Sandra Balsells, storie raccontate da un obiettivo

Articolo pubblicato il 26 marzo 2006
Articolo pubblicato il 26 marzo 2006

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Fotografa di professione, giornalista di vocazione, Sandra Balsells cattura storie dalle ultime guerre europee con umanità ed emozione, attraverso l’inseparabile obiettivo fotografico. E parla delle responsabilità del fotoreporter di fronte al vero.

Un reportage, tratto dal supplemento domenica de La Vanguardia, su sei persone che si rincontrano nei Balcani dieci anni dopo il conflitto, mi richiama il nome di Sandra Balsells. Appuntamento in una cioccolateria in centro a Barcellona a mezzogiorno, ci rifugiamo sul tavolino più appartato di un chiassoso gruppo di signore chiacchierone. Con Sandra non c’è da rompere il ghiaccio. Il suo gran sorriso e lo sguardo caldo e amichevole ispirano fiducia. Ho di fronte a me un viso dai tratti esotici: occhi nerissimi, pelle dorata e lunghi capelli scuri.

Il primo, irrinunciabile episodio della sua vita è quella nell’ex Yugoslavia. Vi giunse nell’estate del 1991 con i primi scoppi e vi restò per più di dieci anni, diventando così testimone del crudo disfacimento del Paese. Il libro Balkan in Memoriam, pubblicato nel 2002, raccoglie cento foto che fece tra Croazia e Bosnia-Erzegovina in quegli anni. Dall’esplosione del conflitto fino alla caduta di Milosevic nel 2000.

Guerra, magistra vitae

«Ciò che colpisce della tua biografia è che il primo contatto con la guerra l’hai avuto a soli venticinque anni...» la tazza del cappuccino fuma sul tavolino e Sandra penetra la schiuma col cucchiaino. «Non sono andata a scoprire una guerra, ma il processo di disintegrazione dell’ex Yugoslavia. Se avessi saputo prima quello che mi stava aspettando, forse non ci sarei andata». Era il suo primo lavoro come reporter, quello per il quotidiano Times, ed è stato subito un impatto con la guerra. Una vera prova del fuoco, «un processo di apprendimento sulla marcia a ritmo forzato». Ricorda così quei primi momenti di dubbi e paure, quel «continuo mettersi alla prova» che si è cristallizzato quando vide il primo morto ucciso per strada. «Mi posi la domanda: posso continuare? Se non fossi stata capace di fotografare quella scena, non avrebbe avuto alcun senso lavorare in un paese in guerra».

Come si può fotografare il dolore e la morte? La risposta arriva senza alcun indugio. «Si può riuscire se si crede nel senso del proprio lavoro, se si è convinti che possa avere un’importanza per se stessi. Ed è anche indispensabile avere una buona dose di coraggio». Non è la volontà di cambiare il mondo quello che la spinge a lavorare, ma la convinzione di fare quello che vuole e sente.

Le vite nascoste dalla guerra

Lavorare in una guerra è molto difficile, ma «ha dei momenti di gratificazione», confessa. «Si vivono esperienze molto intense con la gente». Forse la guerra attira perché il fotografo crea un vincolo molto particolare con la persona dall’altra parte dell’obiettivo. «Si tratta di un genere di comunicazione molto strano. Non si può nemmeno parlare con la persona che si fotografa. La si immortala senza conoscere niente di lei», spiega. Le centinaia di ritratti che fece nei Balcani l’hanno sempre accompagnata e sono diventati dei volti familiari con i quali divise un solo momento in mezzo ad una guerra. Ma Sandra Balsells ha avuto il “lusso” di poter rincontrare alcuni di questi volti anonimi. Nel 2004 ha girato il documentario Retats de l’ànima (Ritratti dell’anima), sulla vita di alcuni dei protagonisti delle suo foto dopo la guerra. Vite come quella di Amra, una ragazza bosniaca conosciuta in un letto d’opedale, ferita da una mitragliatrice, che ora ha incontrato di nuovo, tredici anni dopo. Un esercizio di riflessione e di sguardi verso il passato, il presente ed il futuro, al quale, secondo Balsells, il giornalismo dovrebbe dedicarsi più spesso. È soprattutto un «modo di rendere giustizia ai protagonisti della guerra, che prima immortaliamo e subito dopo dimentichiamo».

Una giornalista impegnata

Mentre ascolto mi rendo conto che questa catalana è una vera combattiva alla ricerca, che non si lascia scoraggiare dalle apparenti difficoltà. Mentre copriva il conflitto nei Balcani, il suo «progetto più personale», dava lezioni di giornalismo fotografico all’Università e collaborava con pubblicazioni ed associazioni umanitarie di diversi paesi. Non ha ancora quarant’anni ma il suo percorso taglia il fiato. Romania, Haiti, Mozambico, Cuba e Medio oriente sono altri scenari conosciuti dal vivo. Sandra ricorda specialmente il sentimento dei giovani rumeni che «vivono alle porte di un’Europa ricca, privi di un futuro e di aspettative, con l’eterno desiderio di fuggire». Parla così dell’impegno di questa “Europa ricca” con l’altra Europa, fatta di un «passato doloroso e di complicate circostanze», e si torna inevitabilmente ai Balcani. «L’Unione europea deve assumersi la responsabilità : non può ancora voltare le spalle a queste zone d’odio radicato, con una situazione ancora così instabile».

Se è vero che la classe politica e la società civile hanno un dovere nei confronti dei Balcani, anche la fotografa assume un impegno quando decide di catturare un frammento della realtà: «L’inquadratura della macchina fotografica è una decisione ben meditata. È necessario conoscere questa realtà ed essere rigoroso e imparziale, senza semplificare le cose». Per esempio la guerra in Kosovo, dove «è chiaro che la popolazione che soffre è principalmente albanese, ma ci sono sacche di popolazione delle minoranze serbe, di gente vulnerabile che a sua volta subisce gli orrori della guerra». Ricorda una foto fatta ad una donna serba con un bimbo un braccio. Le avevano sequestrato il marito, e lei sapeva che non lo avrebbe più rivisto. «Quella donna, vittima come l’albanese che doveva attraversare le montagne a piedi per raggiungere l’Albania. È per questo che ogni sguardo è una decisione e non si può catturare un’immagine per la sua bellezza estetica. Dietro c’è un messaggio molto più complesso. Questa immagine per l’immagine, nel giornalismo fotografico, non funziona».

Rimangono sui bordi delle tazze vuote resti di schiuma, mentre Sandra traccia le ultime sfumature dello strano ritratto della sua professione. «Personalizzare le situazioni, vicino ai numeri o alle statistiche, ti avvicina alla realtà». Una realtà che l’aspetta dietro ogni angolo, dove gli sguardi della Balsess, giornalista sensibile, tenace e impegnata, incontrano una storia da catturare.