Romania: Aby, il mecenate degli artisti

Articolo pubblicato il 01 luglio 2014
Articolo pubblicato il 01 luglio 2014

In Ro­ma­nia non tutti co­no­sco­no Ela­zar, alias Aby. Come suo padre, gran­de me­ce­na­te du­ran­te la Se­con­da Guer­ra mon­dia­le, col­leziona le opere dei più gran­di ar­ti­sti ru­me­ni, spe­cial­men­te ebrei. In­con­tro tra arte, re­li­gio­ne e uma­ne­si­mo.

La sua casa non è di­ver­sa dalle altre case di Bu­ca­rest. Un gran­de edi­fi­cio dai muri color aran­cio, na­sco­sto da al­be­ri e un por­tale di ferro. È qui che vive Ela­zar, lon­ta­no da sguar­di in­di­scre­ti. Dopo es­ser­si di­vin­co­la­ti tra gatti e cani e ol­tre­pas­sa­ta la porta d’in­gres­so, ri­ma­nia­mo col­pi­ti dalla quan­ti­tà di scul­tu­re e qua­dri dis­se­mi­na­ti ovun­que. Una de­ci­na ap­pe­si ai muri del sa­lo­ne, al­tret­tan­ti nelle ca­me­re da letto. «Stia­mo pen­san­do di tra­sfe­rir­ci nella casa ac­can­to dal mo­men­to che qui non c’è più spa­zio per ap­pen­de­re qua­dri alle pa­re­ti. Ce ne sono già 180», af­fer­ma Aby, sor­ri­den­do. Non si trat­ta di sem­pli­ci tele di ar­ti­sti emer­gen­ti, ac­qui­sta­ti in fret­ta e furia in qual­che gal­le­ria. Lu­chianDa­rascu, Maxy MaxAr­nold, Tibor e Erno sono solo al­cu­ni dei nomi dei più il­lu­stri ar­ti­sti ru­me­ni che tap­pez­za­no le pa­re­ti del sa­lo­ne.

«Nel 90% dei casi si trat­ta di ar­ti­sti ru­me­ni, so­prat­tut­to ebrei», sot­to­li­nea Ela­zar. Per i suoi qua­dri, Aby è pron­to a fare mi­glia­ia di chi­lo­me­tri. «Que­sto l’ho preso in Un­ghe­ria», spie­ga in­di­can­do un qua­dro di un ar­ti­sta degli an­ni '30 del No­ve­cen­to. Shaï, 14 anni, in­ter­rompe ti­mi­da­men­te suo padre men­tre gli mo­stra qual­che ac­qua­rel­lo del suo ar­ti­sta pre­fe­ri­to: Alex Iva­nov. Pos­sie­de mi­glia­ia di opere del pit­to­re russo. Non a caso, Ela­zar, me­di­co e pro­prie­ta­rio di al­cu­ne cli­ni­che, è uno dei pochi clien­ti del­l'ar­ti­sta. 

Aby è un me­ce­na­te di pit­to­ri: una pra­tica poco dif­fu­sa in Ro­ma­nia dove gli ar­ti­sti de­vo­no di­vi­der­si le magre sov­ven­zio­ni dello Stato. «Ci sono po­chis­si­mi me­ce­na­ti ru­me­ni. Gli ar­ti­sti ri­ce­vo­no aiuti eco­no­mi­ci da agen­ti di arte con­tem­po­ra­nea, gal­le­rie, musei o col­le­zio­ni­sti stra­nie­ri. Gli aiuti con­ces­si dallo Stato, co­mun­que, sono quasi in­si­gni­fi­can­ti se pa­ra­go­na­ti ad altri paesi come la Fran­cia», pre­cisa Lucia Popa, cri­tica d’ar­te con­tem­po­ra­nea e ri­cer­ca­tri­ce in sto­ria del­l’ar­te ru­me­na.

Aby ha de­ci­so di col­le­zio­na­re qua­dri spin­to dal­l’a­mo­re per l’ar­te, una pas­sio­ne che lo guida fin da quan­do era ra­gaz­zo. Il suo sguar­do si sof­fer­ma su al­cu­ne navi are­na­te. Si ac­ca­rez­za la barba bian­ca, men­tre è im­mer­so nei pen­sie­ri. Tutte quel­le navi pron­te a par­ti­re per l’o­riz­zon­te raf­fi­gu­ra­no in parte la sto­ria della sua vita; una vita ini­zia­ta 68 anni prima e fatta di esìli, vo­lu­ti e non. Aby è ebreo e di fa­mi­glia agia­ta. Tut­ta­via, con l’a­sce­sa del­l’an­ti­se­mi­ti­smo al­l’i­ni­zio del ven­te­si­mo se­co­lo, la sua fa­mi­glia at­tra­ver­se­rà un pe­rio­do dif­fi­ci­le. Si tro­ve­rà ad af­fron­ta­re molte dif­fi­col­tà al mo­men­to del­l’in­gres­so della Ro­ma­nia nel­l’URSS alla fine del 1940.

Opere sot­trat­te dal re­gi­me co­mu­ni­sta

Al­l’e­po­ca, suo padre è in­ge­gne­re, ap­pas­sio­na­to di arte e so­prat­tut­to, gran­de pro­prie­ta­rio ter­rie­ro. Ospi­ta quo­ti­dia­na­men­te ar­ti­sti nelle sue de­pen­dan­ce. Un’a­bi­tu­di­ne mal vista dal re­gi­me co­mu­ni­sta, espres­sa­men­te an­ti­se­mi­ta. «Sot­trae­va­no tutto agli ebrei. Dal 1958 al 1964, ave­va­mo solo tè e pane nero da man­gia­re. Ab­bia­mo re­si­sti­to ma alla fine siamo emi­gra­ti in Israe­le nel 1964», ag­giun­ge Aby. Non sono gli unici. Negli an­ni '50 e '60 del No­ve­cen­to, cen­ti­na­ia di mi­glia­ia di ebrei par­ti­ran­no per la terra santa. Oggi, la co­mu­ni­tà ru­me­na conta solo circa 6000 per­sone con­tro le 146 000 del 1952.

La sua fa­miglia sce­glie dun­que l’e­si­lio. Pos­so­no por­ta­re con loro non più di un ba­ga­glio a testa di venti chili. «Siamo stati co­stret­ti a la­scia­re le foto di fa­mi­glia. Ne ab­bia­mo na­sco­ste al­cu­ne in­col­lan­do­le sul fondo delle va­li­gie», ri­cor­da com­mos­so Ela­zar.  Prima di par­ti­re, de­vo­no fir­ma­re un do­cu­men­to con cui le­ga­no i loro beni allo Stato ru­me­no. Il go­ver­no fa pa­ga­re il di­rit­to di emi­gra­re in pro­por­zio­ne al li­vel­lo di stu­dio e di istru­zio­ne di ognu­no. Per quan­to ri­guar­da i qua­dri na­sco­sti a casa di amici, in­ve­ce, ben pochi sa­ran­no re­sti­tui­ti quan­do si è al­za­ta la cor­ti­na di ferro.

Di­pin­ge­re la po­ste­ri­tà

Nel 1964, Aby ha 18 anni: l'età del ser­vi­zio mi­li­ta­re in Israe­le. Tra­scor­si tre anni, Ela­zar parte alla sco­per­ta di altri paesi. Stu­dia me­di­ci­na in Fran­cia, la­vo­ra in Ita­lia, poi a Lon­dra. Può vi­si­ta­re la Ro­ma­nia solo alla ca­du­ta del re­gi­me co­mu­ni­sta. «Non pen­sa­vo una ri­vo­lu­zio­ne fosse pos­si­bi­le. A no­vembre del 1989, un amico me ne ha dato no­ti­zia. Avevo scom­mes­so 100 libri che non sa­reb­be mai suc­ces­so ma ho perso la scom­mes­sa.» con­fes­sa il me­di­co.

Il ri­tor­no in pa­tria apre a un pe­rio­do fe­li­ce. Aby sposa Da­nielle, una giu­ri­sta ru­me­na, come lui aman­te del­l'ar­te. Dal loro ma­tri­mo­nio na­sco­no tre figli: Shaï, Ca­roleMar­got. I ra­gaz­zi ri­spet­ti­va­men­te di 12, 1314 anni cre­sco­no in un am­bien­te ca­lo­ro­so dove l'a­mo­re per l'ar­te si uni­sce a quel­lo per gli ani­ma­li. «Ab­bia­mo sette cani e do­di­ci gatti. È più forte di noi: quan­do ve­dia­mo un ani­ma­le in dif­fi­col­tà, lo pren­dia­mo con noi e lo ac­cu­dia­mo.»

Aby torna ad os­ser­va­re le navi che po­po­la­no i suoi qua­dri. Senza dub­bio, pensa alla sua pa­tria e agli ar­ti­sti che met­to­no l'a­ni­ma nelle loro opere. Dopo di lui, il te­sti­mo­ne pas­se­rà ai suoi figli che di­ven­te­ran­no por­ta­vo­ce di una sto­ria dove arte, re­li­gio­ne e uma­ne­si­mo sono le­ga­ti in­dis­so­lu­bil­men­te.