"Rule, Britannia!": la retorica coloniale della Brexit

Articolo pubblicato il 10 maggio 2016
Articolo pubblicato il 10 maggio 2016

L'impero britannico è ormai acqua passata. Ma l'imminente referendum europeo ha fatto risvegliare il sentimento nazionalista e la nostalgia postcoloniale. Diamo uno sguardo a tutta la retorica post-coloniale della campagna a favore della Brexit.

Nella sua toccata e fuga nel Regno Unito, il Presidente Barack Obama ha focalizzato la sua attenzione sull'imminente referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea, con il chiaro intento di convincere gli inglesi a votare sì.

Con un discorso sicuramente persuasivo e molto apprezzato, Obama ha sottolineato i punti di forza della Gran Bretagna all'interno dell'UE, facendo tra l'altro presente che in caso Brexit gli accordi commerciali dovrebbero essere ridefiniti, e gli inglesi loro malgrado diventerebbero gli "ultimi della fila". Boris Johnson, il leader della campagna pro-Brexit con chiare mire alla leadership del partito Conservatore, ha replicato con un discorso altrettanto persuasivo –ma forse meno apprezzato–. In un articolo pubblicato su The Sun, Johnson ha accusato Obama di essere stato ipocrita e inopportuno, sottolineando come la decisione della Casa Bianca di rimuovere un busto di Wiston Churchill dallo Studio Ovale sia stata una mancanza di rispetto nei confronti della Gran Bretagna.

Nostalgia canaglia...

Lo sdegno nazionalista di Johnson, tuttavia, ha preso una piega abbastanza curiosa. Per sostenere la sua tesi basata sulle origini del presidente americano, ha continuato: «Qualcuno ha sostenuto che fosse un modo per esprimere l'antipatia del presidente keniota nei confronti dell'impero britannico, di cui Churchill fu un fervido sostenitore».

Oltre a essere fuori luogo e decisamente confusionaria, la tesi di Johnson sull'innata antipatia di Obama verso l'impero britannico rivela la sua natura politica tentando di evocare un sentimento nazionalista. Parlare dell'impero britannico in occasione del referendum europeo potrebbe sembrare una cosa di poco conto, ma in realtà non è una questione così insolita tra i leader della campagna della Brexit. Anzi, l'intrecciarsi della storia coloniale britannica con l'attuale dibattito politico sembra proprio essere uno dei loro cavalli di battaglia.

Prendiamo, ad esempio, il recente discorso di Nathan Gill, leader gallese dell'UKIP (Partito per l'Indipendenza del Regno Unito, n.d.t.): «Grazie al cielo, il Capitano Cook non ha mai dato ascolto a chi diceva che il suo viaggio sarebbe stato un salto nel buio... Scott, Hudson, Drake, Livingstone, Riley, tutti hanno contribuito a plasmare il mondo in cui viviamo oggi facendo dei giganteschi salti nel buio. Il nostro popolo ha sempre fatto dei coraggiosi salti nel buio».

Dalle parole di Gill traspare una certa nostalgia coloniale. Qualcosa del tipo: «vi ricordate quanto noi, popolo britannico, organizzavamo grandi spedizioni imperiali e ci avventuravamo nell'ignoto? Quando dominavamo le onde? Gill, celebrando gli esploratori inglesi e le loro intrepide avventure, ha accuratamente tralasciato la parte più buia del periodo coloniale dipingendo, al contrario, un'immagine romantica dell'impero, cercando di attirare le persone attraverso l'espressione di un forte senso di orgoglio.

A ciò si aggiunge la dichiarazione del parlamentare conservatore Liam Fox: «il Regno Unito è una delle poche nazioni europee a non dover dimenticare le vicende storiche del ventesimo secolo». Questa sconvolgente visione positiva della storia coloniale britannica non fa altro che rispecchiare una visione negazionista delle atrocità commesse dal Regno Unito durante il periodo imperiale e, denigrando il resto d'Europa, rafforza l'orgoglio britannico e quindi la campagna "Leave".

È una questione di sovranità

Anche il neologismo "Brexiteer" - il nome dei sostenitori della campagna "Leave" -  ha un qualcosa che ricorda la retorica coloniale: lo spirito pioniero degli inglesi che viaggiano per il mondo ed esplorano l'ignoto senza l'aiuto dell'UE.

È tutta questione di sovranità, dicono. Facile leggere, tra le righe, pensieri del tipo «Come potremmo noi, una gloriosa nazione quale il Regno Unito, una nazione a capo di innumerevoli domìni sparsi per tutti gli angoli della Terra, consegnare la nostra sovranità a un potere esterno? La storia del nostro impero serve a giustificare l'uscita dall'UE».

La realtà è che la maggior parte degli Inglesi vede il periodo coloniale come una cosa positiva: da un recente sondaggio condotto da Yougov è emerso che il 59% dei sudditi di Sua Maestà va fiero dell'impero britannico, e il 34% lo vorrebbe ancora in auge. Benché queste statistiche possano apparire scioccanti, soprattutto per i cittadini di quelle nazioni hanno subito in prima persona il dominio britannico, i ricordi della grandezza imperiale resistono ancora nelle menti di molti inglesi.

La campagna pro-Brexit fa affidamento unicamente a questa solida forza latente. Parlando dell'impero britannico in maniera convincente e positiva, i politici e i media del "Leave camp" fanno affidamento a quelle correnti di pensiero incentrate sulla nostalgia imperiale e sul nazionalismo, non lasciando spazio all'identità europea.

Boris Johnson ha ricevuto molto critiche per i suoi commenti razzisti nei confronti di Obama e delle sue origini, ma le sue osservazioni sono state senza alcun dubbio efficaci. Facendo appello al fantasma di Churchill e sgridando il governo statunitense, Johnson ha giocato il ruolo del nobile difensore dell'impero britannico e del paladino della sovranità e dell'identità inglese. Il risultato del referendum europeo potrebbe non essere ancora chiaro e in effetti ogni possibilità è ancora sul tavolo. Ma una cosa è certa: il tramonto di "Rule, Britannia!" è ancora lontano.