Se i giovani diventano Charlie

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015

La marcia organizzata la scorsa domenica a Parigi ha riunito circa 2 milioni di persone nella capitale. Una manifestazione alla quale molti giovani hanno partecipato per mostrare il loro dissenso contro gli attacchi terroristici degli ultimi giorni.  

Parigi è scesa per le strade in un giorno in cui la parola d’ordine era chiara: difendere la libertà di espressione e mostrare un rifiuto unanime nei confronti degli attentati della settimana passata. “Io sono Charlie, “Sono musulmano e sono contro la violenza” o “Lasciatemi ridere”, erano alcuni degli slogan che si potevano leggere sugli striscioni. Quasi 2 milioni di persone hanno marciato lentamente per la capitale come una massa che si muove in maniera discreta nell'ora di punta.

Persone di diverse religioni, nazionalità e origini si sono riunite in Place de la Repúblique e dintorni per mostrare la loro solidarietà e il loro rispetto per le vittime. Tra i partecipanti, la presenza dei giovani era evidente. Giovani come Julia di 27 anni, Florence di 28 o Matthieu di 24, riunitisi «per la libertà di espressione”. «La Francia è un paese di libertà, fa parte dei nostri geni - dice Florence - È qualcosa che portiamo dentro e noi tutti siamo Charlie», aggiunge. «Quanto accaduto ci ha colpito molto ed essere qui è l’unico modo per mostrare che non vogliamo si ripeta», fa notare Julia.

A pochi metri dalla statua della Repubblica, Idir, un giovane di 19 anni, racconta a Cafébabel di essere giunto fin lì per «intraprendere una battaglia» che va al di là di qualsiasi credo. «Sono di religione musulmana ma questo non c’entra. Hanno attaccato i nostri valori e per questo non difendiamo una comunità specifica, ma la nostra libertà»

Tra la gente, il sentimento nazionale si manifesta attraverso le bandiere repubblicane e i cori che intonano la Marsigliese. Il fatto di riunirsi si trasforma quasi in un dovere. «Per me è una sorta di obbligo essere qui, non una sottomissione. ‘Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio’», esclama Thomas, un giovane di 26 anni che ricorda le parole di Charb, il direttore di Charlie Hebdo morto la scorsa settimana.  

Stranieri uniti per Charlie

“Chi siete?”, urla un ragazzo che si è arrampicato sulla statua della Marianne nel pieno centro della piazza. “Charlie” risponde la gente. Tra i tanti non ci sono solo francesi ma anche studenti e lavoratori che risiedono da tempo nella capitale e che hanno voluto prendere parte alla manifestazione.

«Come giornalista credo che si debba difendere la libertà di stampa: quanto accaduto si è rivelato un attacco alla possibilità di esprimersi», commenta Irene, una giovane di 23 anni che lavora a Parigi da alcuni mesi. «Dobbiamo unirci di fronte a questo tipo di attentati che mettono in pericolo non solo il nostro lavoro ma anche la stabilità di un paese nel quale finora c’è stato un equilibrio». La stessa sensazione viene trasmessa dalle parole di Emilia, una ragazza inglese di 18 anni che studia nella capitale: «In questo momento si sta scrivendo un pezzo di storia. Ciò che è successo è stata una tragedia orribile e vorrei manifestare la mia solidarietà alle famiglie delle vittime e alla gente che vive qui». Per questo dice di sentirsi «francese per un giorno» e di voler rappresentare il suo paese «come può».  

Da parte sua, Sandra26 anni e nazionalità portoghese, dice di aver voluto manifestare per qualcosa «che ci ha colpiti tutti - dice - Adesso la tragedia si è verificata in Francia ma sarebbe potuta accadere in qualsiasi altro paese. Ciò che conta non sono tanto le nazionalità ma dimostrare che siamo contrari a quanto accaduto e a favore della libertà di espressione».