Senza documenti, senza clichés ! (o come scrivere dei migranti in modo eticamente corretto)

Articolo pubblicato il 30 marzo 2015
Articolo pubblicato il 30 marzo 2015

“Clandestini”, “illegali”, “invasione”, “arrivi in massa”: tutti termini che ritornano spesso sulla carta stampata, nei titoli dei telegiornali o dei giornali radio. Tuttavia, l’impiego di queste parole è raramente legittimo, e non senza conseguenze.

Cafébabel vi propone un compendio delle raccomandazioni deontologiche rivolte ai giornalisti che si occupano di questioni migratorie.

"Illegali", "invasione", "arrivi in massa": ecco alcune delle parole che ricorrono spesso nel linguaggio dei media e che possono suscitare un sentimento di paura ingiustificata nei lettori, spettatori e ascoltatori. Infatti alcuni studi hanno anche dimostrato che l’uso del termine “illegale” porta alla costruzione di stereotipi negativi nei confronti dei migranti.

La Carta di Roma

Per limitare l’utilizzo di questo tipo di vocabolario, l’Associazione dei Giornalisti Italiani e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana hanno adottato nel 2008, in collaborazione con l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), una carta deontologica specifica per le questioni migratorie. Stiamo parlando della Carta di Roma, da allora punto di riferimento per tutti coloro che vogliano o debbano scrivere di richiedenti asilo, rifugiati, migranti, vittime di tratta.

In particolare, la Carta invita i giornalisti a:

  • Adottare una terminologia appropriata e conforme al diritto internazionale;
  • Evitare di dare informazioni false, semplificate o deformate, e pubblicare soltanto informazioni esatte e imparziali;
  • Preservare l’identità delle persone migranti che vogliano offrire la loro testimonianza ai media, rispettandone l’anonimato;
  • Consultare esperti e organizzazioni che si occupano di tali questioni per diffondere al pubblico informazioni chiare e analisi pertinenti circa le cause profonde dei fenomeni migratori.

La Carta sollecita anche affinché i temi delle migrazioni e dell’asilo siano inclusi nel percorso formativo dei giornalisti.

«Undocumented, Not illegal !»

Riguardo alla terminologia, la campagna #WordsMatter: "Undocumented, Not illegal!" (Le parole contano: “Senza documenti, non illegale!”), lanciata nel 2014 dalla ONG europea PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants) punta a sradicare l’uso della parola “clandestino” a vantaggio di termini più neutri come “irregolari” o “senza documenti”. La brochure di questa campagna ci spiega il perché di questa lotta.

Innanzitutto, il termine è scorretto. Esso sottintende infatti che un evento particolare nella vita di una persona, come attraversare una frontiera in modo irregolare, o restare in un paese con un visto scaduto, renda questa persona illegale per il resto della vita. Ora, nella maggior parte degli Stati queste azioni rappresentano delle violazioni amministrative e non dei crimini. Anche se il fatto di essere sprovvisto di documenti può costituire un crimine in taluni paesi, questo non può rendere in nessun caso “illegale” la presenza di una persona su un territorio. Inoltre, questo termine lascia trapelare l’idea che le persone che valicano delle frontiere non hanno alcun diritto, mentre l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo consacra il diritto di ogni persona di lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio. E ancora, tutte le persone che arrivano a una frontiera possiedono diritti inalienabili, e a volte necessitano di protezione.

Il termine è poi dannoso. Disumanizza le persone e nega la loro esistenza in quanto lavoratori, donne, uomini, bambini, famiglie o anziani. Inoltre le colpevolizza, veicolando il messaggio subliminale secondo cui i migranti sono disonesti e pericolosi.

Infine, questo termine è contrario ai valori europei. Non è mai utilizzato per qualificare i cittadini europei, quindi il suo utilizzo nei confronti dei migranti è discriminatorio.

La campagna #WordsMatter della PICUM si rivolge principalmente ai politici e ai media, ma anche agli avvocati e ai traduttori. Sui social network, la campagna ha sensibilizzato più di 10 mila persone, e numerose personalità e istituzioni politiche si sono impegnate a eliminare il termine “illegale” dal loro vocabolario. Così ha fatto la Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Anne Brasseur, ma anche Cecilia Malmström, ex Commissario Europeo per gli Affari Interni con delega alle questioni migratorie.

Anche un’altra ONG, Human Rights Watch, ha pubblicato delle raccomandazioni per i giornalisti che trattano il tema dei migranti, spiegando in un blog perché il termine “illegale” debba essere abbandonato.

Secondo questa ONG, diversi media hanno già abolito l’uso del termine “illegale”, come l’agenzia stampa americana Associated Press, il quotidiano britannico The Guardian, il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Irlandesi e il canale all-news americano CNN. Ma numerosi mezzi di comunicazioni continuano incessantemente a utilizzare questo termine. Il vero problema sembra risultare da una mancanza di formazione dei giornalisti su questi temi.

Le formazioni attivate per i giornalisti

Il progetto MEDIANE punta a formare giornalisti e media europei rafforzando la loro capacità di affrontare le questioni della diversità e della non discriminazione. Uno dei giornalisti di CaféBabel Bruxelles ha partecipato a uno di questi corsi nel novembre scorso. In quest’occasione è stata presentata la Mediane Box, che permette di «testare la capacità dei professionisti dell’informazione di includere la diversità nella loro pratica quotidiana».

Per quel che riguarda l’Istitutos Panos Europe, questo cerca di promuovere un trattamento equilibrato e informato delle questioni migratorie contemporanee. Il progetto MEDICI – Media Diversità e Cittadinanza ha così permesso la pubblicazione di un’opera collettiva, spiazzante e umoristica, intitolata “Compendio ad uso dei giornalisti che vogliono scrivere di Neri, Arabi, Musulmani, Rom, Asiatici...”. Questa pubblicazione, a scopo didattico, raggruppa i contributi di giornalisti e blogger particolarmente sensibili all’impatto sociale dei pregiudizi razzisti veicolati dai media. Nel quadro di questo progetto, sono state avviate delle collaborazioni tra mass media tradizionali e media delle diversità e si sono egualmente organizzati dei laboratori di formazione tematici per gli studenti di giornalismo.

Tra il 2011 e il 2013, il progetto «Senza documenti, senza cliché, voci libere: informare meglio sulle migrazioni” puntava a rafforzare la capacità dei professionisti dei media di informare sul tema delle migrazioni, ma anche quella dei migranti di far sentire la loro voce. Altri progetti dell’Istituto Panos Europe mirano a elaborare in Spagna e in Grecia carte deontologiche simili alla Carta di Roma e ad accompagnare giornalisti che si occupano di questioni migratorie nei Paesi del Golfo.

Per Charles Autheman, responsabile del programma presso l’Istituto Panos, tutti questi progetti consentono “un miglior trattamento delle questioni migratorie e dunque, per capillarità, un accesso facilitato per l’opinione pubblica a delle informazioni chiare in materia”. Così, qualche mese dopo la formazione dei giornalisti di Al Jazeera a Ginevra sui diritti dei lavoratori migranti, Al Jazeera America ha creato un portale scientifico sulla questione.

Questo articolo è stato pubblicato in seguito al dibattito “Media e sans-papiers, una parola confiscata?”  promosso martedì 24 marzo 2015 da cafébabel Bruxelles