Romania: nella valle delle lacrime di carbone

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 21 ottobre 2013

Nel sud-est della Romania, nella valle di Jiu, le miniere di carbone che erano l'orgoglio di Ceaucescu si stanno esaurendo. In attesa della loro chiusura definitiva, fissata per il 2018, c'è tutto un mondo che vi si aggrappa disperatamente per non sprofondare.

Christian si ricorda come se fosse ieri, il giorno in cui suo padre finì seppellito vivo. La miniera, infinitamente più forte dell'uomo, di vite ne ha stroncate molte. Nel sito fantasma di Aninoasa, la cui entrata ricorda ancora l’epoca gloriosa del comunismo reale, l'ex minatore di 59 anni, disoccupato, gironzola senza meta tra le rovine. Il volto segnato dall'alcool, le guance incavate. Vive in un minuscolo e maleodorante appartamento grazie alla pensione della madre cieca. A 60 anni potrà usufruire della propria di pensione. Per "18 anni, 7 mesi e 14 giorni" è sceso sottoterra insieme ad altri 3.000 minatori, fino a 700 metri, attraversando gallerie troppo anguste. "Non sapevamo mai se saremmo stati ancora vivi il giorno dopo". Testimone di un mondo agonizzante, passa il suo tempo con un bicchiere di palinca (un alcolico locale) in mano. Ad Aninoasa gli edifici sono stati abbandonati. Non restano che dei muri spenti. E dei ricordi.

Germinal

Sotto il regime di Ceaucescu, le miniere di carbone di Jiu erano fondamentali per alimentare le centrali elettriche. In questo sito hanno lavorato circa 50.000 minatori. Ma nel 1997 la regione comincia a essere colpita dalle prime chiusure dei siti. "I costi di produzione erano troppo alti", sostiene Giorge Vasile, il sindaco di Uricani. È questa la motivazione che spinge le autorità rumene ad accelerare la chiusura delle miniere, un'urgenza ulteriormente aggravata dalla gara all'autonomia energetica imposta dall'Europa. Morale: non restano che 7.000 minatori.

Nei siti che ancora resistono, come quello di Vulcan, i minatori sperano ancora di poter continuare la propria attività. Il nuovo presidente persegue fermamente una soluzione alternativa: la creazione di una vasta centrale termica ultra-moderna che permetterebbe di continuare, seppure parzialmente, l'estrazione dei minerali. Paros lavora in miniera da 20 anni. Caposquadra, scende tutti i giorni negli oscuri meandri della terra. Prima di scendere, il caffè e la sigaretta nella stanza di riposo sono indispensabili, come quell'occhiata furtiva lanciata a Santa Varvara, la patrona dei minatori. Pulegge arrugginite, edifici di calcestruzzo in parte crollati, uniformi rudimentali da minatore, ascensori metallici alla Germinal... sembra un mondo sospeso in cui il tempo si è fermato.

Carbone, progetti e stazioni sci

Per salvare la situazione, sono già stati messi in atto svariati progetti. Il sindaco di Vulcan, Georghe Ile, sogna di trasformare la regione in un polo turistico attraverso la creazione di stazioni di sci, baite accoglienti e camminate bucoliche. Secondo i suoi piani, nel settore turistico dovrebbe trovare impiego il 15% della popolazione attiva. Ma i minatori non gli credono. "Con che soldi potremmo approfittarne noi?", si chiedono, loro che già fanno fatica a pagarsi le spese mediche. Tra sussidi di disoccupazione e magre pensioni (spesso di poche centinaia di euro appena), le popolazioni locali non sono certo ricche. Il tasso di disoccupazione arriva talvolta al 60% come nel caso di Lupeni, la più grande vecchia miniera della regione. A Uricani "meno del 2% dei giovani diplomati trovano lavoro. La popolazione descresce di giorno in giorno: vanno tutti in Italia o in Inghilterra", continua il sindaco, che ha tentato invano di promuovere il commercio del legname.

Dal lato opposto restano ancora gli espedienti lasciati dal commercio del carbone. Anna e Vlad, trentenni, vorrebbero sposarsi. Nel frattempo i due fidanzati tirano avanti cercando il carbone in una cava di scarti minerali lasciati dal viavai incessante dei camion provenienti da Vulcan. Il loro "guadagno" si aggira sui 2 euro ogni 40 kg. Insieme a loro, dozzine di altre figure si aggirano per intere giornate nelle cave grigie; le mani che cercano, girano, raschiano. Misik57 anni, ex minatore disoccupato che vive in una delle zone più fatiscenti di Vulcan, ne sa fin troppo di questo commercio illegale. Ma la vergogna che prova nella sua miseria gli impedisce di vedere la situazione con chiarezza: per lui, questo è certo, anche suo figlio sarà minatore. "Non ho soldi per pagarti gli studi. Tu finirai come me, a 500 metri sotto terra", gli dice nel loro modesto soggiorno. Claudio annuisce a testa bassa. In questa regione il carbone è tutto.

Daniel e la sua famiglia vivono in un vecchio e squallido cottage costantemente invaso dal fango. La comunità rom di cui fanno parte deve usufruire illegalmente dell'elettricità. Secondo Daniel nessuno vuole dare loro lavoro a causa delle loro origini. Così si è arrangiato per guadagnarsi il pane: quando i treni partono da Vulcan verso la piattaforma della pulitura, il carbone deve essere tirato fuori e trasferito su un'altra locomotiva. Daniel ha appena qualche minuto di tempo per rubarlo. Le pattuglie della polizia complicano le sue attività clandestine, ma sostiene che "lasciarci rubare il carbone è l'unico modo per mantenere la pace sociale". Cionnonostante, si preoccupa lo stesso. "Conosco un uomo che è finito in galera per aver rubato del carbone. Ma non ha altra scelta. Quando lo faranno uscire, tornerà a rubare".