quello che ci sarebbe da dire su questo mondo così ignorato e disprezzato. Spero solo che, con la mia storia, a qualcuno sia venuta voglia di comprendere di più questo pezzo di realtà così lontana dalla nostra, eppure così vera.