Scenari dal futuro: l'Europa nel 2051

Articolo pubblicato il 14 maggio 2013
Articolo pubblicato il 14 maggio 2013
È il 27 aprile del 2051. Per la prima volta dopo 20 anni tutti i capi dei governi europei si riuniscono di nuovo.

Il cielo di Reykjavik è fresco e limpido. Sicuramente più limpido dei devastati paesaggi del resto dell'Europa, anneriti dal fumo. Ci si porge educatamente la mano e si sorride timidamente ai flash delle macchine fotografiche, perché le sanguinanti ferite di una guerra che è costata 100 milioni di morti non si sono ancora cicatrizzate. E poi finalmente soli, senza fotografi importuni, senza giornalisti curiosi, in privato.

"La colpa di questa dannatissima guerra è tutta degli ungheresi", sbotta il presidente slovacco Borac, dando voce alla sua rabbia. Appena la settimana prima è rientrato dal suo esilio in Senegal. "Dopotutto sono stati gli ungheresi che hanno illecitamente occupato il nostro paese".

"Dovevamo farlo", ribatte prontamente il re Orban III, capo supremo del regno ungherese, distrutto dalla guerra. "Perché dovevamo proteggere la minoranza ungherese". Lancia un'occhiata malevola alla regina Vicky, la neoeletta sovrana metà britannica e metà bretone. "Se c'è qualcuno che ha la responsabilità di questa guerra, siete sicuramente voi britannici", tuona nella sua direzione. "Con i vostri dannati aerei ci avete ridotto il paese in cenere".

"Noi non abbiamo di sicuro nessuna colpa", risponde la giovane regina storcendo il naso in un modo in cui solo gli aristocratici sanno farlo. "We had no choice! Noi alla fine eravamo alleati alla Slovacchia". "La colpa della guerra è della lega della Germania settentrionale" sbuffa papa Pio XIII, che regna temporaneamente in Italia, da quando la popolazione immiserita ha destituito il governo militare in una controrivoluzione. "Che ha rifiutato l'euro meridionale come moneta ufficiale e ha gettato la nostra nuova valuta nel caos".

L'euro meridionale e il marco delle Alpi

"Dovevamo farlo", si difende il cancelliere della Germania settentrionale, Freiherr von Wintersmorgen, mentre si sistema la barba bionda che ultimamente va tanto di moda. "Dovevamo pur difendere i nostri investitori. Se l'euro meridionale fosse stato rivalutato la Francia avrebbe scalzato la nostra borsa". "È assurdo", ribatte il ministro Leroc indignata. "Se voi aveste riconosciuto la nostra moneta noi non avremmo dovuto chiudere le frontiere ai prodotti tedeschi".

"Ridicolo", la contraddice il legato dell'Austria e della Germania meridionale, amministratore delegato della regnante Daimler-Bosch-Siemens AG. "La Germania non esiste proprio più da quando il sud, economicamente più forte, si è unito all'Austria e ha scelto il marco delle Alpi come moneta". "È colpa della Turchia", si infervora il capo rivoluzionario greco Rousos nella sua uniforme verde oliva, e continua inferocito contro il generale turco Gursus. "Voi turchi dopo la mancata adesione alla EU avete marciato su Cipro senza preavviso e avete occupato il paese con la forza".

"Metà", lo corregge Gursus freddamente. "L'altra metà ce l'avevamo già. Al di là di questo, abbiamo dovuto farlo, per salvare il popolo cipriota da una minacciosa guerra civile". Il litigio continua, i lettoni incolpano i polacchi, gli spagnoli i catalani, e gli svizzeri, che per ordine delle loro banche durante la guerra hanno cambiato fronte più volte, accusano gli europei dell'est. Dopo non molto i capi dei governi rinunciano ancora alla fragile pace che si era creata e richiamano le loro truppe sfinite alle armi.

"Avremmo dovuto dialogare di più"

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"Nessuno ha voluto questa guerra", il presidente del consiglio portoghese, Olivares, copre infine le voci accalorate dei presenti. Le urla ammutoliscono improvvisamente. "Nessuno", ripete anche il suo collega finlandese Rutiainen, principe dei lapponi. "All'epoca è successo tutto così velocemente". "Sì, chi avrebbe mai pensato che l'Europa sarebbe finita in malora in questo modo?", aggiunge lo stesso presidente svedese dei ribelli, Lenny Hellstroem. "Per questo dopo la fine dell'UE avevamo voluto sostenere una zona di libero scambio, vero?"

"Avremmo dovuto dialogare di più", mormora la moglie del presidente lituano Kaukovas, che fa le veci del marito ammalato. "Ma non avevamo più un parlamento comune", obietta il procuratore maltese, Dolli. "È vero", risponde il sudtirolese Hans-Peter Gruber, sostenitore dell'indipendenza. "Il popolo a un certo punto era disgustato da questa Unione Europea".

"Perché la gente durante la crisi finanziaria non aveva piu' lavoro né speranze per il futuro", aggiunge l'irlandese O' Neil, magnate mediatico della repubblica semidemocratica dell'isola, che nelle elezioni di facebook ha avuto quasi il doppio dei sostenitori rispetto al suo concorrente socialista. "Nel periodo di crisi erano tutti sulla stessa barca", chiosa Van Eyk, capo delle sacra nazione fiamminga. "Questa unione dev'essere stata molto burocratica", osserva l'imperatrice rumena Comeci. Tutti annuiscono, perché è tutto scritto sui blog di storia. "Credo", riprende la regina Vicky, "che dovremmo rifondare quell'unione. A quanto pare è indispensabile per la pace in Europa". "Mi pare che avesse addirittura ricevuto un Nobel per la pace, anche se all'epoca nessuno se ne era veramente interessato", osserva il presidente croato dei lavoratori Hrnic. "No", si intromette il sultano bosno-macedone Markovic. "La pace non arriva certo da sola".

Di nuovo tutti annuiscono. Poi si presentano di fronte a giornalisti e fotografi, al limpido cielo dell'Islanda, ad annunciare ai popoli d'Europa la loro decisione finale.

Immagini: copertina (cc)narghee-la/flickr; nel testo (cc)motorpsykhos/flickr, (cc)Jorn Izerda/flickr