Se vince Blair, vince l’Europa?

Articolo pubblicato il 28 aprile 2005
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Articolo pubblicato il 28 aprile 2005

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L'euroscettica Gran Bretagna si prepara senza entusiasmo ad una tornata elettorale che con tutta probabilità manterrà al Governo l’impopolare e pro-europeo Tony Blair.

Nella recente storia inglese questa è, senza dubbio, una delle elezioni meno combattute. Il 5 maggio ci si aspetta che in pochi vadano a votare; ancora di meno sono quelli che si aspettano un cambiamento di governo.

Nel frattempo il livello del dibattito politico può solo essere definito come blando: nessuna citazione dell’Iraq, nessuna menzione dell’economia globale e nessun cenno all’alleanza transatlantica. Altro fatto notevole: in tutta la campagna elettorale non c’è stato finora pressoché nessun riferimento all’Europa. Tutto ciò è tanto inusuale quanto sgradevole.

Nella recente storia politica britannica, l’Europa è stata una delle questioni che ha causato le più forti divisioni tra gli uomini politici. Durante gli anni Settanta, ad esempio, ha diviso il partito laburista e negli anni Novanta ha spaccato il partito conservatore.

Rcentemente, poi, l’Europa è stata tra i pochi assi nella manica del battagliero e chiaramente euroscettico Partito conservatore, il quale ha capitalizzato l’antipatia britannica verso l’Ue promettendo agli elettori nel 2001 di “salvare la sterlina” (contro il temuto arrivo dell’euro) e, lo scorso anno, che avrebbero “bloccato la Costituzione”.

A nessuno interessa l’Europa?

L’elettorato britannico non si preoccupa più dunque delle relazioni tra Regno Unito e Unione Europea? Le cose non stanno proprio così. La quiete pre-elettorale è solo una tregua grazie alla quale entrambi i partiti cercano di evitare il dibattito sull’argomento: da una parte i Laburisti hanno paura di alienarsi le simpatie dello zoccolo duro dei loro elettori, dall’altra i Conservatori temono di cedere consensi all’UKIP (United Kingdom Independence Party) e a Veritas, due frange radicali che si battono per l’immediata uscita dall’Unione.

Il conflitto tra i due partiti, non appena le elezioni saranno terminate, riesploderà più acceso che mai. Nella difficile ipotesi che i Conservatori vincano, cercheranno di rivedere i parametri dell’adesione inglese all’Unione. In tal caso, se gli altri Stati membri si opporranno a qualunque modifica, si potrebbe arrivare anche ad un ritiro unilaterale del Paese dall’Ue.

D’altra parte se, come risulta più probabile, i Laburisti si aggiudicheranno il loro terzo mandato consecutivo, si prospetta un conflitto immediato a proposito dell’approvazione della Costituzione Europea. Lo stesso premier Tony Blair all’inizio dello scorso anno, cogliendo alla sprovvista i suoi colleghi pro-europei, annunciava un referendum sulla questione, nonostante il fatto che ripetuti sondaggi mostrino, con maggioranze schiaccianti, una contrarietà degli elettori all’adozione del testo costituzionale. Questo vorrà dire che, arrivato il 2006, l’Inghilterra sarà chiamata alla scelta più delicata sull’Europa dal giorno in cui la camera dei comuni votò, nel 1975, a favore della permanenza del Regno Unito nella Comunità Europea. Gli inglesi si adatteranno alla nuova situazione, o negozieranno uno statuto speciale di Paese associato?

Per molti europei del continente l’ambivalenza della posizione inglese su questo tema potrebbe sembrare sorprendente, specialmente per quelli che vedono la Costituzione proprio come un compromesso adottato per adeguarsi alle preferenze inglesi. La realtà è che gli inglesi non avrebbero per niente voluto una Costituzione: se non si fosse giunti a qualche compromesso, la situazione sarebbe risultata semplicemente inaccettabile.

Tutto ciò pone un problema unico a Tony Blair, che ha ricoperto un ruolo chiave nello sviluppo della Costituzione, ma che oggi si trova ad affrontare la difficoltà di “farla digerire” ad un elettorato che sicuramente non è pro-europeo, e che su questo tema non sembra essere disposto a seguirlo. Dopo i recenti sondaggi che vedono il “no” alla Costituzione in testa ai sondaggi nella Francia che si appresta ad andare alle urne il 29 maggio, alcuni giornalisti inglesi, con malizia, hanno affermato che Blair spera in segreto in un fallimento della Costituzione in Francia. Ciò gli eviterà lo sforzo improbo di combattere una impossibile campagna referendaria nel suo paese.

Blair vuole lasciare il segno

Blair ha però sottolineato che queste voci sarebbero infondate. Se il Partito laburista vincesse di nuovo le elezioni con una larga maggioranza, il Primo Ministro potrebbe scegliere il referendum sulla Costituzione europea come l’occasione per lasciare un suo ultimo segno indelebile sulla politica britannica. Questo perché, nonostante il suo fallimento nel convincere gli inglesi ad aderire all’Euro, e nonostante la sua recente ossessione con l’alleanza transatlantica, Blair rimane il Primo Ministro inglese più europeista degli ultimi decenni, sicuramente più convinto del suo attuale Ministro dell’Economia, Gordon Brown, che probabilmente gli succederà. Sapendo che presto dovrà abbandonare la scena politica anglosassone, Blair potrebbe decidere di impegnarsi in un referendum sulla Costituzione praticamente impossibile da vincere, come estremo tentativo di lasciare il suo segno sulla storia inglese, legando indissolubilmente il Regno Unito alla costellazione degli stati europei.

Il piano potrebbe fallire ma, avendo Blair già annunciato di non aspirare ad un quarto mandato, il Primo Ministro inglese è oggi un politico con ben poco da perdere.