Se muore il federalismo, muore l’Europa

Articolo pubblicato il 08 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 08 novembre 2004

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La “Costituzione” non basta. L’Unione Europea ha bisogno di uno slancio federalista. Per affrontare le sfide di domani.

Mentre i capi di Stato firmano a Roma il Trattato costituzionale, l’Europa torna a far discutere. Ed i critici nei confrovnti del nuovo Trattato crescono a destra ed a sinistra, alimentando un dibattito sino ad ora soffocato dalla ristretta platea della Convenzione e dai suoi adepti.

Una “Costituzione” che fa discutere...

In Francia, Laurent Fabius esponente della componente più liberal del socialismo francese ha aperto una frattura interna al proprio partito,

pronunciandosi contro un’Europa che non codifica i diritti sociali ed aggiungendo il proprio “no” alla “Costituzione” ai “no” già previsti dei “repubblicani” alla Chevenement e delle estreme. In Spagna esponenti di spicco del Partito Popolare si sono pronunciati apertamente contro

un’Europa che non inserisce i valori cristiani tra i propri fondamenti.

In Italia, Fausto Bertinotti, il cui partito è membro della Sinistra Unitaria Europea, ha

detto chiaramente che quella di Giscard non è l’Europa “della Pace e dei

popoli, democratica e solidale, della cittadinanza universale, dei

diritti sociali e dell'uguaglianza”. E dibatttito è stato acceso anche

dalla posizione del segretario dei radicali Daniele Capezzone che

considera questa Costituzione non solo lontana, ma contraria “al mito e

alla speranza” di quanti, come Altiero Spinelli, furono tra gli ispiratori del movimento federalista.

Dall’altra parte della barricata ci sono, tiepidi, i difensori dell’Europa di sempre. A volte

il loro richiamo ha toni retorici. Bernard Kouchner, per esempio, ha

ribadito il suo attaccamento all’Europa ed alla Costituzione firmata a

Roma. Giuliano Amato, ancor più modestamente, continua a considerare

quel testo “un passo avanti”. Tony Blair, pur non considerando l’Europa

una priorità, ha confermato l’importanza per l’Unione di dotarsi di una

Costituzione. Ma c’è chi sarebbe disposto a far pagare un prezzo

salatissimo a chi democraticamente decidesse di essere in disaccordo:

Mario Monti, l’ex commissario europeo alla concorrenza, è arrivato a

proporre l’esclusione dall’Unione per quei paesi che, anche tramite

referendum, non dovessero ratificare il nuovo Trattato.

...ma perché ora e non prima?

Ma ciò che più colpisce è che esiste una asincronìa evidente tra il momento del dibattito

istituzionale sul futuro dell’Europa svoltosi durante la Convenzione ed

il tempo delle prese di posizione dei principali attori politici. Ci si

chiede francamente perchè tante questioni vengano al pettine solo a

babbo morto. Si potrà imputare questa aritmìa alla conduzione

personalistica dei lavori della Convenzione da parte di Valéry Giscard

d’Estaing od alla non rappresentatività ed ademocraticità di

quell’organo, piuttosto che alla miopia delle classi politiche

nazionali. Ma nessuno di questi accidenti può costituire un alibi

convincente per limitare un dibattito finalmente carico di contrasti e

di possibilità politiche innovative.

Sulla prossima guerra, sulla prossima emergenza ambientale, sul prossimo

attacco terrorista, sulle prossime tasse da pagare ed anche sulla

questione dell’immigrazione, l’Europa del nuovo Trattato non sarà

dissimile da quella precendete: non avrà nessuna possibilità di prendere

decisioni sbagliate. Perché non riuscirà a prendere nessuna decisione.

Il vecchio come il presunto nuovo sono incapaci di risolvere il problema della Ue che è poi il problema centrale di ogni sistema politico: quello dell’efficacia del processo

decisionale.

Fatali aritmìe

Per rispondere alle grandi sfide - che appartengono sempre più

all’Europa e sempre meno agli Stati Nazione - gli europei non avevano

bisogno della Convenzione, non hanno bisogno dello stallo istituzionale

e nemmeno delle aritmìe dei dirigenti politici. Gli europei - e non solo

l’Europa - hanno bisogno di un sistema in cui sia possibile confrontarsi

e decidere. Un sistema in cui un parlamento eletto direttamente da tutti

i cittadini con sostanziali poteri decisionali, faccia da contrappeso ad

un consiglio che rappresenti gli Stati. Hanno bisogno non dell’attuale Commissione ma di un vero e proprio governo europeo dotato di reali strumenti di direzione politica, il cui presidente sia

responsabile in qualche modo dinanzi ai cittadini. Hanno bisogno di

partiti transnazionali che impediscano le artimìe istituzionali e

sincronizzino il dibattito pubblico su tutto il continente.

L’Europa di cui ha bisogno l’Europa non è prevista da nessuno degli

articoli del nuovo Trattato e sarebbe semplicemente impossibile con lo

status quo. E’ l’Europa federale, sognata da alcuni dei contrari

alla “Costituzione” e verso cui dicono di tendere molti degli europei

ufficiali. E’ l’unica Europa che può metterli d’accordo e per metterli

d’accordo li abbiamo invitati tutti a discutere, per recuperare il tempo

perduto e per colmare aritmìe che potrebbero rivelarsi fatali. Perchè se

muore il federalismo, muore l’Europa.