Ruanda: il lento cammino verso la giustizia

Articolo pubblicato il 30 marzo 2014
Articolo pubblicato il 30 marzo 2014

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Immersione nel processo di Pas­cal Sim­bi­kang­wa­, ex capitano dell’armata ruandese accusato di aver partecipato al genocidio del 1994 che ha provocato 800.000 morti in 100 giorni. Il tribunale di Parigi l’ha condannato a 25 anni di prigione, ma le domande, soprattutto sulla responsabilità della Francia in questa guerra civile, e le attese delle vittime restano.

Il 14 marzo si è concluso a Parigi il processo a Pas­cal Sim­bi­kangwa, ex capitano dell’esercito ruandese, arrestato a Mayot­te nel 2009. In Ruanda, dove ancora i libri di storia si devono scrivere, questo processo doveva contribuire a rivelare la verità sul genocidio. Un processo storico sotto molti aspetti: per la prima volta, la Francia ha fatto ricorso alla legge di giurisdizione universale che l’autorizza a processare nel suo territorio i presunti autori o i complici di crimini contro l’umanità. 

UN PROCESSO sto­RICO

Sicuramente un processo storico, ma ce n’è voluto prima che la Francia lo facesse. Nel 2001, il Belgio aveva processato per genocidio quattro ruandesi rifugiati nel suo territorio. Il Ca­nada, la Finlandia, la Svezia, gli Stati Uniti e di recente la Germania hanno fatto, anche loro, i processi. Condannata dalla Corte Eu­ro­pea dei diritti dell’uomo per la lentezza dei suoi processi, la Francia si è a lungo distinta per il suo silenzio. Tuttavia, il Col­lettivo delle Par­ti Ci­vili per il Ruanda (CPCR) enumera venticinque denunce sporte dopo il 1995  contro i presunti responsabili del genocidio. 

Ma nessuno si lascia abbindolare dai ritardi della giurisdizione francese. Le procedure in corso portano la Francia sulle tracce dei suoi legami con il Ruanda. Al momento del genocidio il clan di Mit­ter­rand era legato a quello del Presidente ruandese Ju­vé­nal Ha­bya­ri­mana. Lo stesso il cui assassinio ha trascinato il Paese, attraverso la caduta del suo regime, al genocidio dei Tutsi nell’aprile del 1994.

Pas­cal Sim­bi­kangwa è un anziano membro della guardia presidenziale di Ha­bya­ri­mana. Fino al 1992 dirigeva la temibile SCR (servizi di intelligence) ed era  membro presunto dell’ «Akazu» (“la casetta” in lingua ki­nyar­wanda, nda) una vera e propria società segreta legata al Presidente, re indiscusso del Paese. Diventato clandestino, Sim­bi­kangwa è sospettato di aver organizzato il massacro di Ki­gali e di aver distribuito armi ai miliziani del genocidio. Nonostante sia paraplegico per via di un incidente stradale, non è affatto una vittima al banco degli imputati: si dà da fare, risponde direttamente alle domande, inveisce contro le parti civili e cita alcune parti del suo dossier.​

LO SPETTRO DELLA FRANCAFRICA 

Durante le sei settimane di processo, Sim­bi­kangwa è stato la vedette. E, spesso, lo spettro del ruolo dello Stato francese aleggiava sui dibattiti. L’attesa in sala per l’argomento era ampiamente palpabile. E quando l’ex ambasciatore belga, in carica in Ruanda durante il genocidio, testimonia, punta il dito contro l’assenza dei suoi colleghi francesi in aula. Brusii, risatine beffarde, commenti ironici attraversano l’uditorio, prevalentemente francese.   

Li­liane, una venticinquenne franco-ruandese, ha criticato questo «ges­to compiuto da parte della Francia per essere ben vista a pochi giorni dalla commemorazione dei 20 anni dal genocidio».  Secondo lei, «l’accusato è solo un diversivo e altri responsabili, molto più importanti, restano al riparo, nascosti». Ma tra una seduta e l’altra, un vecchio avvocato, vicino al CPCR, ha ricordato che «questo processo resta comunque quello di un uomo, Pas­cal Sim­bi­kangwa». La sala ha, in effetti, seguito le diatribe dell’accusato e il suo negazionismo retorico, il discorso vittimista, ma soprattutto il diniego di giustizia sfiniscono l’uditorio. 

UNA VERITà INTROVABILE

Il diniego - Sim­bi­kangwa afferma di non aver visto alcun cadavere nei 100 giorni del genocidio a Ki­gali - è senza dubbio la cosa peggiore che poteva succedere a questo processo. Nella requisitoria, l’avvocato generale Bruno Stur­lese si è rivolto contrariato alla corte: «non c’è niente da aspettarsi dall’accusato nell’esercizio della ricerca della verità cui ci dedichiamo qui». Malgrado la sfilza di testimoni che lo accusano, Pas­cal Sim­bi­kangwa, gran maestro nell’aggirare le domande, lascerà incombere molte zone d’ombra su quest’oscura pagina di storia ruandese di cui lui è stato protagonista. Secondo Alain, sfuggito al genocidio, «il diniego è caratteristica comune a tutti i pianificatori di genocidi, ma pensiamo che vent’anni dopo sarebbe bene che dicesse qualcosa per permettere alle nuove generazioni di riprendersi». 

Il 14 marzo, Pas­cal Sim­bi­kangwa è stato condannato a 25 anni di detenzione per crimine e favoreggiamento di genocidio. All’uscita dall’udienza, Da­froza e Alain Gau­thier del CPCR, che indagano da più di dieci anni sui dossier depositati alla giustizia francese, sono stati applauditi dal pubblico.

Il giorno prima, tuttavia, un gruppo venuto a «sostenere» Sim­bi­kangwa li aveva accusati di impedire ai ruandesi di riappacificarsi con le loro «menzogne» dinanzi la corte.  

Questo verdetto serve, comunque, da esempio ai presunti responsabili del genocidio che vivono in Francia. Che ne sarà di loro? Alcuni sono preti, medici, ben integrati e sostenuti dalle loro comunità d’adozione. Chi di loro sarà processato? La Francia si assumerà pienamente la sua incombente parte di responsabilità per contribuire alla costruzione della storia ruandese, prigioniera, al momento, del diniego dei responsabili del genocidio? Le domande restano al termine di queste lunghe sei settimane, mentre in Ruanda, secondo quanto detto dal vice procuratore del processo Au­ré­lia Devos, « il fuoco del genocidio cova sempre sotto la cenere».