Se l'impegno degli studenti sbarca nelle carceri

Articolo pubblicato il 31 maggio 2007
Articolo pubblicato il 31 maggio 2007

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Intervista alla leader della Génépi, l'associazione studentesca per l'insegnamento ai detenuti.

Clémence Patureau è una studentessa come le altre. O quasi: dal 2004 è infatti alla testa della Génépi, l'associazione studentesca nazionale per l’insegnamento ai detenuti. Creata nel 1976, in seguito alle sommosse avvenute due anni prima nelle carceri francesi, Génépi intende favorire il reinserimento sociale dei detenuti sviluppando, grazie all’aiuto degli studenti, il sostegno scolastico e le attività culturali negli istituti detentivi.

Quali sono le peculiarità dell'associazione?

È una delle più grandi associazioni studentesche di Francia ed è la più grossa a sostegno dei detenuti. È presente sull’intero territorio nazionale e raggruppa 1200 volontari fra cui 13 a tempo pieno. Interveniamo in circa 80 istituti penitenziari e il nostro obiettivo è di fungere da collegamento fra le associazioni del settore, come l'Associazione nazionale dei visitatori di carcere, e quelle più militanti, come l’Osservatorio internazionale delle prigioni. Altra peculiarità: la Génépi è interamente diretta da studenti.

Esistono associazioni simili in altri paesi europei?

Sì, ci sono. Fra queste la Fondazione Uventa in Russia, composta da studenti che si occupano di dare lezioni di filosofia o psicologia ai detenuti. Anche nel nord Italia c’è un associazione che organizza caffè letterari nelle carceri: detenuti e studenti possono confrontarsi regolarmenti nei dibattiti. In Europa vi sono numerose iniziative locali, ma nessuna di portata nazionale come la Génépi.

Nel gennaio 2006 le regole penitenziarie europee sono state votate all’unanimità dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Finora avete mai constatato delle violazioni nel vostro lavoro quotidiano?

In effetti queste disposizioni sono molto più esigenti rispetto a quelle della regolamentazione europea in vigore dal 1987. Il loro obiettivo è aggiornare il sistema. Ma nei fatti le regole non sono rispettate. Un esempio: la mancanza di fondi non dovrebbe giustificare quelle condizioni di detenzione che violano i diritti umani. Il Consiglio d’Europa intende ribaltare la concezione secondo cui le persone private della libertà sono egualmente private di tutti i diritti. Il Consiglio sostiene che i detenuti conservano tutti i diritti a eccezione di quelli limitati dalla reclusione come, ovviamente, la libertà d’uscire.

La Francia può essere considerata un'eccezione europea riguardo al trattamento di questa problematica?

No. La Francia può essere considerata, piuttosto, un cattivo allievo rispetto agli altri Paesi del Consiglio d’Europa. Ma la condizione francese si inscrive in una politica globale comune a tutti quei Paesi europei che fanno un ricorso massivo alla prigione e che presentano quindi una sovrapopolazione carceraria e un debole ricorso alle pene alternative. La sola differenza è che in Francia si cerca di nascondere le prigioni. Le persone non si sentono interessate e non vogliono vedere ciò che vi succede. L’amministrazione penitenziaria prova vergogna e nasconde la situazione delle carceri. In Svezia invece l’amministrazione penitenziaria applica il principio di trasparenza sulla vita carceraria. Non ha paura di mostrarla ai media.