Sarajevo vuole curarsi: nei caffé o dallo psicologo?

Articolo pubblicato il 06 aprile 2011
Articolo pubblicato il 06 aprile 2011
La capitale della Bosnia porta con onestà le proprie ferite di guerra lasciate dal conflitto del 1992-1995 con la Serbia, con edifici e marciapiedi trivellati delle bombe. Ma quali cicatrici mentali sono rimaste a quindici anni di distanza? Tra tante cure straniere, qualche psicologo e un "internet caffè per social network", questa è una società determinata a "risolvere i propri problemi al bar".

A Ciglane, un enorme adesivo di una cabina telefonica londinese adorna enormi lastre di vetro . Il rosso turistico distrugge l'identità visiva del quartiere comunista dell'epoca. Questo è il primo internet café dedicato ai social network in Bosnia, spiega il proprietario Tarek Kapetanovic. Al piano superiore quattro computer sono monopolizzati da giovani adolescenti, parzialmente avvolti nel fumo di sigaretta. Sotto, le due cabine per le chiamate Skype sono momentaneamente vuote in questo pomeriggio d'inverno. "Nessuno qui ha inventato nulla", dice affabilmente Tarek mentre ci sediamo nel suo bar ricco di colori, un ex edificio in disuso di proprietà di suo padre. Chiamato ka5an, dal nome utente utilizzato da Tarek online negli ultimi 12 anni, potrebbe essere il primo bar nella regione derivante dalla personalità di un blogger. "Tutti sono in cerca di lavoro, tutti navigano in internet", dice Tarek, accennando al tasso di disoccupazione del 60% di un paese in cui circa il 31,2% naviga online. Ora il trentunenne vuole aiutare la Bosnia a rimanere connessa e aperta al mondo.

Psicologia in un piccolo paese

La rivoluzione dei sociale network è incoraggiata in questo caffé a tema di SarajevoI bosniaci sono chiusi in micro-società. E' un male necessario, data la complessa struttura politica del paese. Cercate di mettere insieme tutto ciò in una frase: 14 amministrazioni per 4 milioni di persone governate da una istituzione condivisa a rotazione da una presidenza croata, serba e bosniaca ogni otto mesi. Il quindicennio dopo la fine della guerra è stato contrassegnato dall'anniversario dell'accordo di Dayton il 14 dicembre 2010. Il trattato di pace firmato a Parigi ha portato ad una semi-partizione della Bosnia: oggi, il 51% appartiene alla 'Federazione bosniaca' (musulmani e croati) ed il 49% alla 'Repubblica serba'. Temi come politica estera o bilancio sono gestiti come in qualsiasi altro paese. Ma questioni come l'educazione e le telecomunicazioni sono definite in base a queste micro-amministrazioni. Per gli affari di Tarek, significa che non esiste un organo di regolamentazione indipendente. Il principale operatore telefonico BH Telecom (nella Federazione; la Repubblica serba ha il suo), "ruba soldi dalla gente", attacca Tarek. "Abbiamo l'ADSL, così la gente può comunicare con i loro figli e pagare di meno". Accanto a noi, un gruppo di uomini ordina il caffè. Non hanno intenzione di connettersi a internet, trasformando questo 'cybercafe' in un caffè normale. Perché Tarek lascia il clima della Florida per tornare nella Sarajevo del dopo guerra? "La gente in questa società ha molti amici. Non abbiamo bisogno di psicologi! ", ride.

“La Bosnia è una terra promessa per la psicologia”, ammette invece Dzenana Husremovic, una psicologa specializzata in metodologia, uscendo da una aula vuota dell’Università di Sarajevo. Il Dipartimento di psicologia venne istituito qui nel 1989. "La gente nata durante il periodo della guerra è rimasta traumatizzata. E’ il nostro particolare multiculturalismo che ci ha portato alla guerra. Ora si sta cercando di ristabilire questo paradigma multiculturale". La storia della nazione richiama l’interesse di varie discipline terapeutiche. In The Art Therapy Sourcebook , Cathy A. Malchiodi spiega quanto i concerti, le orchestre e i cori erano di vitale importanza per la gente di Sarajevo durante l’assedio del 1992-1995. Gli stranieri, sono tuttora contenti di esplorare la psiche della capitale, come Claudia Knoll, slovena di origini tedesche, che condusse un progetto di musicoterapia di sei mesi nel 2010.

La guarigione di Sarajevo

Stando solo quattro giorni a Sarajevo, ho rischiato di perdermi il fenomeno del guaritore marocchino Mekijem Torabi (detto Mekki), che in quel periodo aveva il suo campo base presso il centro sportivo di Zetra. Ogni giorno eccetto il venerdì da ottobre a novembre, dalle 10:30 alle 16, i cittadini bosniaci e i loro vicini croati e serbi hanno fatto due file parallele: una per il controllo dei passaporti biometrici al commissariato di polizia, l'altra per assistere alle imprese del santone. Duemila persone ogni giorno, giovani ed anziani, si ammassavano per toccare la mistica, miracolosa, bottiglia d’acqua, proveniente dalla fabbrica Sarajevo Brewery.

Questo evento spirituale era gratuito, il centro faceva pagare solo 1 Marco bosniaco (0,5 €) per il parcheggio e per le bottiglie. Le elucubrazioni sulle pratiche affaristiche di questo famoso personaggio sono state accantonate, alcuni internet forum lo tacciano di essere un imbroglione, ma sembra aver riempito un vuoto portando una regione intera ad aprire le braccia verso l’ottimismo e la speranza.

I bosniaci a causa degli eventi del dopo-guerra sono così ancorati al divano e alle grinfie del terapista? Quattro giorni sono stati sufficienti per demolire i pregiudizi, incontrando persone che hanno perso il proprio padre, parte di una nazione che si sente "letteralmente orfana di padre", commenta Terek. “Oggi la patologia sociale è molto vicina a quella generale. Cadiamo nella trappola della globalizzazione",  afferma Aneta Sandic, psicologa privata, al grandioso Becka Kafana (un caffè in stile viennese nel centro di Sarajevo). "Il problema con la psicoterapia in Bosnia", spiega, "è la mancanza di teoria, di educatori, di esperti". “Si lavora con il dolore e una profonda sofferenza”- continua. "C’è necessità di conoscenza, supervisione e conoscenza delle pratiche di base. Negli ultimi 5-10 anni specialisti serbi e croati sono venuti per dei corsi di formazione. Di solito si seguono tramite Skype. Prima invece bisognava andare a Zagabria o Belgrado, dove ci sono dei psicologi affermati. Uno dei più famosi psichiatri dei Balcani è il primo leader serbo Radovan Karadžic, accusato di aver architettato la pulizia etnica in Kosovo e Serbia. Nel 2008 fu scoperto a Belgrado dove lavorava come guaritore New Age.

Globalizzazione e libera circolazione

“La psicologia in Bosnia ha questo difetto: la gente può essere il miglior psicologo di se stesso”, sorride Dzenana Husremovic. I bosniaci utilizzano molto i social network. Noi risolviamo i nostri problemi al bar. Aneta Sandic non è d’accordo. “Un tempo eravamo così, ma ora c’è molta invidia e competizione. E’ la globalizzazione”. I giovani bosniaci abbandonerebbero  ormai i caffè superaffollati del lungo fiume per andare a vedere Avatar al cinema.

Mi raccontano che sognano di studiare all’estero e che sono sconvolte dopo aver assistito ad una sparatoria tra giovani, sul ponte che attraversavano l’altro giorno. Il lavoro di Aneta definisce lo spirito 'lento', qualcosa da raggiungere da diversi angoli. "E' un po’ come la Bosnia. Durante la Seconda guerra mondiale abbiamo avuto tradizioni e divisioni così come adesso, spiega Aneta. “Poi in Yugoslavia ogni cosa era uguale, ed è successo quel che è successo, quattro anni di caos. Ora parliamo di tolleranza, ma per 40 anni non sapevamo cosa fosse. La struttura della nostra realtà è cambiata. Abbiamo avuto un enorme trauma sociale".

Famoso per la sua toilette, con cesti di frutta e televisione

Dzenana crede che questi sintomi diventeranno presto un ricordo grazie agli effetti della liberalizzazione dei visti; da ormai cinque mesi i bosniaci possono viaggiare in 25 paesi della zona di Schengen senza visto. “Ci aiuterà a rompere la visione romantica della ricerca del lavoro e d'ora in avanti la gente interagirà con diverse culture. Ciò rafforzerà la nostra identità, ci aiuterà a capire chi siamo". L’orizzonte europeo di Sarajevo potrebbe essere costellato da nuovi passaporti blu, ma non sarà così lontano da arrivare alle cabine telefoniche rosse di Londra, che non è nello spazio Schengen.

Grazie aSladjana Perkovic

Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e nell’est d’Europa. Più informazioni su Orient Express Reporter.

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